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Regioni.it
periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

n. 1701 - martedì 7 dicembre 2010

Sommario3
- Conferenza delle Regioni il 9 Dicembre
- Federalismo fiscale e costi standard: tavolo tecnico-politico
- Pmi: Regioni su documento su Small Business Act
- Statuto delle imprese: osservazioni ed emendamenti
- Nota su manovra e contenimento spese per il personale
- Associazionismo comunità montane: riparto 2010

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Conferenza delle Regioni il 9 Dicembre

Nel pomeriggio Stato-Regioni e Unificata

(regioni.it) Il Presidente Vasco Errani ha convocato una seduta straordinaria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome per giovedì 9 dicembre ore 11.30 (Via Parigi, 11, Roma).
All’ordine del giorno gli argomentiche saranno esaminati nel corso della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Unificata che il Ministro Raffaele Fitto ha convocato rispettivamente alle ore 16.00 e alle ore 16.30 dello stesso giorno. La Conferenza delle Regioni si soffermerà in modo particolare sull’Intesa sullo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di autonomia di entrata delle Regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario, ai sensi della legge 5 maggio 2009, n. 42.
Sul tavolo della Conferenza delle Regioni anche il tema della riduzione delle risorse statali in relazione alle conseguenze per il trasporto pubblico locale e alle misure di politica regionale. Infine fra gli altri temi che saranno affrontati solo dalla Conferenza delle Regioni c’è la richiesta proroga dei termini al 1° gennaio 2013 per l’accreditamento delle strutture socio sanitarie.
Gli ordini del giorno integrali della Conferenza delle Regioni, della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Unificata possono essere consultati nella sezione “conferenze” del sito www.regioni.it.
 
(red/07.12.10)

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Federalismo fiscale e costi standard: tavolo tecnico-politico

Fitto convoca la riunione per il 9 dicembre alle 10.00

(regioni.it) Il Ministro per i rapporti con le Regioni e la coesione territoriale, Raffaele Fitto, ha convocato giovedì 9 dicembre alle 10 un tavolo tecnico-politico con le Regioni e le Province. Lo ha reso noto lo stesso Dipartimento per gli affari regionali con un comunicato.
"Al centro della riunione con i rappresentanti delle autonomie locali, che si svolgerà presso la sede del Ministero in Via della Stamperia 8, la prosecuzione del confronto sullo schema di decreto legislativo in materia di autonomia fiscale di Regioni e Province e di costi e fabbisogni standard nel settore sanitario".
 
(red/07.12.10)

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Pmi: Regioni su documento su Small Business Act

