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Regioni.it
periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

n. 1375 - lunedì 25 maggio 2009

Sommario3
- Lombardo annuncia una nuova Giunta
- Commercio: Regioni su aperture festive
- Turismo: giudizio negativo riguarda Ministero, non Brambilla
- Decreto Abruzzo e extrasconti farmaci
- Carburanti: documento su distribuzione
- Medicina penitenziaria: ripartizione Fondo sanitario 2008

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Lombardo annuncia una nuova Giunta

(regioni.it) Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, ha annunciato in una conferenza stampa di avere ''azzerato'' la giunta. Quindi si annuncia una crisi dopo le polemiche all'interno della maggioranza di centrodestra che sostiene la coalizione .
''Ho chiesto a tutti gli assessori di presentare le dimissioni - ha detto Lombardo - perche' stare in questo governo significa non sabotarlo. Questa casa va rasa al suolo e ricostruita''. Lombardo ha poi rilanciato l'ipotesi, ventilata in questi giorni, di un ''governo istituzionale'' aperto anche al  Pd. ''Propongo un governo - ha detto Lombardo - con quei pezzi di partito che ci si staranno''.
''Quarantotto ore e avremo una giunta in grado di operare''.  Riferendosi all'ipotesi di un ''governo istituzionale'' Lombardo ha aggiunto: ''si riscrive un programma e si riparte con chi ci sta. Non penso di ribaltare le alleanze dell'anno scorso. Sara' una giunta composta da forze politiche e da esterni''.
''Il Pd - ha puntualizzato Lombardo - e' una forza importante all'assemblea regionale, che ha dato un utile apporto all'approvazione di alcune riforme come quella sanitaria, ma ha fatto una scelta di opposizione che spero costruttiva''. Lombardo ha auspicato quindi il varo di una giunta ''aperta alle forze sociali, sindacali e a tutti quelli che ci stanno per sottoscrivere un programma per lo sviluppo della Sicilia e la salvaguardia dell'autonomia''.
 
(red/25.05.09)

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Commercio: Regioni su aperture festive

