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Regioni.it
periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

n. 1676 - venerdì 29 ottobre 2010

Sommario3
- Conferenza delle Regioni il 4 novembre
- Politica agricola comune: le proposte delle Regioni per la riforma
- Piano infanzia: Rambaudi, "è solo virtuale"
- Piano infanzia: le osservazioni delle Regioni
- Burlando: Regioni chiedono di attenuare stretta finanziaria
- Sanità: Calabria impegnata per il piano di rientro

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Conferenza delle Regioni il 4 novembre

(regioni.it) Il Presidente Vasco Errani ha convocato una riunione straordinaria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome per giovedì 4 novembre 2010 alle ore 10.00 in Via Parigi, 11 a Roma.
L’Ordine del giorno è il seguente:
1)       Comunicazioni del Presidente;
2)       Esame questioni all’o.d.g. della Conferenza Unificata, con particolare riferimento all’Intesa sullo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di autonomia di entrata delle Regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario, ai sensi della legge 5 maggio 2009, n. 42;
3)       Commissione ambiente ed energia (Regione Piemonte) Proposta di documento per le audizioni delle Commissioni parlamentari in materia di prevenzione dei pericoli di incidente rilevante (normativa SEVESO) – Punto esaminato dalla Commissione nella riunione del 27 ottobre 2010;
4) Varie ed eventuali.
 
(red/29.10.10)

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Politica agricola comune: le proposte delle Regioni per la riforma