Conferenza Regioni Doc 18.11.10

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome (nella riunione del 18 novembre 2010) ha elaborato una serie di proposte e di osservazioni sul “Documento di revisione dello Small Business Act”.
Tali proposte sono contenute in un documento che è stato pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it.
Il link è:
Si riporta di seguito il testo integrale.
Conferenza delle Regioni e delle Province autonome - 10/123/CR13b/C11
Lo Small Business Act per l’Europa nasce nel giugno 2008 con l’obiettivo di ricondurre ad un quadro coerente ed organico tutti gli strumenti politici esistenti a favore delle piccole e medie imprese, che vengono poste, nel nome del principio “Pensare anzitutto in piccolo” al centro del processo decisionale europeo, dalla formulazione delle norme, all’implementazione delle politiche, fino all’erogazione dei pubblici servizi.
Il documento comunitario articola in dieci principi gli interventi che a livello di Commissione UE e di Stati membri si ritengono strategici per creare condizioni di concorrenza paritarie per le PMI e per migliorare il contesto giuridico e amministrativo in cui le stesse si trovano ad operare: tra gli altri la promozione dell’imprenditorialità e della “seconda possibilità” per chi abbia sperimentato l’insolvenza, l’adeguamento del contesto normativo alle esigenze delle PMI e la semplificazione amministrativa per l’avvio dell’attività d’impresa, il miglioramento dell’accesso agli appalti pubblici e agli aiuti di Stato, l’accesso al credito e alla puntualità dei pagamenti nelle transazioni commerciali, l’accesso ai brevetti e ai modelli depositati, l’efficienza energetica, l’aggiornamento delle competenze e il sostegno ad ogni forma di innovazione e all’accesso delle piccole e medie imprese sui mercati internazionali.
Per ciascuno dei principi la comunicazione individua da un lato le iniziative e gli strumenti da adottare a livello comunitario, e dall’altro invita gli Stati membri ad attivarsi a livello nazionale e locale con linee di intervento diversificate a seconda delle specificità territoriali, nel rispetto dei principi della sussidiarietà, della parnership e della proporzionalità.
Come sintetizza la relazione sull’attuazione dello Small Business Act a dicembre 2009, gli Stati membri si sono impegnati nel recepimento degli indirizzi dello SBA nei rispettivi programmi politici nazionali, anche se con impostazioni e strategie eterogenee e soprattutto con risultati disomogenei.
A fine 2009 l’Italia, salvo alcuni iniziative sporadiche nell’accesso al credito, e nella semplificazione amministrativa e normativa, evidenzia da un lato una carenza di interventi negli ambiti delle tematiche ambientali e degli appalti pubblici, dall’altro un ritardo nel recepimento integrale della comunicazione comunitaria.
Nel marzo 2009 il Ministero dello Sviluppo economico ha insediato il Tavolo di iniziativa per la realizzazione degli adempimenti previsti dallo SBA per le PMI, ai cui lavori, organizzati in sei tavoli tematici, hanno preso parte le associazioni di categoria delle PMI, i rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e delle Amministrazioni centrali interessate, la Conferenza delle Regioni, i rappresentanti degli enti territoriali e delle Camere di commercio, del sistema bancario e del Comitato economico e sociale dell'U.E.
Gli esiti dell’attività dei tavoli tematici sono confluiti nella direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 4 maggio 2010 che, allo scopo di dare piena attuazione in Italia ai principi dello Small Business Act per l’Europa, impegna le Amministrazioni dello Stato, per quanto di competenza, ad uniformare la propria azione alle linee direttrici di azione che ne scaturiscono e invita le Regioni, le Province e i Comuni, per quanto di loro competenza e ai medesimi fini, a conformare la propria azione ai principi stessi.
Merita ricordare che sulle medesime tematiche - lo sviluppo e la competitività delle PMI - tra il 2009 e il 2010 vengono elaborati altri testi legislativi:
·                     il disegno di legge annuale per le PMI, esplicitamente richiamato dalla direttiva nazionale, predisposto dal Tavolo permanente delle PMI, istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico con DM del marzo 2010, composto da tecnici in rappresentanza delle associazioni imprenditoriali, degli organismi associativi degli enti locali, dell’ABI, dell’IPI, dell’ISTAT ecc., con l’assenza delle Regioni che sono state invitate soltanto informalmente in occasione delle riunioni del 14 giugno e del 21 settembre e che solo con comunicazione del 30 settembre u.s. sono state invitate a partecipare formalmente. Peraltro compiendo un passo indietro rispetto alla procedura seguita in occasione dell’adozione della direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 4 maggio 2010 sopra richiamata, che ha visto il pieno coinvolgimento delle Regioni.
·                     un testo unificato di iniziativa parlamentare recante “Norme per la tutela della libertà di impresa – Statuto delle Imprese”, che tra le finalità ha quella di garantire la piena applicazione dello Small Business Act e che a sua volta, nel testo licenziato dalla Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati in data 5 ottobre u.s.prevede l’adozione, entro il 30 giugno di ogni anno, di una legge annuale per la tutela e lo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese.
In questo contesto, in cui il livello nazionale si trova tuttora impegnato a recepire i principi della comunicazione originaria sullo Small Business Act, si innesca il processo di revisione dello SBA attivato la scorsa primavera dalla Commissione europea con il triplice scopo di:
1.      fare il punto sui progressi realizzati nell’attuazione a livello comunitario e di Stati membri, individuare le carenze e porvi rimedio;
2.      correlare lo SBA con la nuova agenda politica Europa 2020, attraverso la definizione di nuove iniziative riconducibili ai dieci principi originari, ma senza modificarne la struttura di fondo;
3.      raccogliere proposte afferenti il processo di attuazione, monitoraggio e governance degli interventi, specie a livello di Stati membri.
Il processo di consultazione degli Stati membri, che dovrebbe concludersi entro dicembre 2010 con l’adozione di una nuova comunicazione UE, ha visto lo Stato italiano impegnato nella predisposizione di un documento che solo parzialmente verte sugli ambiti chiave richiamati dalla Commissione e che è invece imperniato sulle tematiche della regionalizzazione dello SBA, del contratto di rete europeo, del venture capital, dell’introduzione dell’AIR a livello europeo.
Ma soprattutto sembra opportuno porre l’accento sul fatto che la proposta ministeriale è stata inviata, in assenza di qualunque confronto in merito con le Regioni, alla Commissione europea lo scorso agosto 2010.
Il presente documento prende a riferimento la proposta ministeriale, di cui conserva alcuni capisaldi che si ritengono condivisibili (regionalizzazione SBA, estensione contratto di rete, ecc.), ma che vengono integrati, alla luce degli specifici ambiti chiave su cui la Commissione UE ha avviato la consultazione e di altri ambiti su cui si ritiene necessario potenziare l’intervento dello SBA per rendere più competitive le PMI, anche tenendo conto delle due iniziative faro della Strategia Europa 2020 varate dalla Commissione lo scorso ottobre “L’Unione dell’Innovazione” e la comunicazione “Una politica industriale integrata nell’era della globalizzazione”.
