[www.quirinale.it] INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO ALL'INCONTRO ISTITUZIONALE (BOLOGNA, SALONE DEL PODESTÀ 21 FEBBRAIO 2007)

mercoledì 21 febbraio 2007


[www.quirinale.it] -

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
ALL'INCONTRO ISTITUZIONALE

BOLOGNA, SALONE DEL PODESTÀ 21 FEBBRAIO 2007



Ringrazio vivamente voi tutti per la calorosa accoglienza e prima ancora ringrazio il Sindaco Cofferati per l'invito a visitare la città, cogliendo in particolar modo l'occasione del centenario della morte di Giosuè Carducci. Ascolterò tra poco con particolare interesse il discorso rivolto a celebrare quel centenario. Perché pur essendo la generazione alla quale appartengo già una generazione, per formazione e per gusto, non carducciana, per me come per chiunque la riflessione sul formarsi della nostra identità nazionale non può non ricondurre al ruolo che vi ebbe il Carducci, da grande protagonista dell'Ottocento letterario italiano e da uomo di intensa esperienza civile, partecipe con fede e passione del moto unitario anche a Risorgimento compiuto. Benedetto Croce scrisse di lui che "l'Italia, nel risorgere a nazione, produsse un poeta che della sua storia, impregnata della nuova vita, si fece voce possente". Carducci, che ebbe in Bologna la sua seconda patria, visse qui, nel Consiglio comunale il suo mandato elettivo, e c'è stato chi lo ha definito politicamente un "democratico radicale". Ma non tocca a me aggiungere altro sul valore, anche europeo, di un'eredità che è giusto esplorare ancora, aperta com'è per sua complessa natura ad approcci diversi e a nuovi approfondimenti.
Sono qui oggi e domani anche per altri contatti con quello stesso mondo dell'Università, della ricerca, della cultura, che nei suoi molteplici intrecci con la società e con le istituzioni, è così gran parte della storia e oggi, più che mai, della vita di Bologna.
E' qui una delle peculiarità che possono cogliersi in questa capitale della Regione Emilia Romagna. Ed è precisamente a cogliere i caratteri originali e specifici di ciascuna situazione che mirano le mie visite o missioni nel paese, di città in città e di provincia in provincia, dal Sud al Nord. Sento la responsabilità di acquisire e trasmettere una visione complessiva della realtà nazionale, nelle sue profonde differenziazioni, e soprattutto nelle sue pratiche migliori, nelle sue esperienze più avanzate e stimolanti, che possono sollecitare quel dinamismo diffuso di cui l'Italia ha oggi così acuto bisogno nel confronto europeo e nella competizione globale.
In questo senso i vostri interventi - caro Sindaco, cara Presidente della Provincia, caro Presidente della Giunta regionale - mi hanno offerto molti validi riferimenti e spunti di riflessione. Anche - voglio dire - di riflessione su temi di carattere generale e nazionale: il che rende, innanzitutto per me, ancor più fruttuosi questi incontri.
Credo di poter dire che al centro del quadro che avete tracciato, e dell'esperienza che qui si è compiuta e si compie, vi sia il ruolo delle istituzioni, la consapevolezza di quel che le istituzioni hanno rappresentato e possono rappresentare nel processo di sviluppo, così ricco di luci, di primati e di successi, della società bolognese ed emiliana.
Le istituzioni regionali e locali hanno svolto e sono chiamate a svolgere un ruolo decisivo sul duplice fronte della crescita economica e della protezione e coesione sociale. Lo ha ben sottolineato il Sindaco.
Come la presidente degli industriali emiliani ha rilevato di recente, e con cognizione di causa, il mondo imprenditoriale ha mostrato qui capacità di innovazione, creatività, competitività, conseguendo risultati cospicui sul piano della produzione, dell'export, dell'occupazione, nei settori manifatturieri ad alta e medio-alta tecnologia; le piccole e medie imprese hanno saputo in questi anni difficili ristrutturarsi e internazionalizzarsi, "superando il vincolo della dimensione con un sistema evoluto di filiere". E queste sono davvero esperienze esemplari, a cui si può guardare, da cui si può apprendere, in tutto il paese.
Ma esse non sarebbero state possibili senza le politiche di accompagnamento delle istituzioni regionali e locali, senza misure di legge volte a stimolare e favorire la collaborazione tra imprese e università nel campo essenziale dei progetti di ricerca industriale, senza uno sviluppo dei servizi alle imprese e alle famiglie, senza il sostegno di un sistema scolastico e di un sistema di welfare efficienti e aperti al nuovo. Così si è potuto elevare il tasso di occupazione femminile, ridurre il tasso di disoccupazione, a livelli sconosciuti nella maggior parte delle province italiane.
Ci sono questioni aperte, e nuove prove da affrontare, hanno detto - guardandosi dall'autosoddisfa-zione - sia il Sindaco Cofferati che il Presidente Errani. Le istituzioni debbono non solo affinare le loro politiche economiche e sociali, adeguarle a fenomeni complessi come quelli del cambiamento demografico, dell'allungamento della vita media, dell'immigra-zione, del rapporto fattosi così critico e inquietante con l'ambiente. Esse devono anche rinnovare se stesse.