Conferenza Regioni Doc 28.10.10

(regioni.it) Un contributo per il futuro della Politica agricola comune (PAC) e soprattutto una serie di osservazioni per la definizione della posizione italiana in vista del negoziato per il post 2013. Questo in sintesi il senso del documento che la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha approvato nella riunione del 28 ottobre e che è stato illustrato nel corso di un’audizione (che si è tenuta nel pomeriggio del 28 ottobre) di fronte alle Commissione agricoltura della Camera da Dario Stefano (Assessore Regione Puglia), coordinatore della Commissione agricoltura della Conferenza delle Regioni.
Il documento è stato pubblicato nella sezione “conferenze” del sito www.regioni.it” , il link è:
Si riporta di seguito il testo integrale.
CONFERENZA DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME  - 10/103/CR07A/C10
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, dinanzi all’assenza di iniziative del Governo Nazionale, con senso di responsabilità e a seguito di un articolato confronto avviato a partire dalla I Conferenza Nazionale di ascolto sulla riforma della PAC che si è svolta a Bari nel mese di settembre, ha definito la posizione unitaria delle Regioni e delle Province autonome sul futuro della PAC dopo il 2013 quale contributo a disposizione del Governo e del Parlamento per la definizione comune e condivisa della posizione italiana da portare avanti nell’ambito del negoziato comunitario che si aprirà di qui a poco.
A tale riguardo la Conferenza ritiene opportuno e necessario che detta posizione vada formalmente ratificata in sede di Conferenza Stato-Regioni come pure ritiene necessario in virtù delle competenze riconosciute dalla Costituzione che una adeguata rappresentanza delle Regioni e delle Province autonome sia ricompresa nella delegazione italiana che parteciperà al negoziato in sede di Unione Europea.
1. Mantenimento della Politica Agricola Comunitaria e del suo budget
L’agricoltura europea sta attraversando un momento di profonda trasformazione, da imputarsi a tanti fattori, i principali dei quali sono sicuramente:
1) l’ampliamento dei mercati, a livello globale, sicché si assiste all’ingresso, nello stesso, di nuovi e potenti concorrenti oltre ad una rilevante quantità di nuovi consumatori, il tutto in assenza di adeguate regole, tali da consentire il funzionamento di un mercato globale articolato su realtà produttive profondamente diverse tra loro;
2) la comparsa di nuove forme, spesso inedite, di concentrazione oligopolistiche, nel campo della trasformazione industriale e della commercializzazione;
3) il periodico verificarsi di crisi di mercato, da imputare a squilibri, asimmetrie informative, presenza di esternalità, che finiscono, tra l’altro, per determinare la volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli;
4) l’assenza di un governo della sicurezza alimentare globale;
5)la possibilità offerta dalle nuove tecnologie che, integrando neuroscienze, nanotecnologie, genetica e TCI, offrono la possibilità di produrre su vasta scala una varietà, praticamente infinita, di prodotti alimentari personalizzati e adatti alle più svariate e disparate esigenze del consumatore;
6)le sfide alle quali l’agricoltura è chiamata a far fronte, principalmente l’ambiente e il cambiamento climatico.
Pertanto, l’attuale PAC appare, ormai, irrimediabilmente inadeguata a cogliere ed accompagnare la trasformazione in atto e, quindi, se da un lato si sottolinea la necessità di mantenere una politica agricola comune, per evitare squilibri territoriali e produttivi, tali da compromettere l’approvvigionamento alimentare, la salubrità delle produzioni, la salvaguardia ambientale e la tutela del paesaggio, con gravi effetti sociali in vaste aree, dall’altra si evidenzia la necessità di una revisione organica di tutta la Politica Agricola Comune, con riferimento tanto alle politiche di mercato che a quelle di sviluppo rurale, mantenendo l’articolazione in due pilastri.
La PAC deve intervenire sull’intero territorio comunitario e deve ispirarsi a principi di equità, seppure differenziati territorialmente, così come di seguito esplicitati.
Tenendo conto delle necessità espresse anche dai nuovi Stati Membri e dell’importanza di non diminuire i budget storici, al fine di mantenere adeguato il livello di stabilità di reddito in questi territori, si chiede di mantenere a livello comunitario un rapporto risorse/superfici commisurato anche a criteri di contesto e di redditività che, diversamente, destabilizzerebbero aree geopoliticamente strategiche dal punto di vista della produttività.
Per tutto questo, le risorse finanziarie da destinare alla PAC, nella sua globalità, devono essere adeguate alle sfide che l’agricoltura è chiamata ad affrontare. In tale contesto, sarebbe indispensabile un incremento delle risorse comunitarie per la politica agricola. Se tanto non sarà possibile, si chiede che sia confermato, almeno, l’attuale budget complessivo, a livello di bilancio comunitario ed a livello di Stato membro.
Un ulteriore riflessione riguarda la relazione tra i diversi fondi europei. L’efficacia dell’azione di sostegno all’economia europea necessita di una organica rilettura delle linee di intervento esistenti, al fine di definire una strategia comune a tutti i fondi, puntualizzando e integrando gli obiettivi di ciascuno, per migliorare le sinergie e ridurre gli attuali problemi di demarcazione. Appare ormai improrogabile la necessità di un miglior coordinamento ed integrazione tra i due pilastri della PAC, e tra questi e le altre politiche comunitarie, pur nella logica della separazione tra fondi, per eliminare le frequenti sovrapposizioni, tra gli stessi. Nel corso di questo periodo di programmazione abbiamo assistito ad una crescente difficoltà nella gestione della demarcazione tra i diversi strumenti, con un conseguente aumento della complessità amministrativa e dei costi di gestione delle politiche, senza che tanto si sia tradotto in un reale miglioramento dell’efficacia. Sul fronte delle relazioni con le Politiche di Coesione, quindi, vanno trovate delle integrazioni maggiori a livello di programmazione strategica comune, senza stravolgere l’attuale assetto di competenze dei diversi fondi.
2. Obiettivi della PAC
Si condividono gli obiettivi principali individuati dalla Commissione europea:
1) Obiettivo 1: la Sicurezza alimentare, come sostegno della funzione produttiva del settore agricolo, nel contesto di competizione mondiale, e garanzia di un reddito soddisfacente agli agricoltori.
2) Obiettivo 2: Gestione sostenibile delle risorse naturali attraverso la remunerazione adeguata del contributo dell’agricoltura alla produzione e/o mantenimento dei beni pubblici non remunerati dal mercato.
3) Obiettivo 3: sviluppo territoriale equilibrato, come mantenimento delle comunità agricole e sviluppo del territorio rurale.
3. Strumenti: A. Pagamenti diretti rivisitati secondo il principio di equità e di flessibilità degli strumenti di attuazione, anche in rapporto alle diverse tipologie aziendali e alle caratteristiche dei territori ove insistono le imprese agricole, all’interno di ogni Stato membro (o regione), fermo restando l’attuale ripartizione delle risorse finanziarie tra i diversi Stati membri. Questo significa, quindi, non ancorare il budget di ciascuno Stato membro al solo parametro della superficie, ma introdurre anche il parametro relativo al "potere di acquisto" in ciascun Paese.
I pagamenti diretti vanno garantiti agli agricoltori attivi (iscritti alla CCIAA e in possesso di Partita IVA), attraverso la definizione di criteri territoriali, produttivi ed organizzativi. Il valore di ciascun aiuto dovrebbe essere basato sulla commisurazione, degli aiuti stessi, al potere di acquisto degli Stati membri (PPS) e al grado di contribuzione, di tali ultimi, al bilancio comunitario. In particolare:
Il principio di equità dovrebbe tradursi in un sostegno base al reddito, ovvero, alla concessione di un pagamento diretto disaccoppiato di base, che fornisce un livello di aiuto uniforme a tutti gli agricoltori in uno Stato membro (o in una regione), connesso alla superficie agricola e al rispetto dei requisiti minimi ambientali (condizionalità semplificata, ma estesa ai temi dell’equità sociale e dell’etica del lavoro).
Il criterio organizzativo deve tenere conto di elementi correttivi riferiti sia alle aziende di grosse dimensioni, sia a quelle di dimensioni minime ma tali da essere definite imprese agricole attive.
Il criterio territoriale dovrebbe tradursi in una componente dei pagamenti diretti legata a svantaggi naturali ed ambientali e/o obblighi comunitari (aree svantaggiate di montagna e con specifici svantaggi naturali, aree Natura 2000 e aree vulnerabili ai nitrati).
Il criterio produttivo dovrebbe tradursi in un sostegno accoppiato, che tenga conto delle rese, del numero di capi e dell’importanza, ai fini economici e/o sociali, del mantenimento di alcuni tipi di agricoltura. In definitiva deve tener conto delle diverse tipologie di aziende, della loro struttura produttiva e quindi dei rispettivi costi e ricavi.
Il calcolo dei premi deve essere effettuato a livello di Stato membro/Regione, sempre sulla base dell’attuale ripartizione finanziaria.
B. Misure di mercato a sostegno della competitività. Tali misure devono essere finalizzate alla regolazione dei mercati, alla prevenzione delle crisi e al miglioramento della catena alimentare, per garantire la sicurezza quanti-qualitativa degli alimenti, l’equa distribuzione di valore tra i soggetti della catena, l’adeguata informazione ai consumatori, anche attraverso l’adozione di sistemi di tracciabilità e di adeguate etichettature. Un miglior funzionamento e trasparenza della catena alimentare è il presupposto per la stabilità di mercato. Per ottenere ciò occorrono degli strumenti propedeutici indispensabili.
Interventi per la creazione di una componente agricola ben organizzata. E’necessario, oltre che estendere il modello delle Organizzazioni dei Produttori alla maggior parte dei settori produttivi, sperimentare nuove modalità di organizzazione (sia nelle forme giuridiche, che negli strumenti attuativi), non solo per aggregare l’offerta, ma soprattutto per poter fare programmazione, applicare in modo efficace regole produttive (qualitative, igienico-sanitarie, ambientali e di benessere animale), operare interventi di mercato (anche di natura privata) e di promozione, eliminando il differente trattamento tra produttori di settori diversi (es. cereali, latte ecc), recuperando attenzione alle produzioni mediterranee.
Definizione di regole, da sottoporre ad una verifica pubblica, condivise dai soggetti della catena alimentare, che sostituiscano quelle delle varie OCM, in graduale eliminazione. A questo fine si rende necessario promuovere modelli organizzativi adeguati al mercato di riferimento: dalla filiera a valenza locale a quella proiettata nel mercato internazionale. Va valorizzato un approccio interprofessionale, all’interno delle quali siano fissate regole produttive comuni in cui si possano sviluppare, a beneficio della filiera, azioni di ricerca, di promozione, di sostenibilità ambientale ecc.. Inoltre è necessario incentivare lo sviluppo dell’agricoltura contrattualizzata in tutti i settori produttivi, sicché i soggetti che operano nelle diverse fasi della filiera possano stabilire, secondo una disciplina comunitaria uniforme, accordi e contratti trasparenti, in grado di adeguare l’offerta alla domanda e garantire un’equa distribuzione di valore aggiunto. La gestione di tali strumenti dovrebbe prevedere un livello comunitario di vigilanza e un livello nazionale/regionale di applicazione, con funzioni di garanzia.
Individuazione di nuovi strumenti in grado di preservare il reddito degli agricoltori non solo contro le perdite di prodotto, per le avverse condizioni atmosferiche, ma anche contro i rischi derivanti dalla volatilità dei prezzi e dei mercati. Relativamente agli strumenti di gestione, recentemente introdotti contro la perdita di prodotto (assicurazione del raccolto, degli animali e delle piante e fondi di mutualizzazione), è auspicabile che la riforma della PAC introduca alcuni interventi migliorativi e di semplificazione, in maniera da favorire un migliore grado di utilizzazione degli stessi da parte degli Stati membri, anche in sinergia ed in integrazione con i propri sistemi nazionali. Sono necessari nuovi strumenti di livello comunitario, non cofinanziati a livello nazionale, per la gestione dei rischi e delle crisi di mercato e, in particolare, la creazione di un fondo anticiclico in grado di intervenire nelle situazioni di crisi, affiancato, anche, da strumenti assicurativi. Un ulteriore importante strumento è rappresentato dalle misure per l’assicurazione dei crediti alle esportazioni del comparto agricolo, in analogia a quanto avviene negli altri settori produttivi, in grado di fornire garanzia sui pagamenti delle merci vendute sui mercati esteri.