Conferenza Regioni Doc 21.05.09

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni del 21 maggio ’09 ha approvato un documento relativo alle problematiche relative alla segnalazione dell’autorità garante della concorrenza e del mercato sulle aperture domenicali e festive. Si riporta di seguito il testo integrale (pubblicato nella sezione “conferenze” del sito www.regioni.it) .
In relazione alla Segnalazione (Rif. S893, Prot. 49721, del 20 ottobre 2008) dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il Coordinamento delle Regioni ritiene opportuno esprimere alcune osservazioni.
Partendo dall’assunto che l’attività commerciale debba fondarsi sul principio della libertà di iniziativa economica privata, garantita dall’art. 41 della Costituzione, e debba essere esercitata nel rispetto dei princìpi contenuti nella legge 10 ottobre 1990, n. 287, recante “Norme per la tutela della concorrenza e del mercato”, le Regioni ribadiscono con forza il proprio impegno costante a garanzia e tutela della libertà di concorrenza e, nel contempo, all’esercizio delle competenze divenute loro proprie a seguito della riforma del Titolo V, parte II, della Costituzione.
Le Regioni riaffermano che il sistema coordinato dei rapporti e delle competenze Stato-Regioni è essenziale per garantire a ciascun Ente di svolgere in modo armonico le proprie funzioni e ciò anche al fine di prevenire possibili conflitti.
Tutto ciò premesso e per quanto concerne gli specifici contenuti della Segnalazione in oggetto, apparendo essi sotto diversi aspetti non condivisibili, si precisa quanto segue.
Innanzi tutto, sul piano del metodo, va rilevato che l’Autorità Garante ha inviato la propria segnalazione al Governo ed alle Regioni limitandosi a raccogliere qualche sporadica segnalazione da parte di operatori, senza aver preliminarmente avviato alcun procedimento informativo o ricercato alcun contraddittorio con le Regioni stesse e gli Enti locali interessati dalle censure, il che, se non altro sul piano della correttezza e della trasparenza del procedimento amministrativo, nel rispetto del principio di leale collaborazione, desta qualche dubbio.
Ciò posto, va rimarcato che le normative regionali prese a riferimento, in quanto ritenute in contrasto con i principi statali in materia di concorrenza, non sono state oggetto, da parte del Governo, né di opposizione ai sensi del precedente disposto dell'art. 127 della Costituzione, né di ricorso costituzionale in via diretta, ai sensi dell'attuale disposto dello stesso art. 127.
Inoltre, l'operato dell'Antitrust pare essere andato di fatto a ricoprire una funzione prettamente giurisdizionale nel sindacare cause ed effetti dell’azione regionale in rapporto alla preesistente normativa nazionale che, nell’ordinamento, sono oggetto, qualora si volessero rinvenire disparità di trattamento, dell’avvio di specifici procedimenti processuali amministrativi con ricorso al TAR ed al Consiglio di Stato.
Non può, infatti, accettarsi che l'Antitrust, dotata dalla legge 287/1990 di specifiche competenze (poteri di indagine ed istruttori, di diffida e di sanzione nei confronti delle imprese, di segnalazione al Parlamento ed al Governo, nonché attività consultiva), svolga di fatto una funzione giurisdizionale o, addirittura, un sindacato di costituzionalità delle leggi regionali, rimarcandone supposti profili di incompetenza per materia ed assuma formalmente posizioni che travalicano i propri compiti.
Infine, nella segnalazione in questione, l’Autorità formula valutazioni circa presunti rapporti gerarchici tra una norma statale (d.lgs. 114/1998) e successive norme regionali ed atti regolamentari di Enti locali che non tengono conto del mutato contesto costituzionale.
E’ ben vero, infatti, che, come più volte affermato dalla Corte Costituzionale, la tutela della concorrenza ha una forte valenza trasversale e può incidere anche su materie di competenza residuale delle Regioni, come il commercio, ma ciò non significa affatto che si possa ragionare in termini di sicura “prevalenza” delle disposizioni di cui agli artt. 12 e 13 del d.lgs. 114/1998 - oltretutto antecedenti la riforma del titolo V, parte II, Cost. - sulle norme adottate da Regioni ed Enti locali. 
Del pari contestabile è la pretesa di delineare linee interpretative di norme nazionali che si traducono in indicazioni di netto dettaglio sul contenuto delle norme regionali, sconfinando nell’ambito delle valutazioni discrezionali che, pur nel rispetto dei princìpi della concorrenza, non possono che essere compiute dal legislatore.
Tanto più anomala è la pretesa di vincolare le scelte legislative regionali addirittura al rispetto di una circolare ministeriale, individuata quale fonte della materia.
Inaccettabili, poi, le conclusioni a cui giunge l’Autorità Garante circa il preteso obbligo, per le amministrazioni, di disapplicazione delle discipline regionali e locali ritenute in contrasto con princìpi concorrenziali.
Non trova fondamento giuridico neanche l’adombrata attivazione di un potere sostitutivo “al contrario” (dei Comuni nei confronti delle Regioni).
A tale proposito, si ricorda anzitutto l’ordinanza n. 199 del 2006 con la quale la Corte costituzionale ha sostenuto che il d.lgs. 114/1998 si applica, ai sensi dell’art. 1, comma 2, della legge 131/2003, soltanto alle Regioni che non abbiano emanato una propria legislazione in materia di commercio.
Nel senso della inammissibilità della disapplicazione di leggi regionali si vedano, fra le altre, le sentenze n. 129/2004 e 285/1990 della Corte costituzionale. 
Si ricorda, altresì, che non vi sono pronunce costituzionali che trattino degli artt. 12 e 13 del d.lgs. 114/1998 definendone il carattere di disposizioni pro-concorrenziali.
Infatti, le disposizioni contenute negli articoli 12 e 13 del D.Lgs 114/1998 non si configurano come norme a tutela della concorrenza nel settore della distribuzione commerciale, ma si pongono più propriamente come disciplina dell'esercizio dell'iniziativa economica privata. La materia infatti non coinvolge profili inerenti alla tutela della concorrenza, intesa come rimozione dei vincoli all'accesso al mercato, ma piuttosto si riferisce nella sua sostanza alla regolamentazione dell'iniziativa economica privata, ai sensi e per effetto del principio costituzionale contenuto nell'art. 41 della Costituzione.
In questo quadro si deve tener conto dell'orientamento della giurisprudenza.
La Corte di Giustizia della Comunità europea, in più occasioni, non ha trovato contrastanti le normative nazionali degli stati membri sulla chiusura domenicale rispetto al principio di libera circolazione delle merci (cause C-312/89 e C-169/91). Tanto è stato ribadito anche con riferimento alla legislazione italiana (sentenza 2 giugno 1994, cause C-69/93 e C-258/93).
Nella sentenza relativa alla causa C-169/91 la Corte di Giustizia ha rilevato che "le normative in questione perseguivano un obiettivo legittimo alla luce del diritto comunitario. Invero, le discipline nazionali che limitano l'apertura domenicale di esercizi commerciali costituiscono l'espressione di determinate scelte, rispondenti alle peculiarità socioculturali nazionali o regionali. Spetta agli Stati membri effettuare queste scelte attenendosi alle prescrizioni del diritto comunitario, in particolare al principio di proporzionalità”.