La Presidente Draghetti si è riferita a questo proposito ai necessari processi di riforma del sistema delle autonomie locali. Convengo su questa esigenza che considero non ulteriormente rinviabile: e sul fatto che gli obbiettivi da perseguire debbano essere la semplificazione di un'architettura istituzionale fattasi pesante e confusa, il superamento di duplicazioni e interferenze funzionali, la linearità e trasparenza dei momenti decisionali, così da accrescere per i cittadini le possibilità di informazione e di partecipazione.
Il mio auspicio è che vadano davvero in tal senso i provvedimenti di cui si annuncia come imminente la presentazione in Parlamento: il disegno di legge delega per l'adeguamento delle disposizioni in materia di enti locali alla riforma del Titolo V della Costituzione e quello per la disciplina della Conferenza Stato-istituzioni territoriali.
Non minore, naturalmente, è il rilievo e l'urgenza che presenta un progetto di attuazione del federalismo fiscale. Alla definizione di tale progetto sta dando un qualificato contributo la Conferenza delle Regioni, e per essa il suo Presidente Vasco Errani.
Coglierò solo l'occasione per fare in proposito due osservazioni.
La prima è relativa alla esigenza che nella revisione dell'ordinamento dei poteri locali e nella definizione del federalismo fiscale, prevalga nettamente uno spirito di cooperazione interistituzionale - tra Stato e istituzioni regionali e locali, come nel rapporto tra queste ultime - e prevalga uno spirito di solidarietà e coesione nazionale.
La seconda osservazione è relativa alla necessità della ricerca della più larga intesa tra le forze politiche per le soluzioni da dare a queste e ad altre questioni istituzionali. Voi sapete quanto io mi sia fatto doverosamente, e per profonda convinzione, assertore di questa necessità: che non bisogna evocare solo formalmente e con scetticismo, ma bisogna tradurre in sforzo e risultato effettivo, credendo che nonostante tutto ve ne sia la possibilità.
Capisco che il mio appello a un confronto più pacato e costruttivo - almeno su questioni di natura istituzionale, e su alcune altre - tra gli opposti schieramenti politici, possa apparire senza speranza nel rumore degli scontri quotidiani che dominano la scena in Parlamento. Ma - se non ha fatto notizia, ed è anche questo un dato su cui riflettere - non è forse vero che nei giorni scorsi si è realizzata la più larga intesa con l'approvazione unanime da parte della Camera dei Deputati del disegno di legge di riforma dei servizi d'informazione e sicurezza? Nessuno può dire, naturalmente, se analoghe intese potranno essere raggiunte su temi ancor più delicati come la revisione della legge elettorale e la revisione di taluni aspetti della II parte della Costituzione. Ogni previsione in tal senso richiede prudenza e realismo.
Ma intanto è lecito auspicare un cammino costruttivo in Parlamento per le leggi di più diretto interesse delle Regioni e degli Enti locali, e anche per un provvedimento che giudico importante rispetto a un problema che qui stamattina è stato sollevato. Parlo del problema dell'immigrazione, e della conseguente integrazione degli stranieri che soggiornano legalmente e operosamente sul nostro territorio nazionale. Tale integrazione è ormai, lo sapete bene, parte essenziale di una rinnovata e più comprensiva coesione sociale in Italia. E si debbono aprire le porte a quanti vogliano diventare cittadini italiani, adempiendo condizioni come quelle rigorosamente previste dalla nuova legge in discussione alla Camera dei Deputati.
Si impongono politiche inclusive, contro ogni fenomeno di esclusione. Ed è componente di quelle politiche anche l'accoglimento di un numero decisamente maggiore e crescente di nuovi cittadini.
Ho la scorsa settimana promosso un incontro al Quirinale con alcune decine di immigrati, delle più diverse etnie, per i quali avevo firmato il decreto di concessione della cittadinanza. E mi ha colpito il calore del loro sentirsi riconosciuti dalla nostra Repubblica e del loro rendervi omaggio, la loro consapevolezza della dignità finalmente e pienamente acquisita e il loro senso di libertà: quasi che fossero stati iscritti in quel registro Liber paradisus che voi avete rievocato questa mattina a testimonianza di un'antica tradizione di accoglienza di nuovi uomini liberi nel vostro Comune.
Accoglienza, inclusione, solidarietà, coesione sociale: Bologna e l'Emilia Romagna sono tra i luoghi in cui meglio si sono coltivati e trasmessi questi valori, in cui più vicine ai cittadini sono state le istituzioni rappresentative concorrendo a politiche di sviluppo e di equità, raccogliendo e sostenendo quella altissima vocazione associativa e quei diffusi comportamenti partecipativi cui si è riferito il Sindaco Cofferati. Perciò la democrazia è qui così radicata e robusta. E nessuno meglio di voi, Sindaci di più grandi o più piccoli comuni, può, grazie a un quotidiano diretto contatto con la gente, darne conferma e testimonianza.