Interventi tesi a favorire le esportazioni e dare garanzie ai produttori e ai consumatori europei, attraverso il riconoscimento di una maggiore reciprocità commerciale. La libera circolazione delle merci, di frequente, è ostacolata da barriere doganali e fitosanitarie applicate per impedire lo sbocco delle merci europee verso alcuni mercati di Paesi Terzi. La Commissione Europea deve farsi carico di gestire questi problemi, trattando direttamente gli aspetti amministrativi, fitosanitari e igienico-sanitari, nonché quelli dell’equità sociale e dell’etica del lavoro, con tali Paesi. Una maggiore reciprocità commerciale è quanto mai necessaria per i prodotti importati, in relazione agli sforzi che i produttori europei fanno per rispettare gli standard comunitari sulla sanità dei prodotti.
Garantire adeguate risorse finanziarie per la realizzazione dei controlli igienico-sanitari e fitosanitari, finalizzati a garantire la salubrità dei prodotti agroalimentari ed evitare la diffusione di organismi nocivi pericolosi. E’ necessario introdurre un regolamento comunitario che preveda il cofinanziamento dell’attività di controllo che gli Stati membri sono obbligati ad effettuare. Occorre, inoltre, garantire una adeguata e uniforme preparazione dei tecnici preposti ai controlli stessi. Accanto agli strumenti di prevenzione è opportuno istituire un fondo a livello comunitario per affrontare con tempestività ed efficacia eventuali emergenze fitosanitarie (l’attuale possibilità di finanziare, a consuntivo, interventi di emergenza già attuati è assolutamente inefficace).
C. Sviluppo rurale
Lo sviluppo rurale deve recuperare, a pieno, la funzione di politica territoriale. Conseguentemente, anche conservando gli obiettivi attuali, dovrà consentire interventi finalizzati a consolidare/sviluppare la competitività delle imprese del territorio.
A tal fine è opportuno, al pari di quanto avviene per le politiche di coesione, che si definiscano gli obiettivi da perseguire, senza la puntuale e spesso estremamente rigida definizione degli interventi. Si confermano, quindi, i seguenti obiettivi prioritari:
La competitività. Rafforzare la competitività dell’agricoltura europea attraverso il ricambio generazionale, l’accorciamento della filiera, la promozione e la introduzione delle innovazioni tecnologiche e produttive, capaci sia di valorizzare le specificità territoriali e le produzioni di qualità, che di adeguare i processi produttivi al cambiamento climatico, anche attraverso l’incentivazione delle energie rinnovabili. Non è condivisibile l’ipotesi di inserire nello sviluppo rurale strumenti di garanzia contro la volatilità dei mercati, che dovrebbero, invece, essere definiti a livello comunitario. L’introduzione di tali strumenti nello sviluppo rurale, quale politica gestita a livello locale, potrebbe comportare fenomeni distorsivi, o quanto meno non omogenei a livello comunitario, giacchè anche legati a capacità di cofinanziamento..
La gestione sostenibile delle risorse. Rafforzare il contributo dell’agricoltura alla mitigazione del cambiamento climatico e alla tutela delle risorse naturali (gestione delle risorse idriche, risorse forestali, conservazione della biodiversità e miglioramento della fertilità dei suoli). Nell’ambito di questo obiettivo, la natura degli interventi dovrebbe essere complementare a quanto previsto nel I pilastro, onde evitare le attuali sovrapposizioni e concentrare le politiche ambientali attive contrattualizzate e volontarie, esclusivamente, nell’ambito dello sviluppo rurale. Si potrebbe introdurre una premialità per quei progetti di sviluppo che, insieme alla componente di business, inglobano risultati e strumenti che rafforzano il contributo dell’agricoltura alla mitigazione del cambiamento climatico e alla tutela delle risorse naturali.
Lo sviluppo equilibrato del territorio rurale. Promuovere il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni rurali, attraverso il sostegno alle attività economiche ed il potenziamento dei servizi alle popolazioni locali. E’ necessario procedere ad un chiarimento, di natura normativa, sulle attività di diversificazione e di produzione di energia da prodotti o sottoprodotti, nelle aziende agricole, al fine di eliminare gli attuali vincoli esistenti (de minimis).
4. Flessibilità e semplificazione
• La definizione e la gestione delle politiche comunitarie deve essere svolta dall’entità territoriale amministrativa più vicina ai cittadini (gli Stati membri/Regioni), assecondando uno dei principi cardini della politica comunitaria, la sussidiarietà. Resta evidente che, la politica comunitaria deve essere esercitata dal livello amministrativo superiore (Unione Europea) quando garantisce maggiore efficacia ed efficienza ed uniformità. Tali sono gli interventi connessi al mercato, i principali dei quali sono: la gestione della volatilità dei prezzi, la protezione contro le crisi e gli aspetti connessi alla salvaguardia della qualità e della tipicità delle produzioni europee. Con riferimento alle diverse fasi della programmazione, gestione, implementazione e controllo delle politiche di sviluppo rurale è necessario che si aumenti la flessibilità del sistema, tale da renderlo adattabile alle diverse specificità territoriali, specie in quei paesi a forte decentramento regionale.
• Semplificazione delle procedure di attuazione delle politiche agricole, attraverso la eliminazione delle differenze ingiustificate di funzionamento tra fondi che, allo stato attuale, ostacolano una razionale ed efficiente utilizzazione integrata delle politiche comunitarie nel loro complesso (ad es. le politiche di coesione).
• Rivisitazione delle attuali regole sull’utilizzo delle risorse finanziarie (a partire dall’n+2), introducendo norme di flessibilità finanziaria all’interno dello Stato membro.
• Il sistema dei controlli deve essere proporzionato all’entità degli aiuti erogati ed effettuato sulla base dell’analisi del rischio, riducendo l’attuale insostenibile carico amministrativo.
• Semplificazione delle procedure per l’applicazione delle norme sugli aiuti di stato, prevedendo l’approvazione di Regimi di aiuto nell’ambito dei documenti di programmazione nazionali.
Roma, 28 ottobre 2010
 