Infine, su un ambito specifico, quello degli appalti pubblici, formula una proposta delle Regioni, in funzione integrativa di quanto previsto, a disciplina comunitaria e nazionale vigente, dallo Statuto delle Imprese, in ossequio a quanto indicato nella direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 4 maggio u.s.
Ambito chiave “Potenziare l’attuazione del principio “Pensare anzitutto in piccolo”
1) Diversificazione e ristrutturazione dei vari programmi SBA adottati a livello di Stato membro sulla base di un duplice criterio: il criterio della dimensione di impresa e il criterio territoriale.
In premessa si ritiene indispensabile richiamare l’attenzione sull’esigenza di dare nuovo slancio al quadro politico d’azione dello Small Business Act riorientandolo verso quello che era in origine il suo target privilegiato, l’impresa di piccole dimensioni.
Non a caso la comunicazione del 2008 era finalizzata ad istituire “una corsia privilegiata per la piccola impresa”, dando una spinta decisiva alla strategia comunitaria a favore delle imprese di piccole dimensioni già intrapresa con la sottoscrizione della Carta europea di Feira del 2000 e poi formalizzata con la raccomandazione del 2003 recante la nuova definizione di PMI, dove per la prima volta si è sentita l’esigenza di individuare soglie finanziarie adeguate per definire la microimpresa, tenendo conto del suo contributo significativo in termini di sviluppo dell’imprenditorialità e di creazione di occupazione.
Ovviamente un approccio di questo genere va coniugato con la regionalizzazione dei programmi SBA, nel senso che in ogni Stato membro i programmi andrebbero orientati sull’asse micro-piccola impresa piuttosto che piccola-media impresa, tenendo conto delle peculiarità territoriali ivi presenti: in Italia (dati 2009) sul 99,8 delle imprese con 49 addetti, il 94, 6% ha meno di 9 addetti, quindi il tessuto imprenditoriale italiano è sostanzialmente strutturato su micro-piccole imprese, che peraltro svolgono un ruolo prioritario anche in termini socio-occupazionali, occupando il 68,5 dell’occupazione del settore privato, contro il 19% della grande impresa.
Una ristrutturazione dei programmi SBA sulla base del criterio dimensionale comporta la necessità di maturare nuove considerazioni su tematiche già affrontate:
-          riserve su forme di incentivazione che non vanno in modo generalistico indirizzate a tutte le imprese di micro, piccole e medie dimensioni, perché in Italia, sulla base dei dati sopra riportati, non creerebbero alcuna selettività;
-          quota riserva appalti e subappalti a favore di imprese di micro, piccole e medie dimensioni, predisponendo un sistema di premialità che sia compatibile con i principi di concorrenza, non discriminazione e parità di trattamento sanciti dalla normativa comunitaria;
-          interventi di semplificazione e regolamentazione (Suap, Agenzia delle imprese)
-          esigenze di differenziazione tra imprese di micro e piccole dimensioni e quelle di medie dimensioni nella partecipazione ai programmi comunitari.
2) Strettamente connessa con la precedente va evidenziata la problematica di considerare la piccola impresa in chiave evolutiva.
Favorire l’impresa di micro e piccole dimensioni deve comportare non soltanto l’attivazione di misure o interventi volti a promuovere la nascita di nuove imprese o a creare le condizioni di contesto atte allo sviluppo di microimprenditorialità, bensì piuttosto la predisposizione degli strumenti per consentire alle piccole imprese di pensare ed agire da piccole imprese di fascia alta. Ciò significa che vanno approntate le condizioni di contesto per far evolvere le piccole imprese verso quel segmento di impresa denominato di “middle class”([1][1]), intervenendo di volta in volta sui fattori atti a ridurre il ‘gap’ culturale esistente con la media impresa. (ad esempio da contro terzisti e fasonisti a partner tecnologici)
3) Applicazione del contratto di rete a livello comunitario
Sempre nell’ottica del principio “Pensare anzitutto in piccolo” e in considerazione del fatto che proprio l’appartenenza ad aggregazioni rappresenta uno degli indici che qualificano una piccola impresa come “di fascia alta”, si concorda appieno con il documento ministeriale sull’opportunità di diffondere la cultura della rete presso le imprese di piccole dimensioni, proponendo l’estensione del modello del contratto di rete a livello europeo, che consentirebbe una omogeneizzazione dei modelli di aggregazione utilizzabili per favorire le relazioni tra PMI dell’UE.
Ciò soprattutto nell’ottica di favorire la costituzione di partenariati tra imprese di vari Stati membri UE in risposta a gare d’appalto pubblico per l’introduzione sul mercato di prodotti e servizi innovativi, che rappresenta una delle priorità dell’iniziativa faro “L’Unione dell’innovazione” nell’ambito della strategia Europa 2020.
4) Test di efficacia PMI
In attuazione del medesimo principio sopra citato, è condivisibile nella sostanza l’esigenza di una prova PMI, alla stregua della quale tutti i programmi UE vadano riorientati e ristrutturati tenendo conto dei fabbisogni espressi dalle imprese di piccole e medie dimensioni nell’accesso a tali iniziative.
Si rende però necessario dare un contenuto operativo a questo concetto che altrimenti rischia di restare una mera affermazione di principio. I programmi vanno resi realmente fruibili da parte delle imprese di micro, piccole e medie dimensioni, pensando se necessario ad una radicale destrutturazione degli stessi, o almeno ad una semplificazione dei criteri di accesso.
A titolo esemplificativo possiamo citare il 7° programma quadro, che per molti versi risulta inaccessibile alle imprese di piccole dimensioni, ma in generale tutti i programmi comunitari a gestione diretta prevedono come requisito di ammissibilità la transnazionalità, cioè l’obbligo di trovare partner di uno o più Stati membri o di Stati in preadesione o di paesi terzi, il che costituisce un elemento di forte criticità nell’accesso a tali iniziative da parte delle aziende di dimensioni minori.
Si potrebbe suggerire, per queste imprese, un’interpretazione in chiave semplificata del principio di partnership, limitata all’ambito nazionale come requisito di ammissibilità, e estesa all’ambito transnazionale come criterio di premialità. Ciò anche in funzione dell’ipotesi di una radicale revisione della politica di coesione dopo il 2013, che potrebbe comportare un sostanziale ridimensionamento dei Fondi strutturali destinati alle politiche regionali comunitarie, o comunque ad una radicale rivisitazione delle loro modalità di funzionamento.
Ambito chiave “Trasformare le sfide ambientali in opportunità per le PMI”
