Economia sottozero

mercoledì 13 luglio 2005


Economia sottozero

 

(regioni.it) Economic survey of the Euro Area. "Tradotto" significa che la nostra economia è sottozero. Lo dice l’Ocse ma anche Confindustria. Sono infatti sempre più recessive le previsioni sul nostro Pil. Non più quindi solo stagnazione quest’anno, ma siamo purtroppo in una fase di “congelamento” economico.
La crescita di Eurolandia nel 2005 sara' dell'1,2% e del 2,0% nel 2006; nel 2005 inflazione sara' 1,8%, a fronte dell'1,5% stimato a maggio.
Comunque per Siniscalco i numeri del Dpef “non penso vadano rimessi in discussione''. Riferendosi poi alla previsione di una crescita piatta nel 2005, il ministro ribadisce che ''noi con questa stima (dello 0%, ndr) siamo stati prudenti, non penso si debba rivedere''.
”Se alla fine del 2007 il tasso di crescita si fosse rivelato inferiore alle previsioni e non si fosse arrivati'' a riportare il deficit sotto il 3% del Pil, ''ne ridiscuteremo'' e ''negozieremo se fare uno sforzo aggiuntivo'', ha affermato il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco.
L’'Ecofin ha intanto approvato il percorso di riduzione del disavanzo dell'Italia sotto il 'tetto' del 3% del Pil entro la fine del 2007, chiedendo all'Italia una correzione del disavanzo strutturale dell'1,6% nel biennio 2006-2007, di cui almeno lo 0,8% l'anno prossimo.
Per l’Ocse gli effetti negativi del rialzo dell'euro e del prezzo del petrolio sono stati amplificati dall'incapacita' dell'Italia di resistere agli shock esterni. Ecco, dunque, che la crescita incontrollata dei costi sui settori esposti alla concorrenza internazionale ha provocato ''una massiccia perdita di quote di mercato, trainando cosi' l'economia nella recessione''. Diversamente da quanto avviene in Germania, altra economia europea in forte difficolta', dove a 'tirare' sono invece le esportazioni. Entrambi i paesi, stando all'Ocse, hanno tuttavia un tallone di Achille in comune: la cronica mancanza di resistenza agli shock interni. Un problema, questo, che, secondo l'Ocse ''andrebbe attaccato alla radice'' al fine di mantenere ''le speranze di una ripresa economica'' e tutelare ''la credibilita' dell'Unione Monetaria''. In un contesto del genere l'Ocse invita i governi a proseguire nell'integrazione economica europea e ad attuare le riforme strutturali.
Eurolandia quindi crescera' quest'anno dell'1,2%, mentre nel 2006 accelerera' e mettera' a segno un incremento del Pil pari al 2,0%. Questo sempre nelle previsioni dell'Ocse. ''La ripresa a breve termine e' fragile'', afferma sempre l'Ocse, precisando che pur essendo prevista ''una ripresa graduale, una combinazione di nuovi shock sfavorevoli'' potrebbe verificarsi. Fra questi, spiega l'Ocse, ci sono ''gli elevati prezzi del petrolio e gli squilibri mondiale che potrebbero mettere ulteriormente sotto pressione l'euro''. La moneta unica potrebbe risentire negativamente anche di un aumento dei tassi di interesse a lungo termine negli Usa.
L'incapacita' di reazione agli shock di Eurolandia - spiega l'Ocse - e' destinata a rallentare la crescita ''gia' debole'' nei prossimi decenni, ampliando cosi' ulteriormente il gap con gli Usa: all'orizzonte del 2020, ''a politiche invariate e con l'invecchiamento della popolazione'' la crescita potrebbe stabilizzarsi intorno all'1% annuo.
 ''E' necessario seguire con determinazione la strada delle riforme strutturali per rilanciare la crescita. Allo stesso tempo, pero', la stabilita' macroeconomica richiede che siano assicurati'' alcuni elementi: 1) ''la politica fiscale sia basata su obiettivi di sostenibilita' di medio termine''; 3) ''rimuovere gli ostacoli ed i disincentivi al lavoro''; 3) ''la rimozione delle regole che impediscono la concorrenza fra i paesi membri dell'area''.
In particolare, l'Ocse fa riferimento alla direttiva sui servizi (la cui ''rapida adozione e' cruciale''), alla necessita' di ''ridurre la segmentazione nei mercati finanziari e dei trasporti'', ed a politiche che favoriscano l'innovazione, che dovrebbero ''trascendere dagli interessi nazionali''.
E Confindustria afferma che il Pil nel 2005 sarà -0,3% e +0,8% nel 2006. Il centro studi dell'associazione degli industriali fornisce anche queste  altre previsioni: deficit 2005 al 4,3% e al 4% nel 2006; debito  al 108% del Pil nel 2005 e al 107,8% nel 2006; inflazione al 2%  nel 2005 e all'1,8% nel 2006. Per Confindustria il Pil salirebbe  dell'1,2% nel 2006 se ci fossero interventi a sostegno dello  sviluppo, a cominciare dal taglio dell'Irap.