La nuova democrazia repubblicana è nata - non è retorica ripeterlo - dalla Resistenza, combattuta con eroismo di popolo in questa città e in queste terre, e ha nella sua storia fondativa le tante vicissitudini e sofferenze del periodo successivo all'8 settembre 1943, comprese quelle dei deportati - che giustamente ricordate - passati attraverso le bolognesi "Caserme Rosse". Ed essa si è poi a tal punto consolidata e fatta matura, da poter superare negli scorsi decenni prove durissime come quelle richiamate nella motivazione - che abbiamo poco fa riascoltato dalla Presidente Draghetti - della medaglia d'oro al merito civile alla Provincia di Bologna: le prove di attentati e di stragi che vi hanno ferocemente colpito, e sulla cui torbida matrice, e sui cui efferati ideatori, non si è ancora riusciti a fare piena luce.
La forza della democrazia poggia sulla sua capacità di dare risposte ai problemi d'interesse generale e a legittime domande di libertà, di benessere e di giustizia, sulla sua capacità di raccogliere fondate e realistiche richieste di cambiamento e di riforma. Ed è difficile negare che in questo senso le vostre istituzioni meritino fiducia.
Nello stesso tempo, la democrazia e le istituzioni rappresentative in cui essa si incarna traggono forza dal rapporto con i cittadini, dalla partecipazione dei cittadini. E questo è oggi un aspetto che deve preoccupare, in Italia e in Europa. In particolare, per il grave indebolirsi, in Italia, di una componente fondamentale per il rapporto tra istituzioni e cittadini, che è quella rappresentata dai partiti politici e dalla loro capacità di radicamento e di apertura, e per l'ancora lento e stentato affermarsi, in Europa, di partiti che si muovano come attori politici europei.
Ma i canali attraverso i quali coinvolgere attivamente i cittadini sono molteplici, e il concetto generale di partecipazione democratica si presta, nella sua complessità, anche a nuove idee e sperimentazioni.
Basti vedere quale ruolo giuoca qui quella vocazione associativa che ho già richiamato: anche nella sfera della vita economica, come ci dice la straordinaria storia, specialmente in Emilia Romagna, della cooperazione, una realtà sempre viva e dinamica, cui non a caso è andato - piaccia o non piaccia - il riconoscimento e il favore della Costituzione repubblicana.
Così pure non occorre spendere molte parole per sottolineare il ruolo essenziale dei sindacati e di tutte le organizzazioni rappresentative delle diverse forze sociali.
Ma vorrei soprattutto mettere l'accento sulla ricchezza di iniziative di base e di articolazioni associative, cui è affidato quel che davvero conta: e cioè la partecipazione dei cittadini al confronto delle idee, al dibattito sui problemi, al processo di formazione delle decisioni.
Lo dico perché per quanto legittimi e importanti siano anche i canali del conflitto sociale e delle manifestazioni di massa e di piazza, è fuorviante la tendenza a farne la forma suprema della partecipazione e, retoricamente, il sale della democrazia.
E aggiungo nel modo più netto: qualunque tema e problema sia in questione, interessi e appassioni strati più o meno larghi dei cittadini e li muova magari alla protesta, è nel riconoscimento della rappresentatività delle istituzioni elettive e delle relative sedi di decisione democratica che ogni forma di partecipazione deve trovare la sua misura. Questo vale per questioni e tensioni di carattere sociale, come per controversie su temi ardui e cruciali di politica internazionale e di difesa. Solo così si rispetta d'altronde l'essenza della democrazia come governo della maggioranza.
Se si nega questo ancoraggio nelle istituzioni, si può allora scivolare nella suggestione della violenza come matrice delle decisioni invocate da aggregazioni e mobilitazioni minoritarie, e di lì, nell'impossibilità di prevalere per questa via, si può compiere il passo verso la degenerazione estrema del terrorismo.
Ecco in che senso, credo, si debba vigilare - non transigendo mai, s'intende, sul rispetto della legalità repubblicana - contro una minaccia terroristica che abbiamo visto d'improvviso riemergere, ancora non sappiamo con quale grado di pericolosità e forza di relativa diffusione. Bologna può ben comprenderlo, tanto è viva la memoria delle tensioni e dei colpi di 30 anni fa, e tanto è ancora dolorante la ferita del vile assassinio di Marco Biagi, la cui dedizione alla causa del lavoro, della legge e dello Stato, e il cui sacrificio di vittima designata esposta e non protetta, desidero qui ancora onorare con animo commosso.
Permettetemi dunque di concludere con un appello alla fiducia - suggeritomi da questo contatto con la vostra realtà - nella prospettiva di un nuovo sviluppo della partecipazione e delle istituzioni democratiche. L'Italia sta dando segni di rinnovato slancio rispetto alle sfide della competizione globale, ed è chiamata in Europa a svolgere il suo storico ruolo di protagonista del processo di integrazione e unità europea. Quel ruolo che ho sentito ancora pochi giorni fa a Strasburgo riconoscere e sollecitare con profonda e amichevole convinzione.
Lasciate che io guardi con il più vivo interesse al contributo che su tutti questi piani può venire da voi, da questa città, provincia, regione, e lasciate che ricambi a Bologna e al suo popolo il sentimento di un antico, memore affetto.