Relativamente all’ambito chiave “Trasformare le sfide ambientali in opportunità per le PMI”, su cui il documento di consultazione comunitario ha posto l’accento visto il rilievo che gli è stato dato dalla strategia Europa 2020, si condivide la scelta di puntare prioritariamente sul fattore dell’efficientamento energetico piuttosto che sulla creazione di energia da fonti rinnovabili, nell’ottica dello slogan “un kilowatt risparmiato è meglio di un kilowatt sostituito, laddove si prevede l’adozione di un piano d’azione riveduto in materia di efficienza energetica per raggiungere l’obiettivo del 20% di risparmio entro il 2020, specialmente nei settori dell’edilizia, dei servizi e dei trasporti, nonché sulla necessaria contestuale mobilitazione di tutti gli strumenti e fonti di finanziamento esistenti per conseguire risultati di maggiore efficacia.
Le azioni di efficienza energetica producono in tal senso un doppio valore nella piccola e media impresa: da una parte un impatto ambientale nullo, dall’altra una gestione ottimale delle risorse energetiche.
Altri ambiti dell’SBA da potenziare per rendere più competitive le PMI
Accesso al credito (pilastro VI Comunicazione SBA 2008)
Relativamente alle politiche del credito, si concorda con l’ipotesi dell’intervento di fiscalizzazione del “venture capital” come fattore di sviluppo per le PMI, ma andrebbe opportunamente integrato con misure di aiuto, che potrebbero compensare gli effetti distorsivi dei vari sistemi di fiscalità vigenti presso gli Stati membri.
Innovazione (pilastro VIII Comunicazione SBA 2008)
Rispetto al tema dell’innovazione, sono due i temi affrontati dal documento ministeriale che si ritiene di poter condividere anche se non si colgono appieno le proposte che si intendono formulare e gli strumenti operativi attraverso cui agire:
1)      sostegno a qualunque forma di innovazione - innovazione settoriale
         E’ un ambito in cui il programma quadro comunitario Competitività e Innovazione ha già svolto un ruolo fondamentale anche nell’incentivare la successiva partecipazione delle PMI al 7° programma quadro di RST, attraverso azione di sostegno ad ogni forma di innovazione, inclusa l’ecoinnovazione, incoraggiando in particolare l’innovazione settoriale, i raggruppamenti, le reti di innovazione, e la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato in materia d’innovazione.
2)      nozione di innovazione
         In particolare è condivisibile l’esigenza di sostenere l’innovazione a tutti i livelli, non soltanto quella di alta tecnologia, bensì quella di livello tecnologico medio-basso, che solitamente ricade sulle PMI, e che in particolare venga introdotta la nozione di innovazione relativa, cioè rapportata al bagaglio tecnologico di ciascuna impresa. Esigenza peraltro nei fatti difficilmente coniugabile con la disciplina comunitaria sugli aiuti di Stato in materia, che individua dei parametri ben precisi per qualificare un progetto come “innovativo”.
         Peraltro sulla necessità di sostenere tutti i tipi di innovazione in senso lato, si è espressa anche la recente comunicazione della Commissione “Una politica industriale integrata per l'era della globalizzazione - Riconoscere il ruolo centrale di concorrenzialità e sostenibilità” dello scorso ottobre 2010; l’atto comunitario, nel dare attuazione ad una delle iniziative faro della strategia Europa 2020, cui è strettamente connessa la revisione dello SBA, riconosce la necessità, per garantire una concorrenzialità sostenuta dell'industria europea e di tutti i suoi settori, che l'industria migliori la sua capacità d'innovare. Riferendosi ad un concetto di innovazione che prescinde dagli aspetti meramente tecnologici e include anche i modelli aziendali e organizzativi e coinvolge tutti i settori, sia che si tratti di settori tradizionali o di basso livello tecnologico, quanto di settori nuovi ad elevato contenuto di tecnologia.
L’esigenza di affrontare con proposte operative le suddette tematiche, ed in particolare quella di pervenire ad una nuova definizione di innovazione, potrebbe trovare una solida base di riferimento nelle prossime tappe dell’iniziativa faro di Europa 2020 “L’Unione per l’innovazione”, che prevede la revisione della disciplina sugli aiuti di Stato in materia di RST nel corso del 2011, nonché l’istituzione di un apposito regime dei Fondi strutturali incentrato sull’innovazione a partire dal 2013.
Appalti pubblici (pilastro V Comunicazione SBA 2008)
Si concorda con il documento ministeriale sul fatto che la tematica dell’accesso delle PMI al mercato degli appalti pubblici merita ulteriori riflessioni e approfondimenti, tenendo conto delle varie opzioni possibili a disciplina vigente sugli appalti o prevedendo una possibile evoluzione giuridica della stessa.
Sotto il profilo generale si adducono di norma due ordini di motivazioni a supporto dell’esigenza di incrementare l’accesso delle PMI al mercato degli appalti pubblici: sia l’aumento potenziale di concorrenza, sotto il profilo qualitativo e quantitativo, che può essere determinato dall’entrata nel mercato di piccole e medie imprese in grado di offrire prodotti e servizi migliori; sia i benefici che possono derivare all’intero sistema dei contratti dalla capacità di maggiore innovazione detenuta dalle PMI, in considerazione del fatto che risultano più dinamiche e creative rispetto alle grandi, data la loro semplicità organizzativa e l’assenza di una struttura burocratica che conferisce loro una maggiore flessibilità e rapida adattabilità alle esigenze del mercato.
Sotto un profilo più specifico, da parte degli addetti ai lavori, si lamentano una serie di criticità (stigmatizzate anche in un codice europeo di buone prassi) per le quali il ddl Statuto delle imprese individua taluni misure e strumenti operativi, che si ritengono tuttavia ancora insufficienti a risolvere il problema individuato come cruciale nell’accesso alle gare d’appalto da parte delle imprese di minori dimensioni: la dimensione dei contratti troppo elevata, aspetto di crescente rilevanza, imputabile anche allo sviluppo delle centrali di committenza.
Come possibili rimedi l’articolo 11 dello Statuto prevede, oltre all’istituzione di portali telematici a livello nazionale, regionale e locale, che le stazioni appaltanti provvedano a:
-          suddividere, ove possibile, gli appalti in lotti;
-          rendere visibili le opportunità di subappalto;
-          adottare misure per sostenere forme di aggregazione tra PMI, privilegiando ATI e forme consortili, nonché sistemi di premialità per tali forme di raggruppamenti costituite tra imprese di micro e piccole dimensioni;
-          realizzare condizioni di favore per le micro e piccole imprese per l’accesso agli appalti pubblici di fornitura di servizi pubblici locali, banditi dai Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti e per le gare sottosoglia;
-          non richiedere alle imprese concorrenti requisiti finanziari sproporzionati.
Non risulta presente nel testo licenziato alla Commissione Attività Produttive della Camera la misura che era stata più caldeggiata dalle categorie economico-sociali: la presenza di una quota percentuale di appalti o subappalti da riservare alle PMI, in analogia con meccanismi già adottati in altri paesi UE ed extra-UE.
In considerazione dei profili di compatibilità con i principi comunitari di parità di trattamento e concorrenza che una tale problematica induce a considerare, la revisione dello SBA, che lo Stato italiano ha richiesto venga adottata con direttiva o regolamento, sembra la sede più opportuna per riproporre questo tema, richiamando la posizione restrittiva della Commissione UE in materia di procedure di selezione dei soggetti aggiudicatari.