Una precisazione circa l'effettiva portata dell'articolo 30 del trattato di Roma è contenuta in un'altra decisione dello stesso giudice (sentenza 24 novembre 1993, cause C-267/91 e C-268/91), dove si evince che gli operatori economici invocano sempre più spesso la norma in questione per contestare qualsiasi normativa che abbia l'effetto di limitare la libertà di commercio. Secondo la Corte, invece, le norme attinenti alle modalità di vendita non sono idonee ad ostacolare gli scambi, quando esse si applichino a tutti gli operatori del settore.
Anche le sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 9129 del 4 novembre 1994) hanno escluso che sia configurabile un diritto soggettivo all'apertura domenicale dei negozi riconducibile all'art. 30 del trattato UE, dal momento che il divieto di svolgimento dell'attività commerciale di domenica è una misura statale che non ricade nel campo di applicazione della stessa disposizione, poiché non provoca discriminazione, neppure dissimulata, fra prodotti nazionali e non.
Inoltre, la Corte afferma che le norme nazionali conferiscono alla P.A. un livello di discrezionalità, nell'esercizio del potere di disporre la chiusura domenicale, rispetto al quale i privati sono unicamente titolari dell'interesse legittimo a che esso sia esercitato in modo conforme alle leggi speciali in questione ed alle norme generali sull'azione amministrativa.
La stessa Corte Costituzionale si è più volta espressa per definire i rapporti tra competenze statali e regionali nelle materie di più incerto confine, quale quella in questione.
Con sentenza 13 gennaio 2004, n. 14, la Corte ha riconosciuto che la materia della concorrenza non presenta i caratteri di una materia di estensione certa, ma quelli di una funzione esercitabile sui più diversi oggetti.
Tuttavia, una dilatazione massima di tale competenza rischierebbe di vanificare lo schema di riparto dell’art. 117 Cost., che vede attribuite alla potestà legislativa residuale e concorrente delle Regioni materie la cui disciplina incide innegabilmente sullo sviluppo economico. Per stabilire la linea di confine tra il principio autonomistico e quello della riserva allo Stato della competenza trasversale in materia di concorrenza, occorre, secondo la Corte, utilizzare un criterio sistematico ed elaborare un criterio di ragionevolezza che consenta alle diverse competenze, regionali e nazionali, di convivere.
In tale prospettiva, proprio l’inclusione di questa competenza statale nella lettera e) dell’art. 117, secondo comma, Cost., evidenzia l’intendimento del legislatore costituzionale del 2001 di unificare in capo allo Stato strumenti di politica economica che attengono allo sviluppo dell’intero Paese. L’intervento statale si giustifica, dunque, per la sua rilevanza macroeconomica, mentre non riguardano la programmazione economico-finanziaria dello Stato gli interventi di carattere localistico o microsettoriale, quindi non qualificabili come macroeconomici, tali da non creare ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle cose fra le regioni e da non limitare l'esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale (art. 120, comma 1, Cost.).
In questa seconda categoria rientrano sicuramente le fattispecie oggetto della segnalazione antitrust in argomento.
Anche con la sentenza n. 401 del 19 novembre 2007, la Corte ha ribadito come sia essenziale il criterio della proporzionalità e dell’adeguatezza per definire l’ambito di operatività della competenza legislativa statale attinente alla “tutela della concorrenza” e conseguentemente la legittimità dei relativi interventi statali.
Per la Corte, la nozione di concorrenza, riflettendo quella operante in ambito comunitario, include in sé sia interventi “di regolazione e ripristino di un equilibrio perduto”, sia interventi mirati a ridurre gli squilibri attraverso la creazione delle condizioni per l’instaurazione di assetti concorrenziali. Rientrano, pertanto, nell’ambito materiale in esame le misure di garanzia del mantenimento di mercati già concorrenziali e gli strumenti di liberalizzazione dei mercati stessi.
La tutela della concorrenza si concretizza, in primo luogo, nell’esigenza di assicurare la più ampia apertura del mercato a tutti gli operatori economici del settore, in ossequio ai principi comunitari della libera circolazione delle merci, della libertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi.
La nozione comunitaria di concorrenza è definita come concorrenza “per” il mercato, la quale impone che il contraente venga scelto mediante procedure di garanzia che assicurino il rispetto dei valori comunitari e costituzionali sopra indicati.
Ciò non significa che non sussistano concomitanti esigenze di assicurare la cosiddetta concorrenza “nel” mercato attraverso la liberalizzazione dei mercati stessi, che si realizza, tra l’altro, mediante l’eliminazione di diritti speciali o esclusivi concessi alle imprese.
Ancor più specificamente attinente alla materia del Commercio è la sentenza n. 430 del 10 dicembre 2007, con la quale la Corte ha riaffermato come la materia della tutela della concorrenza non sia una “materia di estensione certa”, ma presenti i tratti “di una funzione esercitabile sui più diversi oggetti” e configurabile come “trasversale”. Queste peculiarità, da un lato, comportano che la tutela della concorrenza “influisce necessariamente anche su materie attribuite alla competenza legislativa, concorrente o residuale, delle Regioni”, dall’altro, impongono che la riserva allo Stato della competenza trasversale in materia di concorrenza sia in sintonia con l’ampliamento delle competenze regionali a seguito della modifica del Titolo V Cost.
Secondo la Corte, una volta che una norma sia ricondotta alla “tutela della concorrenza”, non si tratta di valutare se essa sia o meno di estremo dettaglio, ma “occorre invece accertare se, alla stregua del succitato scrutinio, la disposizione sia strumentale ad eliminare limiti e barriere all’accesso al mercato ed alla libera esplicazione della capacità imprenditoriale”.
Infine, con la sentenza n. 443 del 12 dicembre 2007, la Corte ha ricordato come materie quali la “tutela della concorrenza” o la “tutela dell’ambiente” siano contrassegnate più che da una omogeneità degli oggetti delle diverse discipline, dalla forza unificante della loro funzionalità finalistica, con i limiti oggettivi di proporzionalità ed adeguatezza, più volte indicati dalla Corte stessa.
Osservazioni sintetiche nel merito
In primo luogo occorre premettere che ormai diverse Regioni hanno disciplinato la materia del Commercio esercitando la propria competenza esclusiva, per cui il tema degli orari degli esercizi commerciali non può più sempre essere ricondotto al criterio della distinzione dei comuni in turistici (o d’arte) e non.
Ed allora: o si ritiene che la potestà regionale garantita dalla Costituzione non debba in questa materia potersi permettere di discostarsi da previgenti regimi statali, per loro stessa natura omogenei sul territorio proprio perché nazionali, e si va così a mettere in crisi un principio che informa il nuovo Titolo V così come riformulato dalla L.Cost. n 3/2001, oppure si ritiene che l’attività del legislatore regionale sia legittima ed allora la stessa va valutata oggettivamente e nel merito, sulla base degli effetti che la stessa, in modo documentato ed ex-post, dimostra di avere sull’equilibrio concorrenziale del mercato.