(red/29.10.10)

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Piano infanzia: Rambaudi, "è solo virtuale"

(regioni.it) "Il piano Infanzia presentato dal governo su proposta dell'Osservatorio Infanzia e Adolescenza e attualmente all'esame della Commissione bicamerale Infanzia e' solo virtuale. Non prevede infatti nessuna risorsa". Lo dice Lorena Rambaudi, assessore regionale ligure e coordinatrice della Commissione politiche sociali per la Conferenza per le Politiche sociali, di ritorno dall'audizione in Commissione bicamerale dopo che la Conferenza delle Regioni ha gia' espresso parere negativo sul piano (vedi notizia successiva).
"In qualita' di coordinatrice della conferenza per le politiche sociali in commissione bicamerale - ha sottolineato Rambaudi - ho fatto presente la delusione da parte di tutte le regioni perche' lo strumento e' potenzialmente valido, ma così rischia di essere solo un esercizio di parole. Siamo molto preoccupati perché in questo modo si crea e si rinnova un?aspettativa che a livello locale non si riuscira' ad applicare". Rambaudi specifica che "sebbene anche il precedente piano infanzia non prevedesse un finanziamento specifico, comunque andava a pescare nel Fondo sociale indistinto che nel 2005 aveva 1 miliardo di euro, mentre oggi con 75 milioni praticamente non esiste più”. Se dunque il primo Piano infanzia degli anni 2000-2002 poteva contare su risorse dedicate e il secondo degli anni 2002-2004 sul Fondo sociale, il terzo che dovrebbe nascere ora di fatto non puo' contare su alcun finanziamento. "Il dato politico - conclude Rambaudi - e' che, senza risorse, il piano nazionale sui servizi per l'infanzia non svolge la sua funzione e rimane solo una bella descrizione. Tutto cio' avra' pesanti ripercussioni locali".
 
(red/29.10.10)

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Piano infanzia: le osservazioni delle Regioni

Conferenza Regioni Doc 28.10.10

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 28 ottobre, ha approvato un documento sul “III piano biennale di azioni e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva”. Il testo è stato illesutaro nel corso dell’audizione che si è tenuto lo stesso giorno presso la commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.

Il documento è stato pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it . Il link è:

http://www.regioni.it/upload/281010Piano_infanzia.pdf

Si riporta di seguito il testo integrale.

CONFERENZA DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME - 10/106/CR06/C8

Audizione presso la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza in merito al III piano biennale di azioni e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva

La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome esaminato lo schema di Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva, rileva: in via preliminare che, non essendo ancora fissati i Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali e socio-educative, il Piano, non è rispettoso delle competenze attribuite ai diversi livelli di Governo dall’attuale quadro costituzionale e dalle recenti norme in materia di Federalismo fiscale; pertanto l’attuazione dello stesso dovrà essere ampiamente condivisa con le Regioni cui spettano indirizzi e programmi per il territorio di afferenza.

In questo quadro, proprio per la condivisione sull’importanza di politiche a favore dell’infanzia e dell’adolescenza, diventa dirimente, l’individuazione di risorse finanziarie per lo sviluppo di tali politiche, anche secondo quanto previsto dalla legge 451/97, come modificata dal DPR. 14 maggio 2007, n. 103, laddove si prevede che il Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva "sia lo strumento di applicazione e di implementazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo", conferendo "priorità ai programmi riferiti ai minori", ed individuando le modalità di finanziamento degli interventi in esso previsti.