Nello specifico la Commissione ha posto il veto sin dall’origine su politiche discriminatorie a favore delle PMI o previsione di contratti riservati alle PMI (politiche set-aside), sul modello SBA USA, affermando che l’esigenza di incoraggiare la partecipazione delle PMI al mercato degli appalti pubblici deve conciliarsi con il rispetto, nelle procedure di selezione del contraente, dei principi di parità di trattamento e di concorrenza prescritti dalle direttive comunitarie in materia, nonché degli altri principi fondamentali del Trattato e di quelli desumibili dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia (principi di uguaglianza, non discriminazione, trasparenza, mutuo riconoscimento, proporzionalità).
Rispetto a tale problematica si ritiene di poter prospettare un duplice scenario:
1) il primo, derivante dalla mera applicazione del quadro normativo attualmente vigente in materia, cioè dal concorso delle direttive comunitarie, del codice dei contratti e del redigendo Statuto delle imprese. In questo contesto la disciplina in vigore in materia di appalti non sembra offrire la possibilità per la stazione appaltante di prevedere, sin dalla pubblicazione del bando/procedura di evidenza pubblica, quote percentuali di appalti/subappalti da riservare alle PMI, se non a scapito dei principi di parità di trattamento e di non discriminazione. 
Pertanto il meccanismo più idoneo per favorire l’accesso delle PMI agli appalti pubblici di notevole entità è applicare un sistema di premialità a favore delle forme di aggregazione (consorzi, reti, ATI) che contemplano al loro interno PMI o a favore di imprese che presentano un piano di subappalto in cui coinvolgono PMI. Il meccanismo della suddivisione degli appalti in lotti andrà previsto dalle stazioni appaltanti nel rispetto di quanto previsto:
-          dall’art. 29, comma 4 del d.lgs. 163/2006;
-          dalla determinazione dell’Autorità per la Vigilanza sui Lavori Pubblici n. 5 del 9 giugno 2005.
2)                 il secondo, conseguente ad una modifica della disciplina comunitaria in materia di appalti pubblici nell’ambito della revisione dello SBA o nelle more della modifica nel quadro di una disciplina transitoria (cfr. proposta per la revisione delle direttive di cui all’allegato 1).
La proposta di modifica del contesto normativo in materia di appalti trova peraltro fondamento in un esplicito riferimento contenuto nella direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La direttiva, nel recepire il principio dello SBA comunitario “Adeguare l’intervento pubblico alle esigenze delle PMI” afferma che, al fine di facilitare l’accesso delle PMI agli appalti pubblici, nel caso in cui la normativa comunitaria o nazionale sia di ostacolo, “occorre negoziare con la Commissione UE, a cui spetterà decidere sulle apposite deroghe per le PMI o autorizzare l’introduzione di apposite deroghe nella disciplina domestica”.
Proposte per monitorare l’attuazione dello SBA negli Stati membri e per migliorare la governance
Relativamente al quadro di governance, si ritiene quanto mai indispensabile adottare, sia a livello comunitario che nazionale, tutti gli strumenti e i meccanismi utili a garantire un efficace attuazione e monitoraggio dello SBA nei vari Stati membri, e di orientare le iniziative verso i risultati prefissati.
Tali strumenti, sia in termini di strutture tecnico-amministrative che di dati informatico-statistici, dovranno essere in grado di garantire il necessario raccordo tra l’implementazione dello SBA a livello nazionale e i rispettivi programmi nazionali di riforma adottati in attuazione degli orientamenti integrati di Europa 2020.
Tenendo conto che la revisione SBA poggia sul necessario adeguamento dei suoi principi alla strategia Europa 2020 e che questa sarà prioritariamente finalizzata alla mobilitazione di tutte le risorse finanziarie per il conseguimento degli obiettivi di coesione economica, sociale e territoriale, gli strumenti di governance saranno tanto più efficaci quanto più saranno in grado di garantire una gestione integrata ed ottimizzata dei fondi del bilancio UE impiegati (Fondi strutturali, Programma quadro RST, Programma CIP).
A livello di Stato membro, quale punto di snodo per la raccolta di informazioni, di schede tematiche e statistiche, di monitoraggio delle esperienze maturate a livello locale e regionale nell’attuazione dei principi dello Small Business Act, di scambio best practices, si ritiene utile suggerire il modello adottato dal Ministero dello Sviluppo economico, della task force, vale a dire il Tavolo tecnico-consultivo permanente di monitoraggio, gruppo di esperti, in cui vengano rappresentati tutti gli interessi coinvolti ([2][2]). Il gruppo, opportunamente integrato, potrebbe assicurare il necessario raccordo con il programma nazionale di riforma adottato in attuazione degli orientamenti integrati di Europa 2020.
Allegato 1
PROPOSTA PER LA MODIFICA DELLA DISCIPLINA COMUNITARIA
IN MATERIA DI APPALTI
1)      Revisione direttive comunitarie sugli appalti pubblici
La proposta di modifica della disciplina comunitaria in materia di appalti si fonda sulle seguenti controdeduzioni alla posizione restrittiva della Commissione UE prima esposta:
a)      Come più volte ribadito dalla Corte di Giustizia nelle sue pronunce, il principio della parità di trattamento implica non solo la fissazione di condizioni di accesso non discriminatorie all’attività economica, ma anche l’adozione da parte delle autorità pubbliche di ogni misura atta a garantire l’esercizio di tali attività.
Inteso in senso sostanziale, il principio di parità di trattamento proibisce di trattare in maniera diversa situazioni simili o di trattare allo stesso modo situazioni differenti: sulla base di questa accezione, parte della dottrina, e il documento ministeriale con essa, sosterrebbe che, essendo le PMI di fatto una realtà diversa rispetto alle imprese di grandi dimensioni, necessitano in quanto tali di un trattamento differenziato, e pertanto le misure di agevolazione alle PMI, che partono da un vantaggio strutturale (costi della burocrazia, della partecipazione alle gare uguali alle grandi imprese), sono da considerarsi legittime, anche come condizione di reciprocità nei confronti di quei paesi extra-UE come gli USA, che già da tempo adottano misure protezionistiche , cioè riserve di forniture, a favore delle proprie PMI.
b)      inapplicabilità di un’interpretazione in senso lato del principio di uguaglianza sancito dal Trattato sulla base del criterio di nazionalità. In altri termini non esisterebbe a livello di diritto primario un principio di uguaglianza in senso lato contrario a politiche di set-aside per le PMI, purché queste non siano discriminatorie nei confronti di PMI di altri Stati membri.