In relazione alle singole censure dell’Autorità Garante:
1) Il d.lgs 114/1998 ha previsto una regolamentazione sia degli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali, sia delle aperture e chiusure domenicali e festive.
In sostanza, il decreto ha introdotto il principio della libera determinazione dell'orario di apertura e chiusura da parte degli esercenti, nell’ambito di una regolamentazione regionale, avente come obiettivo principale l'omogeneizzazione sul territorio regionale del regime degli orari dei negozi, con particolare riguardo alle deroghe alle chiusure domenicali e festive, pur nel rispetto delle specifiche realtà locali.
E’ appena il caso di ricordare, in proposito, che il principio generale affermato dal d.lgs. 114/1998 è quello della chiusura domenicale e festiva degli esercizi e che le aperture costituiscono deroghe esercitabili in presenza delle condizioni stabilite dalla normativa regionale.
Insomma, se è vero che l'art. 12 del d.lgs 114/1998 ha liberalizzato l'orario di apertura degli esercizi commerciali nei comuni ad economia prevalentemente turistica e nelle città d'arte, è altresì vero che la stessa norma ha demandato alle Regioni l'individuazione degli uni e delle altre, nonché dei periodi di maggiore afflusso turistico nei quali applicare le deroghe agli orari di apertura e chiusura.
2) Per quanto riguarda l'obbligatoria chiusura degli esercizi commerciali in occasione di particolari festività religiose e civili, prevista da alcune normative regionali, occorre contestare che tale disposizione ponga un limite alla deroga all'obbligo di chiusura per gli esercizi commerciali al dettaglio in sede fissa sancita dall'art. 12, comma 1, del d.lgs n. 114/1998, tale da scoraggiare ed ostacolare l'attività imprenditoriale.
Tali obblighi di chiusura, infatti, previsti con carattere di generalità nei confronti di tutti gli esercizi commerciali, non sono in nessun caso inderogabili o indifferenziati, prevedendo tutte le normative regionali che li dispongono una competenza comunale in merito, in osservanza dei principi di sussidiarietà verticale, differenziazione ed adeguatezza sanciti dall’art. 118 della Costituzione.
D’altra parte, in tutte le leggi regionali che prevedono tali disposizione, scopo del legislatore è stato proprio quello di tutelare i diritti del lavoro, sia autonomo che dipendente, nonché la parità di condizioni competitive tra i piccoli esercizi verso i grandi, che hanno la possibilità di garantire l’apertura ricorrendo a personale stipendiato.
In punto di fatto, inoltre, si può eccepire che l'interesse collettivo perseguito dal legislatore regionale con tali norme sia ispirato all’esigenza di salvaguardare alcune festività religiose e civili che rivestono un particolare valore unanimemente condiviso nella nostra società e che, come tali, postulano anche momenti di raccoglimento, riflessione, quiete e riposo.
Le disposizioni regionali relative alla chiusura degli esercizi commerciali in tali festività religiose e civili costituiscono, dunque, attuazione di una scelta culturale, religiosa e socio-economica a tutela della persona come lavoratore, cittadino e come credente, che non stride con il principio comunitario e costituzionale di libera concorrenza (in questo senso anche Pretore Monza, 15 dicembre 1993).
Va, poi, sottolineato che la previsione di fasi concertative preliminari alle scelte, consente l'effettivo intervento nel procedimento a soggetti portatori di diritti costituzionalmente garantiti (artt. 35 e 36 Cost.) di rango non inferiore al diritto di libertà di iniziativa economica tutelato dall'art. 41 Cost.
Infine, non bisogna dimenticare che il legislatore nazionale, nel d.lgs. 114/1998, non ha demandato alle Regioni la sola individuazione dei comuni e degli ambiti a prevalente economia turistica, ma anche la durata dei periodi nei quali gli esercenti possono restare aperti: di conseguenza; appare pienamente legittimo anche sotto questo profilo l’avere individuato alcune chiusure obbligatorie in occasione di specifiche festività.
3) Per quanto concerne l'applicazione della liberalizzazione di cui all'art. 13, comma 1, del d.lgs. 114/1998, l’Autorità ha censurato l'individuazione effettuata da alcune Regioni di un canone ermeneutico per valutare la prevalenza di un’attività di vendita rispetto ad un'altra, contestando la discrezionalità nell’adozione di una definizione di “prevalenza” diversa da quella richiamata come “l’unica soluzione che si ritiene auspicabile dal punto di vista antitrust” ossia quella adottata da una circolare del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato, che calcola la prevalenza sulla base del volume d’affari totale dell’esercizio commerciale, riconoscendo tale prevalenza quando, con la vendita di generi appartenenti alle tipologie previste dalla norma statale, venga superata la soglia del 50% di fatturato complessivo dell’esercizio commerciale.
E’ indubbio che detta chiave interpretativa corrisponda ad un’interpretazione "rigida", essendo dimostrabile solo documentalmente, attraverso gli scontrini fiscali.
Si osserva in proposito che ancora una volta l’Autorità sembra dimenticare completamente la gerarchia delle fonti e sottomettere le scelte politico-istituzionali delle Regioni al dettato di atti quali sono le Circolari ministeriali.
Ci si chiede, inoltre, come possa la censurata interpretazione della prevalenza creare una lesione alla concorrenza, posto che essa viene applicata a tutti gli esercizi operanti sul territorio regionale.
Si ricorda, infine, che il criterio contestato fu adottato da alcune Regioni, proprio in considerazione della difficoltà che avrebbero avuto gli agenti di polizia municipale ad accertare la prevalenza basata sulla fatturazione, stante la necessità di effettuare controlli di tipo contabile e fiscale, che avrebbero reso più lungo, macchinoso ed oneroso il compito degli agenti.
Semmai, su un piano di opportunità, l’Autorità avrebbe potuto invitare il Coordinamento delle Regioni ad adottare, secondo le proprie potestà, una definizione univoca, ma sarebbe stata ben altra la strada da percorrere istituzionalmente.
In conclusione, mentre non può accettarsi l’interpretazione dell’Autorità secondo la quale, considerando gli artt. 12 e 13 del d.lgs. 114/1998 norme aventi carattere pro-concorrenziale, sussisterebbe un obbligo di disapplicazione della regolamentazione regionale o locale in contrasto con tali norme, l’affermazione apodittica dell’Autorità, secondo la quale “la liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura al pubblico degli esercizi commerciali…favorisce, a beneficio dei consumatori, la creazione di un mercato più dinamico e più aperto all’ingresso di nuovi operatori”, merita un ben diverso approfondimento, nell’ambito di problematiche molto complesse.
In quest’ottica, le posizioni dell’Antitrust, le valutazioni del Ministero dello Sviluppo Economico e le determinazioni delle Regioni si ritiene debbano essere oggetto di approfondimento in sede di Conferenza Stato-Regioni, in un’ottica di confronto e di leale collaborazione che conduca all’individuazione di elementi comuni che consentano omogeneità di soluzioni a problemi condivisi.
Roma, 21 maggio 2009.
 