Il ministro dell'Economia – come abbiamo visto - non pensa che i “numeri” di previsione economica vadano rimessi in discussione: con la stima di una crescita zero nel 2005 siamo stati prudenti. Mentre per D'Alema il Paese è in grandissimo ritardo. Per il ritardo è colpevole il Governo, che non appare in grado di avere una terapia efficace per affrontare i problemi dell'economia italiana. La richiesta di un Dpef ''serio, non propagandistico, che si misura con la gravita' dei problemi e  affronti il nodo del rapporto tra risanamento e sviluppo'' e' stata inoltre rinnovata dalla segreteria Ds. In particolare il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca ha citato le cifre della Confindustria che prevedono un Pil a -0,3% e una crescita modesta nel 2006, per dire che ''se si mettono insieme i conti pubblici e l'andamento dei consumi, si prospetta una situazione economica piu' grave di quella finora riconosciuta''.  ''Comunque - osserva Migliavacca - le stesse cifre del Dpef confermano il nostro giudizio. Siamo a uno sfondamento dei conti pubblici sia nel deficit che nel debito pubblico, ben al di la' delle previsioni fatte a marzo. Oggi Siniscalco e' costretto ad ammettere che stiamo andando verso il 5%''.
E Siniscalco interviene sulla possibile riduzione dell'Irap:“di 5 miliardi nel 2006 non e' possibile, neanche se ci si mette di buona volonta'''. Comunque vi sono '' margini per attuare qualche politica di rilancio dell'economia'', ha aggiunto il ministro, spiegando che il percorso di rientro ''nell'insieme rappresenta un ottimo compromesso''. L'applicazione del Patto di stabilita' riformato all'Italia, secondo Siniscalco, e' quindi ''un ottimo test perche' garantisce un rientro che consideriamo sufficiente e strutturale in un tempo piu' lungo di quello ammesso dal vecchio Patto, anche in considerazione delle circostanze eccezionali riconosciute alla nostra economia, ma soprattutto perche' il sentiero di rientro e' ripulito di tutti i fattori che possono confondere le azioni strutturali effettivamente intraprese''. ''Non si contano piu' ne' misure una tantum ne' gli effetti del ciclo'', ha aggiunto il ministro, rimarcando che il taglio del deficit dello 0,8% strutturale, sia nel 2006 che nel 2007, sara' fatto quindi indipendentemente dal tasso di crescita.
Per Confindustria l’economia italiana rallenterà nuovamente nel 2005 (1,0%) per poi riprendersi lievemente nel 2006 (1,3%). Il divario di crescita rispetto all’area dell’euro, ulteriormente allargatosi nel 2004, continuerà quindi a rimanere significativo. Oltre che compromessa dal deludente risultato del quarto trimestre del 2004 (-0,4% rispetto al trimestre precedente), la crescita del 2005 sarà fortemente penalizzata dall’elevato livello del prezzo del petrolio e dalla debolezza del dollaro. I possibili benefici derivanti dall’affievolirsi delle tensioni sul prezzo del petrolio saranno controbilanciati dal deterioramento della congiuntura internazionale già in corso da qualche trimestre.
Il clima di fiducia delle famiglie e delle imprese stenta a riprendersi. L’approvazione del decreto sulla competitività entro i termini di legge rappresenterebbe un primo contributo per il recupero della fiducia degli operatori.
Pur viaggiando a ritmi ancora sostenuti, l’economia mondiale sta mostrando chiari segnali di rallentamento. Il PIL mondiale, cresciuto nel 2004 ai ritmi più elevati degli ultimi 30 anni, è previsto rallentare nel 2005 e nel 2006. L’economia americana continuerà a crescere nel biennio ma a ritmi inferiori a quelli dello scorso anno. In rallentamento sono previste anche le economie dell’est asiatico.
Secondo sempre Confindustria l’economia mondiale resta caratterizzata da forti squilibri commerciali. Il cambio euro/dollaro continuerà, pertanto, ad esserne influenzato, nonostante il crescente divario tra i tassi di interesse americani e quelli dell’area dell’euro (+1,75% a fine 2005). L’ulteriore, seppur moderato, rafforzamento dell’euro eserciterà un freno sulle esportazioni dei paesi dell’area euro. I possibili riflessi degli aumenti petroliferi sui prezzi al consumo americani non potranno che incoraggiare la Federal Reserve a proseguire nella stretta monetaria iniziata lo scorso anno alzando gradualmente il tasso sui federal funds, che dovrebbe raggiungere il 4% a fine anno.
(giuseppe schifini)

 

N. 559 - 12 Luglio 2005