Le modalità di finanziamento sono quindi considerate anche dal legislatore statale, come condizione per rendere operativa e credibile la programmazione contenuta nel Piano stesso, che rappresenta un impegno delle Regioni nei confronti dei propri cittadini. Se gli impegni e gli indirizzi indicati nel Piano diventano "meramente programmatici" il loro significato assume un profilo virtuale e fa venire meno anche la stessa previsione biennale del Piano.

Nelle azioni non vengono definiti con sufficiente chiarezza "competenze e responsabilità" tra "promotori" e "collaboratori" che sul piano attuativo hanno responsabilità completamente differenti. Anche la introduzione nelle "azioni di sistema" delle Amministrazioni Provinciali desta perplessità in relazione ai ruoli che la pianificazione regionale ha già attribuito alle stesse e che nella gran parte dei casi non sono conformi a quanto è stato individuato nel Piano.

In sintesi, le Regioni e le Province autonome, proprio nel condividere l’approccio complessivo del Piano, e apprezzando l’impegno in esso contenuto circa l’adeguamento di normative vigenti (affido familiare, Testo unico delle leggi sull’infanzia e l’adolescenza, legge 53/2000 e DLgs 151/01, innovazioni in tema di giustizia minorile, promozione dell’interculturalità, etc.), non possono astenersi dal rilevare criticità sui contenuti generali, quali:

1. Assenza di risorse finanziarie certe (anche come rifinanziamento di leggi vigenti);

2. Livelli Essenziali delle Prestazioni: sono indicati dal Piano più volte in termini formali, per assicurarne "attenzione costante e prioritaria" (pag. 8), e come obiettivo generale del "sistema di tutele e garanzie dei diritti delle persone di minore età".(pag 18). Di fatto, l’individuazione dei LEP è richiamata solo per alcune azioni (servizi integrati per la prima infanzia) pag 10), adozione nazionale ed internazionale (pag 15), contrasto alla pedofilia e pedopornografia (pag 25), funzioni di proposta politica da parte del garante (pag 21). Sembra ovvio, che senza la preventiva definizione dei livelli essenziali per l’infanzia, all’interno delle politiche sociali, attraverso specifico accordo con la Conferenza Unificata e in armonia con le norme del Federalismo (legge 42/09 e successivi Decreti anche in corso di emanazione), il Piano è destinato ad essere un documento di intenti;

3. Sono state eliminate, nella quasi totalità delle schede, rispetto alla versione licenziata dall’Osservatorio, le indicazioni sugli "Strumenti" e sui "Tempi", rendendo in questo modo "difficilmente verificabili" gli impegni da assumere;

4. Particolarmente per i temi dell’esclusione sociale e dell’immigrazione emerge un approccio molto orientato alla "riparazione" (fatto salvo quanto evidenziato sui rapporti intergenerazionali), piuttosto che alla prevenzione e alla promozione di opportunità;

5. Sull’organizzazione dei servizi per minori, fatte salve alcune eccezioni, manca il riferimento esplicito all’approccio multidisciplinare e al lavoro di équipe, anche come necessario supporto a concrete possibilità di valorizzazione dell’apporto del Privato sociale;

6. Circa l’ascolto del minore, al di là dell’affermazione di massima della sua necessità, si rileva spesso il venir meno del riferimento a strumenti e metodi che ne rendano possibile e misurabile la concreta attuazione.

Nel merito delle singole schede si rileva che:

a. Le schede relative al "sostegno alla genitorialità" (A03 e A08) sottendono un approccio assistenzialistico, contrario alla logica dell’welfare delle opportunità: il sostegno alla genitorialità dovrebbe permeare tutte le politiche pubbliche e non solo essere declinato per le famiglie con fragilità, né può esaurirsi con la sperimentazione di servizi educativi domiciliari (es. nidi). In proposito, è da segnalare, in ordine a quanto rilevato sul rispetto delle competenze istituzionali, la previsione di un "avviso pubblico" statale per la sperimentazione di asili domiciliari, (si ricorda in proposito quanto già affermato nel merito dalla Corte costituzionale con sentenza 320 del 2004);

b. E’ da precisare come l’allontanamento dalla famiglia, sia oggi da considerare "residuale" e riservato ai casi di assoluta necessità, attivando sostegni ed aiuti alla famiglia di origine. Le condizioni di indigenza della famiglia devono essere contrastate con adeguate forme di sostegno; già la legge 149/01 "Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori" stabiliva che le condizioni di indigenza dei genitori non potessero "essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia". Eventuali "patologie" del sistema rispetto ai già vigenti obblighi di legge (cioè eventuali allontanamenti per meri motivi di indigenza della famiglia) devono essere affrontate come fatti specifici e non possono rappresentare lo schema di riferimento della programmazione nazionale.