(red/25.05.09)

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Turismo: giudizio negativo riguarda Ministero, non Brambilla

(regioni.it) Il giudizio negativo e' sull'istituzione Ministero e non sulla Brambilla ed e' un giudizio negativo di tutte le regioni che non sono state coinvolte ed abbiamo chiesto su questo tema un incontro a Berlusconi''. Vasco Errani, nella sua veste di presidente della  Conferenza delle Regioni, parlando con i giornalisti il 25 maggio a Bologna è tornato sulla questione per ribadire il giudizio negativo che riguarda non solo la procedura, ma anche la sostanza.
“Non c'è nessun tipo di investimento sul turismo oltre al taglio di 20 milioni dal bilancio dell'Enit. Occorre corrispondenza se vogliamo un grande sistema, servono politiche concertate, dove tutti mettono qualcosa. Qui invece c'e' solo il  nome (Ministero), ma non la cosa. Questo e' il problema, il resto è propaganda e con le passerelle non si risolvono i problemi'', ha detto ancora Errani che fra i vari problemi ha ricordato anche quello dell'aumento dei canoni demaniali,  tornato in campo dopo che e' saltata in Parlamento l'intesa siglata mesi fa con tutte le categorie e la stessa Brambilla  quando era ancora sottosegretario.
 
(red/25.05.09)

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Decreto Abruzzo e extrasconti farmaci

Conferenza Regioni Doc 21.05.09

09/045/CU/C7
Articolo 13
(Spesa farmaceutica ed altre misure in materia di spesa sanitaria)
Osservazioni di carattere generale
L’articolo in oggetto dovrebbe rappresentare la trasformazione in legge dell’accordo fra Governo, Regioni, Farmindustria e la filiera distributiva, intermedia e finale del farmaco del 15 ottobre 2008. Detto accordo fu sottoscritto, dalle parti, per consentire, al Servizio sanitario Nazionale, il recupero del danno economico subito in conseguenza al fenomeno degli extrasconti praticati dall’industria alla distribuzione intermedia e finale. 
L’accordo di cui sopra prevedeva:
a)      per i farmaci unbranded l’aumento di otto punti percentuali della quota di spettanza alla distribuzione intermedia e finale;
b)      la conferma, sia per i farmaci sotto tutela brevettuale che per gli altri farmaci a brevetto scaduto dei margini di cui alla legge 662/96;
c)      riduzione del prezzo dei farmaci unbranded, inseriti nelle cosiddette liste di trasparenza, del sette per cento;
d)      una trattenuta alle farmacie del 1,4 % calcolata sul valore dei farmaci erogati dalle stesse in regime di SSN come recupero del danno subito nell’anno 2008;
Le discrepanze fra l’accordo e l’articolo 13 del D.L. 39/2009 possono essere così riepilogate:
1)      Economie
Tutti i risparmi derivanti dall’applicazione della manovra vengono sottratti al Servizio sanitario Nazionale.
2)      Riduzione del prezzo dei farmaci
La riduzione del prezzo dei farmaci, nell’accordo, era intesa come una manovra per accelerare il riallineamento dei prezzi verso valori più bassi, riallineamento ostacolato dalla pratica degli extrasconti. La riduzione del prezzo per un periodo limitato di tempo è in evidente contrasto con lo spirito dell’accordo. L’incremento della quota di variazione degli stessi prezzi trova giustificazione nel ritardo (oltre sei mesi) con cui detto decreto è stato adottato.
3)      Sanzioni previste per gli extra sconti
Il decreto, pur ribadendo l’obbligo del rispetto delle quote di spettanza sul prezzo di vendita al pubblico prevede sanzioni solo nel caso del mancato rispetto di dette quote nella cessione idi farmaci unbranded. Cio porta ad una distorsione del mercato.
4)      Trattenuta a carico della farmacie
L’accordo, stipulato ad ottobre 2008, prevedeva di porre a carico della farmacia una quota pari al 1,4 % per un periodo di dodici mesi per far recuperare al SSN il maggiore onere sostenuto nell’anno 2008. Dal momento che detta pratica si è protratta fino ad oggi è ragionevole, come fatto per il taglio dei prezzi, prevedere, come riportato nelle precedenti versioni del decreto protrarre nel tempo detto recupero.
5)      Quote di spettanza sul prezzo di vendita al pubblico
Mediamente la reale quota di spettanza per il grossista, fissata dall’articolo 1 comma 40 della legge 662/96 nel 6,65 del prezzo al pubblico del farmaco, a causa di extrasconti che il grossista pratica alla farmacia è valutabile nel 3% del prezzo al pubblico del medicinale.
Sulla base di quanto esposto si propongono i seguenti emendamenti :
I)                   Al primo periodo del comma 1 lettera a) eliminare le parole “ e fino al 31 dicembre 2009” ;
II)                 Al terzo periodo del comma 1 lettera a) sostituire le parole “ dodici mesi” con “ diciotto mesi”
III)             all’ultimo periodo del comma 1 lettera b sostituire le parole “ Per la fornitura dei medicinali equivalenti di cui all’articolo 7, comma 1, del decreto-legge 16 novembre 2001, n. 347 , convertito, con modificazioni, dalla legge 16 novembre 2001, n.405, il mancato rispetto delle quote di spettanza previste dal primo periodo del presente comma ” con le seguenti “Il mancato rispetto delle quote di spettanza di cui al precedente capoverso e di quelle previste dall’articolo 1 comma 40 della legge 662/96” ;
IV)             sostituire la lettera c) di cui al comma 1 con : “ La quota di spettanza dei grossisti, sul prezzo di vendita al pubblico delle specialità medicinali di classe a) di cui all’articolo 8, comma 10 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 , prevista dall’articolo 1 comma 40 della legge 662/96 in 6,65 percento è rideterminata nel 3 percento. Il SSN nel corrispondere alle farmacie di quanto dovuto trattiene una quota pari al 3,65 per cento sul prezzo di vendita al pubblico al netto dell’imposta sul valore aggiunto ”
V)                Al comma 2 sostituire le parole “le economie derivanti dall’attuazione del presente articolo” con “Per un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge le economie derivanti dall’attuazione del comma 1 lettera c)”
VI)              Al comma 3 sostituire le parole “ le complessive economie derivanti per l’anno 2009 dalle disposizioni di cui al comma 1” con “le economie derivanti dall’attuazione del presente articolo” con “Per un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge le economie derivanti dall’attuazione del comma 1 lettera c)”
Inserire un ultimo comma all’articolo:
Le Regioni a Statuto speciale e le Province autonome di Trento e di Bolzano concorrono alle finalità del presente decreto ai sensi dei rispettivi statuti speciali e delle relative norme di attuazione, sulla base di apposito accordo bilaterale con i competenti organi dello Stato, destinando le economie derivanti dall’applicazione del comma 1 conseguite nei rispettive territori”.
Roma, 21 maggio 2009
 