Parte della dottrina sosterrebbe che i principi di uguaglianza e di non discriminazione sanciti dal Trattato riguardano sostanzialmente la nazionalità e che le costanti pronunce della Corte di Giustizia si sono estese ad altri criteri distintivi, ma hanno riguardato unicamente l’applicazione delle direttive relative agli appalti sopra soglia, per cui ci sarebbe uno spazio di manovra sugli appalti sotto soglia comunitaria, cui invece – secondo costante giurisprudenza e orientamenti della Commissione – si applicano i principi del Trattato.
Sulla base delle predette considerazioni le direttive comunitarie sugli appalti potrebbero essere modificate al fine di prevedere una politica di “set-aside” apposita per le PMI europea e non italiana: la nozione di uguaglianza espressamente desumibile dal Trattato, infatti, vieta la discriminazione in base alla nazionalità, per cui una modifica delle direttive 17 e 18/2004, al fine di prevedere la possibilità di bandire gare riservate alle PMI europee, potrebbe avvenire senza porsi in contrasto col Trattato.
Qualora venisse accolta la proposta dello Stato italiano di adottare la revisione dello SBA con direttiva, la modifica delle direttive sugli appalti potrebbe avvenire eventualmente anche attraverso l’atto di adozione del nuovo SBA, prevedendo che “il principio di parità di trattamento negli appalti giustifica l’adozione di misure atte a rimuovere le difficoltà e gli ostacoli che si frappongono all’accesso delle PMI agli appalti stessi”.
         In questo contesto si potrebbe proporre al Governo di avviare un serio e dettagliato confronto con le Regioni.
2) Nelle more della modifica definitiva della normativa sugli appalti, si propone di verificare la possibilità di utilizzare la proroga del  quadro di riferimento temporaneo comunitario per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell'accesso al finanziamento nell'attuale situazione di crisi finanziaria ed economica, per adottare contemporaneamente una comunicazione che preveda, in via transitoria o sperimentale, riserve di appalti o subappalti a favore di PMI, in considerazione:
-          che già nella fase di avvio della crisi economica e finanziaria mondiale, il Consiglio europeo dell’11 e 12 dicembre 2008, nel varare il piano europeo di ripresa economica, ha declinato congiuntamente gli interventi di aiuto alle PMI e le procedure di appalto pubblico come misure prioritarie di emergenza da intraprendere a livello dell’Unione;
-          che il miglioramento e la semplificazione del quadro normativo sugli aiuti alle imprese e sul mercato degli appalti sono considerati unitariamente all’interno del pilastro 5 della comunicazione del 2008 sullo SBA come un obiettivo prioritario delle PMI cui l’intervento pubblico comunitario e nazionale deve uniformarsi. 
3)      Modifica della comunicazione interpretativa della Commissione relativa al diritto comunitario applicabile alle aggiudicazioni di appalti non o solo parzialmente disciplinate dalle direttive “appalti pubblici” (appalti sotto soglia e appalti servizi di cui all’allegato II B direttiva 18/2004)
Detta comunicazione 2006/C 179/02 consente alle amministrazioni aggiudicatici di limitare il numero di candidati da invitare a un livello adeguato, a condizione di farlo in modo trasparente e non discriminatorio e applicando criteri oggettivi, quali l'esperienza dei candidati nel settore in questione, le dimensioni e l'infrastruttura delle loro attività, la loro capacità tecnica e professionale o altri fattori, come l’estrazione a sorte, sia come unico meccanismo di selezione, sia in combinazione con altri criteri. In ogni caso, il numero dei candidati iscritti sull'elenco ristretto deve rispondere alla necessità di garantire una sufficiente concorrenza.
Premesso che gli appalti sotto soglia non sono subordinati al rispetto delle direttive comunitarie, ma sono comunque tenute al rispetto dei principi di uguaglianza di trattamento e di non discriminazione sulla base della nazionalità (come previsto dal punto 1.2 della suddetta comunicazione) si propone di integrare i criteri oggettivi con quello della “dimensione di impresa”.
Una volta mutato il quadro normativo nel senso sopra descritto, in via sperimentale o permanente, si potrebbero attivare i meccanismi di favore per le PMI sotto riportati, in analogia con le esperienze già maturate in altri paesi, in particolare negli USA e in Francia.
Negli USA lo Small Business Act del 1953 si fonda sull’assunto che lo sviluppo e la sicurezza del paese si conseguono solo attraverso il completo accesso alla libera concorrenza e che questa si realizza solo mantenendo e incoraggiando il potenziale di sviluppo e crescita della piccola impresa, ponendo l’enfasi sui settori in cui è più evidente il ‘gap’ rispetto alla grande impresa: appalti pubblici, credito, regolamentazione e organizzazione.
Il braccio operativo di tale politica di favore alle PMI disciplinato dallo SBA è la Small Business Administration, che ha la responsabilità di assicurare il raggiungimento degli obiettivi delle agenzie federali in termini di partecipazione delle PMI in aggregato, tenendo conto dei rapporti presentati al termine di ogni anno fiscale da ciascuna Agenzia, al fine di contrastare il fenomeno in costante crescita del “contract bundling”, inteso come aggregazione di forniture precedentemente separate, che comportando l’aumento della dimensione dei lotti delle gare d’acquisto da parte delle PP.AA., ostacola la partecipazione delle PM I alle gare di public procurement.
In Francia è in vigore dal 2006 un codice degli appalti che poggia su poteri di selezione delle candidature da parte della P.A. fortemente discrezionali, concretamente esercitati attraverso un ricorso costante alla trattativa privata e alla chiamata diretta delle imprese. L’esigenza di mantenere un certo grado di discrezionalità in capo alle Amministrazioni aggiudicatici è stata considerata quale garanzia insieme di efficienza della P.A. e di qualificazione dell’offerta, laddove era diffuso soprattutto in dottrina il timore che il ricorso esclusivo ad astratti criteri oggettivi, misurabili solo quantitativamente, finisse per circoscrivere la concorrenza sempre e solo alle imprese più grandi, ovviamente dotate di maggiori requisiti, ma non per questo necessariamente imprese migliori, specie sotto il profilo dell’efficienza, innovazione e capacità di miglioramento delle performance nel rapporto con le stazioni appaltanti pubbliche.
Meccanismi a favore delle PMI attivabili a direttive modificate
1)      bandi di gara appositamente riservati per le PMI, eventualmente entro una quota percentuale annuale - modello USA ([3][3]) e Francia per appalti innovativi ([4][4])
         La Francia, disponendo una riserva annuale del 15% a favore delle PMI negli appalti innovativi, ha voluto aggirare il veto comunitario con l’adozione di una misura cosiddetta “sperimentale”.
2) riserve appalti e subappalti a favore PMI:
         Con questa definizione si intendono riserve a favore delle PMI, anche sulla scorta delle esperienze maturate in paesi UE ed extra-UE, secondo le seguenti modalità:
-         quota percentuale di PMI o numero minimo di PMI all’interno di un’ATI o struttura    consortile;
-         quota percentuale di PMI o numero minimo di PMI a cui subappaltare lotti all’interno          dell’appalto principale - modello USA ([5][5]) e Francia ([6][6]);
-      numero minimo di PMI da invitare nelle procedure ristrette/negoziate-modello Francia([7][7]).
Roma, 18 novembre 2010
 