c. Le schede A07 e A08 che propongono linee di orientamento per il Servizio Sociale e per la prevenzione dell’allontanamento dalla famiglia, richiedono di essere sostenute con importanti finanziamenti, proprio per mettere in atto le risorse necessarie ad attivare servizi preventivi;

d. Appaiono carenti e tra loro scarsamente integrate le misure a favore degli adolescenti (scheda A13), particolarmente nell’ottica di promozione di opportunità, di prevenzione, di cittadinanza attiva. Rispetto alla precedente stesura è inoltre stato eliminato il riferimento "a finanziamenti dedicati" dello Stato;

e. La scheda sul sostegno alla frequenza scolastica contro l’esclusione sociale (A14) introduce le "zone di educazione prioritaria "e le "scuole di seconda occasione" che suggeriscono "categorizzazioni" e strumenti "potenzialmente ghettizzanti", contrari agli indirizzi di integrazione sociale;

e. Nella scheda relativa ai minori disabili e con difficoltà di apprendimento (B07), proprio per i motivi sopra indicati, è "discutibile" l’introduzione della "salvaguardia di scuole specialistiche integrate" per favorire l’apprendimento in presenza di specifiche disabilità;

f. Riguardo all’azione sul ricongiungimento familiare degli stranieri (D01), premesso che la legge 94/09 ha ristretto tale opportunità anche rispetto alla certezza dei tempi, si segnala che, per promuovere interventi di qualità, occorre prevedere l’informazione agli Enti locali sulle domande e sulla tempistica del ricongiungimento, in modo da consentire loro di organizzare preventivamente l’accoglienza del ragazzo, (es: nei servizi educativi, nell’ambito del diritto allo studio, etc.)

g. Sul rafforzamento del ruolo delle seconde generazioni (D07), occorre considerare che, dal punto di vista della loro condizione giuridica, i minori e gli adolescenti in questione, vivono, in linea di massima, una condizione di "inferiorità" rispetto ai loro coetanei con cittadinanza italiana. E’ una consapevolezza che si evidenzia soprattutto al compimento del diciottesimo anno di età, quando per la prima volta sono chiamati a giustificare la loro presenza in funzione dell’ottenimento di un permesso di soggiorno per motivi di studio o di lavoro, con l’improvvisa percezione della loro potenziale esclusione dalla società in cui sono cresciuti. Occorre inoltre non trascurare l’aspetto della cittadinanza, anche tramite la modifica della legge 91/92, come peraltro previsto, nella precedente stesura del Piano.

Infine, non ultimo in ordine di importanza, ma collegato allo stesso successo del Piano, si sottolinea che per le rilevanti funzioni conferite dalla norme statali all’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, è importante ed urgente procedere alla riconferma di tale organismo, di perdurante utilità, per analisi, proposte e valutazioni, che vedano correttamente rappresentate le diverse istanze istituzionali e sociali 1.

1 Art 10 DPR 103/2007. "Tre mesi prima della scadenza del termine di durata, l'Osservatorio e il Centro di documentazione presentano una relazione sull'attività svolta ai Ministri delle politiche per la famiglia e della solidarietà sociale, che le trasmettono alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ai sensi di quanto disposto dall'articolo 29, comma 2-bis, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, ai fini della valutazione congiunta della perdurante utilità degli organismi e della eventuale proroga della durata, comunque non superiore a tre anni, da adottarsi con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri delle politiche per la famiglia e della solidarietà sociale."

A conclusione di quanto esposto, al di là degli aggiustamenti tecnici sopra evidenziati, il mancato riferimento a risorse finanziarie e la non determinazione dei livelli essenziali (come previsto dall’articolo 117, lettera m) della Costituzione), non consente allo stato attuale una valutazione positiva sul Piano e sulla sua concreta operabilità.

Roma, 28 ottobre 2010

 

(red/29.10.10)

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Burlando: Regioni chiedono di attenuare stretta finanziaria

(regioni.it) “Fare bilanci con i fondi tagliati dalla manovra e' impossibile e avere altri soldi sembra esserlo altrettanto". E' quanto ha dichiarato il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. "Gestire una Regione in questo quadro finanziario non si può: sarà pur vero che si possano fare alcune azioni di ricopertura di Bilancio Regionale ma non certo per cifre di questa entita'. Passare da 220 a 70 milioni, dopo i tagli attesi della finanziaria, e garantire i servizi di prima e' molto difficile. Il bilancio che stiamo preparando va comunque fatto adesso: i capigruppo del Consiglio hanno avuto un atteggiamento molto disponibile e hanno acconsentito che la sessione di bilancio fosse di 30 giorni e non di 45 per concluderlo in tempo. Se il governo acconsentirà a sbloccare i fondi FAS, gli investimenti in sanità e a farsi carico in tutto o in parte del TPL, ce la potremmo comunque fare? ha continuato Burlando -. D'accordo con tutta la Giunta siamo contrari a istituire tasse di scopo: partecipare a uno sforzo di risanamento e' giusto ma che le Regioni sopperiscano con le loro finanze a tagli per 5 miliardi e' impossibile. La manovra finanziaria, cosi' come e' scritta attualmente, prevede che i tagli possano riguardare anche gli investimenti in sanità, ma le Regioni chiedono al governo di non toccare il comparto; anche sui FAS ci sono molti timori: abbiamo chiesto al ministro Fitto una risposta definitiva. Vorremmo anche mantenere la Liguria tra le Regioni che usano i FAS per gli investimenti e non per tappare i buchi, come proposto dall'articolo 6 del Patto di stabilità. E se la manovra non cambia anche il Trasporto Pubblico Locale andrà in fibrillazione a livello nazionale". Burlando ha poi concluso: "Le Regioni hanno chiesto al governo di esaminare tre partite particolari: gli investimenti in sanita', i fondi FAS, il TPL e hanno proposto di attenuare la stretta finanziaria sulle loro finanze con i fondi disponibili del decreto Milleproroghe che, come riportato dalla stampa, ammonterebbero intorno ai 5/7 miliardi di euro".
 