(red/25.05.09)

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Carburanti: documento su distribuzione

Conferenza Regioni Doc 21.05.09

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni del 21 maggio ha approvato un documento sulla “distribuzione dei carburanti” per rispondere ad una segnalazione sul tema effettuata dall’Autorità Antitrust. Si riporta di seguito il testo integrale, pubblicato nella sezione “conferenze” del sito www.regioni.it .
09/047/CR/C11
Con recente segnalazione l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha formulato delle osservazioni in merito ad alcune discipline che le Regioni e le Province Autonome hanno elaborato in attuazione della legge n. 133 del 6 agosto 2008 in materia di distribuzione dei carburanti.
Sul piano del metodo va rilevato che il Garante ha inviato la propria segnalazione al Governo, alle Regioni e Province Autonome, interessate dalle censure, dopo avere fatto sue alcune segnalazioni da parte di qualche operatore, senza peraltro aver quantomeno avviato un procedimento informativo con le stesse.
Ciò premesso è fuor di dubbio che, pur in presenza di una competenza esclusiva regionale in materia di commercio, spetta allo Stato il compito di verificare che ai principi costituzionali di tutela della concorrenza e dei livelli essenziali delle prestazioni di cui all’art. 117 della Costituzione, sia assicurata vitalità ed operatività per mezzo delle norme di settore emanate dall'ente titolare della specifica competenza, in particolar modo qualora le leggi regionali tendessero ad introdurre limitazioni all'accesso e all'esercizio dell'iniziativa economica privata.
E' ormai acquisito, infatti, che l'attività commerciale deve fondarsi sul principio di libertà di iniziativa economica privata ai sensi dell'art. 41 della Costituzione e deve essere esercitata nel rispetto dei principi contenuti nella legge 287/1990, recante norme per la tutela della concorrenza e del mercato.
Per quanto riguarda il riparto di competenza tra Stato e Regioni in materia di tutela della concorrenza, la Corte Costituzionale (vedi sentenze: 13 gennaio 2004, n. 14, 27 luglio 2004, n. 272 ), pur riconoscendo da un lato che la nozione di tutela della concorrenza abbraccia nel suo complesso i rapporti concorrenziali sul mercato, ha ritenuto da un altro lato che una dilatazione massima di tale competenza, trattandosi di materia trasversale potenzialmente capace di incidere su un numero indeterminato di materie, rischierebbe di comprimere eccessivamente la competenza regionale.
La Corte ha ritenuto quindi doveroso elaborare un criterio di ragionevolezza che consenta alle diverse competenze regionali e nazionali di convivere. L'intervento statale si giustifica, pertanto, per la sua rilevanza macroeconomica: solo in tale quadro è mantenuta la facoltà dello Stato di adottare misure di rilevante entità incidenti sulle competenze regionali. Tali interventi devono essere idonei ad incidere sull'equilibrio economico generale.
Appartengono invece alla competenza regionale gli interventi sintonizzati sulla realtà produttiva locale, tali da non creare ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle cose fra le Regioni e da non limitare l'esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale (art. 120, comma 1, Cost.). In questa seconda categoria rientrano sicuramente le fattispecie oggetto della segnalazione Antitrust in argomento. Fattispecie che peraltro sono solo un tassello di una politica più complessiva che le Regioni e le Province Autonome da alcuni anni stanno conducendo a favore del miglioramento della qualità dell’aria, legata anche al traffico veicolare, a seguito di intese derivanti dall’accordo di Kyoto.
L’obiettivo della diffusione di veicoli alimentati a gas (metano o GPL) rappresenta un aspetto di una più ampia politica a tutela dell'ambiente che vede impegnati lo Stato, le Regioni e le Province Autonome da molti anni e con diversi interventi. Basti ricordare gli accordi di programma 2001e 2006 per il metano, le diverse misure per incentivare l’utilizzo di autovetture a metano e gpl; analoghe iniziative sono state attivate da diverse Regioni e Comuni.
E' risaputo che la scarsa diffusione di veicoli pubblici e privati alimentati da carburanti eco-compatibili trova storicamente causa nella lacunosa rete distributiva di metano e GPL: anche nelle Regioni maggiormente servite da questi carburanti, gli impianti con GPL raggiungono circa il dieci per cento del totale e quelli con metano il cinque per cento. La campagna di diffusione degli autoveicoli pubblici e privati a metano e GPL operata dal Governo e da alcune Regioni, per trovare continuità anche concluse le politiche pubbliche di incentivazione economica, deve pertanto essere supportata da una rete distributiva la più completa ed efficiente nel minor tempo possibile. Di talché ne deriva che la previsione dell’obbligo dell’utilizzo dei carburanti eco-compatibili deve essere letta esclusivamente nell’ottica di cui sopra e cioè ai fini della tutela ambientale e della tutela della salute pubblica.
In relazione a quanto sopra si ritiene di fondamentale importanza ricordare che tutta l’area della Pianura Padana, per le sue caratteristiche morfologiche che risultano particolarmente sfavorevoli per quanto attiene il ricambio dell’aria e la conseguente scarsa ventilazione del territorio, è riconosciuta da studi di livello internazionali come una delle più inquinate del mondo.