[1][1]La “Middle class di impresa” è una nuova definizione di segmento di impresa, con il quale si intende indicare quel nucleo di piccole imprese di “fascia alta” che hanno strategie da medie imprese e che sono state individuate seguendo cinque parametri di tipo quantitativo: capacità ad esportare, essere una società di capitali/persone, appartenere a reti, appartenere a gruppi di impresa e una dimensione compresa tra 1-49 addetti. In Italia le imprese appartenenti alla MCI sono state stimate in circa 50.000. Per un approfondimento sul concetto di “Middle class di impresa” si veda: G. Capuano (2006), “Verso la definizione e l'individuazione di un nuovo nucleo di imprese: aspetti teorici e evidenze empiriche della Middle class di impresa (MCI)”, in Rivista di Economia e Statistica del Territorio, n.1 gennaio-aprile 2006, FrancoAngeli, Milano.
[2][2]A tal proposito sembra però necessario modificare l’attuale ruolo rivestito dalle Regioni in seno al Tavolo permanente PMI, ruolo che andrebbe visto alla stregua di decisore piuttosto che di mera consultazione)
 
[3][3] Nel settore dei piccoli appalti (fino a 100.000 dollari), i diversi Dipartimenti federali statunitensi– Difesa, Salute, Lavori Pubblici, ecc. – sono tenuti ad una riserva obbligatoria compresa tra il 5 ed il 10% della spesa totale annuale a favore delle PMI, delle imprese “neonate” e