(red/29.10.10)

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Sanità: Calabria impegnata per il piano di rientro

(regioni.it) E' stato lo stesso Presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, a presentare il 27 ottobre al ministero dell'Economia il Piano di rientro dal deficit sanitario messo a punto dalla giunta da lui presieduta. Dopo questo primo incontro, il confronto tra la Regione e i tecnici del ministero continuerà comunque nei prossimi mesi per verificare la messa a punto del Piano.
Il Piano di rientro prevede la ridefinizione della rete ospedaliera (18 presidi da disattivare e riconvertire in due fasi); la ridefinizione dell'Adi; la riqualificazione del Servizio Sanitario Regionale; la riqualificazione dell'elisoccorso; la razionalizzazione della farmaceutica; la razionalizzazione dell'acquisto di bei e servizi; il personale.
“Abbiamo finalmente messo le basi per avviare in Calabria una nuova stagione in grado di offrire in prospettiva una sanita' nuova e servizi di qualità”. Questo il primo commento del Commissario per la Sanita', Giuseppe Scopelliti, al termine della positiva riunione del ''tavolo Massicci'' tenutasi a Roma. I Ministeri competenti - si legge in una nota dell'Ufficio stampa della Giunta regionale - hanno riconosciuto valida la quantificazione del debito commerciale in 1,2 miliardi di euro cosi' come comunicato recentemente dal Governatore ed e' stato deciso, grazie alla concrete azioni messe in campo dalla Regione Calabria, che sarà possibile utilizzare i fondi Fas a copertura del debito al 31 dicembre 2008 ed accendere i mutui a tasso agevolato per ripianare la parte relativa ai debiti sanitari dal 2001 al 2005. I rappresentanti del Ministero hanno infatti apprezzato il modus operandi del Commissario Scopelliti giudicando positivamente, in via preliminare, la riorganizzazione delle rete ospedaliera, territoriale e dell'emergenza-urgenza. All'appuntamento, erano inoltre presenti i due sub commissari
Giuseppe Navarria ed il Generale della Guardia di Finanza, Luciano Pezzi, il Direttore Generale della Presidente della Giunta, Franco Zoccali, il Dirigente Generale del Dipartimento salute Antonino Orlando ed altri dirigenti. ''Sono convinto che alla prossima riunione del tavolo Massicci, così come avvenuto per altre Regioni, avremo la possibilità di poter utilizzare una prima trance degli 800 milioni di premialità attualmente fermi ai ministeri per le inadempienze della precedente amministrazione - ha affermato il Presidente Giuseppe Scopelliti. Questa mattina nel corso dell'incontro sono state affrontate le problematiche in riferimento alle scadenze previste. Il tavolo si e' riservato l'esame su alcuni decreti ed al prossimo appuntamento sarà espresso il giudizio definitivo. Abbiamo portato atti concreti, un gioco di squadra dei vari uffici del Commissario, dimostrando che questa classe dirigente in Calabria ha deciso, in piena sintonia con il mandato dei cittadini, di attivare procedure tese a realizzare un'inversione di tendenza per far si che la Regione possa essere in grado di affrontare la stagione del federalismo ed abbiamo riscontrato l'apprezzamento del tavolo Massicci. C'e' la concreta possibilità che l'importo di 1,2 miliardi di euro possa ridursi nei prossimi mesi poiché abbiamo messo in atto una serie di azioni: la conciliazione con aziende e fornitori e gli atti transattivi. Questa prima riunione - ha concluso il Presidente della Calabria - rappresenta un primo punto importante, da parte nostra daremo un'ulteriore accelerazione per rispettare le scadenze previste e avviare, finalmente, la riorganizzazione della sanità calabrese”.
 
(red/29.10.10)
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