Tale situazione ha concorso a determinare, fra l’altro, per Regione Lombardia l’apertura di una procedura d’Infrazione da parte della Comunità Europea per aver superato la soglia massima di inquinamento ammessa per il livello di PM10. In situazioni da inquinamento particolarmente critiche, pertanto, l’introduzione dell’obbligo del prodotto metano per i nuovi impianti di distribuzione carburanti congiuntamente alle politiche programmatiche di trasformazione e ammodernamento della rete rappresenta uno strumento in più per cercare di attenuare l’inquinamento da PM10 .
I maggiori costi per la realizzazione di un nuovo impianto: l'erogazione di più carburanti può apparentemente comportare un maggior onere iniziale nella realizzazione di un impianto. Va però ricordato preliminarmente che le disposizioni recentemente emanate in materia di sicurezza da parte del Ministero dell’Interno (DD. MM. 11.9.2008 e 23.11.2008) consentono l’erogazione di carburanti liquidi e gassosi mediante apparecchi di distribuzione multiprodotto, anche in modalità self-service; il confronto va effettuato tra le condizioni attualmente poste per la realizzazione di un impianto e quelle esistenti nel momento in cui gli operatori già presenti sul mercato si sono insediati. Prima dell'entrata in vigore della legge 133/2008 e delle conseguenti normative regionali, la realizzazione di un nuovo impianto era subordinata al rispetto di superfici minime dell'area dell'impianto, distanze minime dagli impianti esistenti, obblighi di attività non-oil e limitazioni alle stesse nonché, in tempi ancora precedenti addirittura alla chiusura di almeno due/tre impianti esistenti e funzionanti.
Come è del tutto evidente tali vincoli comportavano certamente dei costi aggiuntivi per la realizzazione di un nuovo impianto. Costi che peraltro, a differenza della previsione dell’obbligo di un carburante eco compatibile, non avevano un ritorno economico per l’operatore.
Alla luce del favore che stanno incontrando le auto alimentate a gas presso i consumatori (anche a seguito dei citati incentivi pubblici a favore dell'acquisto di questi mezzi e dell’incentivazione a trasformazione a gas dei veicoli circolanti) la percentuale di auto e autocarri alimentati a gas è in forte crescita e consente il ritorno economico degli investimenti resisi necessari. Basti ricordare che l’immatricolazione dei nuovi veicoli a metano nell’anno 2006 era il 1,10% del totale, mentre nel 2009 tale percentuale è aumentata al 5,27%.
Conformità alla legge 133/08.
Il comma 21 dell'art 83 bis della legge 133/08 prevede che le Regioni e le Province autonome promuovano la diffusione dei carburanti eco-compatibili nel rispetto dei principi di non discriminazione previsti dal comma 17. Secondo l'Autorità la previsione dell'obbligo di erogazione di metano o GPL nei nuovi impianti contrasterebbe con le disposizioni del comma 17. Sia l'interpretazione letterale che quella teleologica del comma 17 convergono nel respingere l'opinione dell'autorità antitrust. Letteralmente il comma vieta di subordinare l'installazione e l'esercizio di un impianto di distribuzione carburanti a vincoli di natura commerciale (chiusura di impianti esistenti, rispetto di vincoli numerici, distanze minime tra impianti e superfici minime nonché restrizioni od obblighi circa la possibilità di offrire attività e servizi integrativi).
Inoltre, e si rientra nella finalità dell'intervento statale, i commi da 17 a 21 dell'art. 83 bis del legge 133/2008 costituiscono lo strumento utilizzato dallo Stato italiano per concludere positivamente il ben noto procedimento di infrazione comunitario n. 2004/4365. La Commissione europea non ha mai contestato al complesso normativo statale e regionale la possibilità di prevedere obblighi riguardo alla varietà di carburanti offerta all'interno di un nuovo impianto (obblighi in tal senso, d'altronde, erano già previsti se non altro per benzina e gasolio in tutte le Regioni); ne discende che il comma 17 non avrebbe avuto ragione di prevedere ciò che dalla Commissione europea non era stato mai richiesto.
La previsione di impianti multi-prodotto, iniziata originariamente con la richiesta di erogare benzina e gasolio, cui ora si aggiungono - per le succitate motivate esigenze ambientali cui si ricollega l'evoluzione del parco veicoli circolanti - il metano o il GPL, orienta anche la rete distributiva italiana verso caratteristiche di maggior modernità ed efficienza non solo per i consumatori ma per tutti i cittadini e l’ambiente.
Da ultimo si osserva che secondo l'Autorità gli incentivi a favore della diffusione di impianti con prodotti eco-compatibili dovrebbe avere natura essenzialmente economica. Letto come lo intende l'Autorità, il comma 17 sarebbe lesivo dell'autonomia finanziaria delle Regioni e delle Province Autonome sancita dal primo comma dell'art. 119 della Costituzione: la norma nazionale prevedrebbe infatti degli incentivi a favore dei carburanti eco-compatibili, ma ne scaricherebbe gli oneri alle Regioni. Si ricorda invece che quando lo Stato ha ritenuto che una determinata attività commerciale fosse meritevole di supporto economico ha previsto che lo Stato stesso erogasse (in tutto o in parte) i fondi necessari all'intervento: vedansi, ad esempio, la L. 266/97, la L. 296/06 (eliminazione barriere architettoniche) e la L. 289/02 (sistemi antintrusione).
Roma, 21 maggio 2009.
 
(red/25.05.09)

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Medicina penitenziaria: ripartizione Fondo sanitario 2008

Pubblicata in Gazzetta Ufficiale

(regioni.it) E' stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20 maggio 2009 la delibera del Cipe, relativa alla ripartizione del fondo sanitario 2008 destinate al finanziamento della sanità penitenziaria. Si riporta il testo integrale e il link alla tabella allegata: 
http://www.regioni.it/upload/fondosan08inGU20mag09.pdf
COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA DELIBERAZIONE 6 marzo 2009 Fondo sanitario nazionale 2008 - Ripartizione delle disponibilità finanziarie tra le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano destinate al finanziamento della sanità penitenziaria. (Deliberazione n. 9/2009). (09A05794)
IL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA
Vista la legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio sanitario nazionale;
Visto il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni ed integrazioni, concernente il riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell'art. 1, della legge 23 ottobre 1992, n. 421;
Visto l'art. 39, comma 1, del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, che demanda al CIPE, su proposta del Ministro della sanità, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, l'assegnazione annuale delle quote del Fondo sanitario nazionale di parte corrente alle regioni e province autonome;
Visto l'art. 115, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, il quale dispone che il riparto delle risorse per il finanziamento del Servizio sanitario nazionale avvenga previa intesa della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano;
Visto l'art. 2, comma 283, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria 2008) il quale prevede che, al fine di dare attuazione al riordino della medicina penitenziaria comprensivo dell'assistenza sanitaria negli istituti penali minorili, nei centri di prima accoglienza, nella comunità e negli ospedali psichiatrici giudiziari, sono definite con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), su proposta del Ministro della salute e del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze e con il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, d'intesa con la Conferenza Stato-Regioni, le modalità e i criteri per il trasferimento dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e dal Dipartimento della giustizia minorile del   Ministero della giustizia al Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle attrezzature e beni strumentali, in materia di sanità penitenziaria;
Visto l'art. 6, comma 1, del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° aprile 2008, il quale prevede che, ai fini dell'esercizio da parte del Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie afferenti alla medicina penitenziaria, le risorse finanziarie trasferite nelle disponibilità del Servizio sanitario nazionale sono quantificate complessivamente in 157,8 milioni di euro per l'anno 2008, in 162,8 milioni di euro per l'anno 2009 e in 167,8 milioni di euro a decorrere dall'anno 2010;
Visto inoltre l'art. 6, comma 3, del citato decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri il quale prevede che, nelle more del trasferimento alle Aziende sanitarie locali, per il tramite delle regioni, delle risorse finanziarie di cui al comma 1 e comunque, non oltre il 30 settembre 2008, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e il Dipartimento della giustizia minorile del Ministero della giustizia continuano a svolgere le funzioni di uffici erogatori dei trattamenti economici in godimento per il personale trasferito salvo gli eventuali conguagli di competenza delle Aziende sanitarie locali del Servizio sanitario nazionale;
Visto altresì l'art. 8 del richiamato decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri il quale stabilisce che il trasferimento delle funzioni   dell'Amministrazione   penitenziaria  e della Giustizia minorile alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e Bolzano avverrà solo a seguito all'emanazione delle norme di attuazione secondo i loro rispettivi statuti e che, pertanto, l'onere del personale dipendente di tali regioni e province autonome resta a carico del Ministero della giustizia;
Tenuto conto che il criterio di riparto della somma complessiva stanziata per l'anno 2008, pari a 157,8 milioni di euro e' agganciato alla spesa storica 2006, come quantificata dal Ministero della giustizia;
Vista la nota prot. n. 5487 del 29 dicembre 2008, con la quale la segreteria della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, ha trasmesso l'intesa sul riparto delle risorse finanziarie trasferite nella disponibilità del Servizio sanitario nazionale per l'anno 2008 ai sensi dell'art. 6 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° aprile 2008 ai fini dell'esercizio delle funzioni sanitarie afferenti alla medicina penitenziaria espressa nella seduta del 18 dicembre 2008;
Vista la nota prot. n. 1298-P del 13 gennaio 2009, con la quale il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali ha trasmesso la proposta di riparto tra le regioni e province autonome di Trento e Bolzano della quota di risorse trasferite nelle disponibilità del Servizio sanitario nazionale per l'anno 2008 e destinate al finanziamento della sanità penitenziaria;
Vista la nota del 25 febbraio 2009, con la quale il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali comunica di accantonare l'importo di 0,333 milioni di euro, a valere sul capitolo di spesa del Fondo sanitario nazionale, destinato a finanziare i maggiori oneri del personale delle regioni a statuto speciale e delle province autonome, considerato che alla data del 1° ottobre 2008 le regioni e le province autonome medesime non hanno adottato i regolamenti di attuazione in applicazione di quanto previsto dall'art. 8 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° aprile 2008;
Delibera:
Le risorse finanziarie trasferite ai sensi del comma 1, dell'art. 6,  del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° aprile 2008, nella disponibilità del Servizio sanitario nazionale ai fini dell'esercizio delle funzioni sanitarie afferenti alla medicina penitenziaria, quantificate complessivamente in 157,8 milioni di euro per l'anno 2008, sono destinate come segue:
a) l'importo di 32.323.602 euro è ripartito tra le regioni a statuto ordinario per il finanziamento delle spese sostenute dalle Aziende sanitarie locali nel periodo 1° ottobre-31 dicembre 2008, secondo l'allegata tabella che fa parte integrante della presente delibera;
b) l'importo di 125.476.398 euro costituisce il finanziamento delle spese sostenute dal Ministero della giustizia dal 1° gennaio al 30 settembre 2008. Di tale importo una quota di 0,333 milioni di euro resta accantonata a favore delle regioni a statuto speciale e delle province autonome tenuto conto che le medesime non hanno ancora adottato i regolamenti di attuazione in applicazione di quanto previsto dall'art. 8 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° aprile 2008 richiamato in premessa
Roma, 6 marzo 2009
Il Presidente Berlusconi
Il segretario del CIPE Miccichè
Registrato alla Corte dei conti il 5 maggio 2009 Ufficio controllo Ministeri economico-finanziari, registro n. 2 Economia e finanze, foglio n. 113

(red/25.05.09)
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