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Statuto delle imprese: osservazioni ed emendamenti

Conferenza Regioni Doc 18.11.10

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 18 novembre 2010, ha dato il via libera ad un documento di osservazioni su disegno di legge che stabilisce norme per la tutela della libertà d’impresa. statuto delle imprese.
Si riporta di seguito il testo integrale, già pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it ed il link è:
Conferenza delle Regioni e delle Province autonome - 10/122/cr13a/c11
La finalità del ddl “Norme per la tutela della libertà di impresa. Statuto delle imprese” è quella di declinare i diritti fondamentali dell’impresa riconoscendone il valore economico e sociale e definendo il quadro di riferimento di principio per ogni regolamentazione successiva, alla stregua dello statuto dei lavoratori. A differenza di quest’ultimo, però, il testo appare carente nella definizione puntuale dei diritti esigibili da parte dell’imprenditore e dei doveri a cui lo stesso è tenuto ad attenersi (rispetto ambiente, tutela salute lavoratori ecc.). Tali carenze risultano un limite non trascurabile soprattutto se si considera che la presente disciplina non va ad impattare solo sulle micro, piccole e medie imprese, in quanto lo statuto, per essere tale, deve applicarsi alla generalità delle imprese, nella convinzione che quello che va bene alla piccola impresa, va bene a tutte le altre tipologie di imprese.
Il ddl inoltre mira a dare piena attuazione su tutto il territorio nazionale allo Small Business Act, utilizzando il richiamo alle norme fondamentali di riforma economico-sociale e ai principi dell’ordinamento giuridico dello Stato, cui le Regioni devono attenersi. Si ricorda che lo Small Business Act, al fine di valorizzare appieno le potenzialità di crescita e di innovazione delle imprese di minori dimensioni, mira a ricondurre ad un quadro coerente ed organico tutti gli strumenti della politica d’impresa, nel nome di tre principi più volte richiamati nel documento comunitario: il partenariato, la proporzionalità e la sussidiarietà.
Si tratta di una serie di orientamenti non vincolanti, di linee guida, rivolte agli Stati membri sotto forma di invito a collaborare nello spirito della partnership, e ad intervenire in ossequio al principio della sussidiarietà nella formulazione ed attuazione delle politiche atte a creare condizioni di concorrenza paritarie per le PMI e a migliorare il contesto giuridico ed amministrativo in cui esse operano.
E’ un invito rivolto quindi a tutti coloro che nei rispettivi ordinamenti costituzionali, sono deputati alle scelte politiche e alla loro implementazione, ai “policy makers” degli Stati membri.
Ancor più significativo il fatto che la comunicazione UE, in premessa, sancisca l’esigenza di attuare il principio di sussidiarietà non solo nei rapporti UE e Stati membri, ma all’interno degli Stati membri tra livello nazionale e locale, laddove afferma che una politica efficace che miri ad affrontare i fabbisogni delle piccole e medie imprese deve saper riconoscere i differenti modelli di funzionamento e le diversità nella natura delle stesse imprese anche a livello locale.
L’esigenza di dar rilievo alle peculiarità territoriali dei vari sistemi imprenditoriali esistenti in Italia e in tutta Europa ha tra l’altro indotto l’amministrazione statale a proporre, nell’ambito del processo di revisione dello Small Business Act, la “regionalizzazione” dei relativi programmi nazionali, rispetto alla quale la scelta dello strumento legislativo, diretto a garantire un’applicazione uniforme su tutto il territorio, sembra essere in contrasto. A tale scopo era forse auspicabile l’adozione di un piano d’azione, sul modello di quelli adottati in altri paesi, la cui attuazione poteva essere più efficacemente ricondotta a buone pratiche di “governance” tra i vari livelli di governo.
Peraltro la proposta di legge alterna disposizioni relative alla libertà di impresa, sulla cui base occorrerà costruire diritti e doveri dell’imprenditore, a disposizioni attinenti alle politiche di sostegno alle imprese. Tale commistione ingenera confusione anche in relazione al riparto costituzionale delle competenze tra lo Stato e le Regioni, che com’è noto riserva a queste ultime le politiche di incentivazione delle piccole e medie imprese, alla cui tutela è rivolto l’intervento normativo di cui trattasi.
Gli interventi per le politiche di sostegno alle imprese sono il fondamento dello sviluppo locale e quindi sono legate a scelte dei governi regionali in grado di caratterizzare le singole misure in relazione alle specifiche caratteristiche del tessuto produttivo territoriale di riferimento.
Tra l’altro alcune norme della proposta di legge introducono scelte in materia di incentivi del tutto avulse da un quadro di riforma organica che da tempo le Regioni auspicano, a partire dalla definizione della consistenza finanziaria degli stessi. La ricognizione delle risorse disponibili per il sostegno alle imprese e delle tipologie di incentivi attivati a livello centrale e territoriale risulta infatti imprescindibile per rendere concrete le politiche pubbliche per la competitività.
E’ ovvio che ogni riforma delle misure di sostegno alle imprese non può prescindere da un confronto preventivo con le Regioni.
Per tutte le suddette motivazioni, si sottolineano forti perplessità sulla congruità dello strumento legislativo per dare attuazione agli orientamenti sanciti dalla Commissione in materia di impresa. Ciò ancor più se si prende in considerazione la previsione di una legge nazionale annuale per la tutela e lo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese che, sul modello della legge comunitaria annuale, definisce per l’anno successivo gli indirizzi, i criteri, le modalità e le materie di intervento, senza peraltro provvedervi con un’adeguata copertura finanziaria. Già la sua complessa articolazione ed il rinvio a provvedimenti normativi di rango inferiore prefigurano una infinita proliferazione di adempimenti che rischiano di vanificare l’obiettivo di sostenere e tutelare la micro piccola e media impresa.
In conclusione, laddove lo strumento legislativo sia ritenuto il più idoneo per definire lo status giuridico delle imprese, non possono non destare forti perplessità le seguenti considerazioni:
1)      il ddl, al pari della proposta di legge annuale PMI predisposta dal Tavolo permanente PMI istituito dal Ministero dello Sviluppo economico nel marzo 2010 e della proposta di integrazioni al documento di consultazione lanciato dalla Commissione UE sulla revisione dello Small Business Act, vertono su una materia demandata alla potestà regionale ai sensi del titolo V della Costituzione;
2)      la consultazione degli enti rappresentativi degli interessi territoriali continua ad essere ignorata, a beneficio invece dell’intensa attività di concertazione svolta con le associazioni di categoria nazionali, laddove si prevede la predisposizione di una legge annuale per la tutela e lo sviluppo delle PMI che, a prescindere dalla complessa articolazione e dai rinvii a norme di rango inferiore di cui esporremo a seguire, non può non richiamare l’attenzione per gli attori coinvolti nella sua predisposizione: il Governo, una costituenda Agenzia nazionale per le micro, piccole e medie imprese e un Tavolo permanente di consultazione delle associazioni di categoria, con l’esclusione pressoché totale di qualunque ente pubblico territoriale, se non attraverso un parere non vincolante espresso dalla Conferenza Unificata e la partecipazione di un membro della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome nel’ambito della suddetta Agenzia;
3)      senza alcun riconoscimento delle prerogative regionali, i riferimenti contenuti all’art. 1 e all’art. 21 sono da considerare come tentativi di ampliare i limiti della competenza legislativa statale e di aggirare la potestà regionale in materia di PMI. Nel caso dell’art. 1, circoscrivendola entro i limiti di una competenza legislativa concorrente, vincolata al rispetto dei principi fondamentali contenuti o desumibili dalla legge; nel caso dell’art. 21, laddove, con un’interpretazione piuttosto libera, si riserva allo Stato una generale competenza esclusiva in merito a tutte le disposizioni della legge quali espressione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, relegando le Regioni e gli EE.LL al mero ruolo di garanti di ulteriori livelli di tutela, nell’ambito delle rispettive competenze;
4)      oltre ad invadere la sfera di competenza legislativa regionale ai sensi del comma 4 dell’art. 117 della Costituzione, la proposta di legge, nel dettare all’art. 13 disposizioni in merito alle politiche pubbliche per la competitività, tra l’altro prevedendo una riserva del 50% degli incentivi, ignora la delega di funzioni amministrative inerenti gli incentivi in materia di industria ed artigianato e opera un riaccentramento degli strumenti, anche finanziari, di sostegno alle PMI;
5)      in assenza almeno di un’auspicata procedura di consultazione con le Regioni, tratta inopportunamente tematiche come quella fiscale, in prossimità di un riforma in senso regionalistico della stessa.
Proposta:
Il ddl è finalizzato a redigere lo statuto delle imprese e a dare piena attuazione allo SBA, ponendo, da un lato, le norme fondamentali per la tutela della libertà di impresa e, dall’altro, creando le condizioni di contesto, politiche, amministrative, procedurali, favorevoli alla crescita e competitività sostenibili delle PMI, affrontando tutti i temi della loro attività, dalla fase di avvio, allo sviluppo, alla cessazione.
In sostanza si ritiene di poter sostenere che, in perfetta coerenza con la Comunicazione UE del 2008, si tratta di un quadro di riferimento politico e normativo per la piccola e media impresa, materia riservata alla potestà legislativa regionale, ma nel contempo composita, articolata, suscettibile di possibili interferenze di competenza statale laddove coinvolge profili di tutela della concorrenza, di ordinamento civile e tributario, che, in quanto tali, richiedono una regolamentazione uniforme a livello statale.
Il testo così costruito presenta problemi di compatibilità costituzionale in termini di riparto di competenze legislative ai sensi dell’art. 117 della Costituzione.
Di qui l’opportunità:
1)      di portare il presente documento all’attenzione della Conferenza delle Regioni al fine di chiedere una audizione al Parlamento per esporre tali considerazioni in ordine alla proposta di legge;
2)      che si attivi, come per la legge annuale PMI, il Ministero dello Sviluppo economico, per definire un testo alternativo che tenga conto dei profili di competenza sopra richiamati.
Osservazioni e proposte di emendamenti
Art. 1 - Finalità
Comma 1
Nella definizione di impresa si coglie l’intento del legislatore di recepire la definizione comunitaria contenuta nella raccomandazione del 2003, laddove si considera impresa ogni entità, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, che eserciti un’attività economica, ritenendo fattore determinante quest’ultima piuttosto che la forma giuridica. Anche se nella formulazione licenziata dalla Commissione X della Camera dei Deputati il concetto di impresa rimane legato alla definizione del Codice Civile, senza innovare. Al contrario la formulazione rischia di creare confusione.
Ad oggi la finalità della definizione di impresa della raccomandazione è limitata alla questione degli aiuti, una eventuale estensione ad altre finalità richiede una revisione organica e chiara delle definizioni e del regime giuridico dell’impresa e delle professioni innovando il codice civile e l’intera normativa di riferimento
Si propone di eliminare l’ultimo paragrafo del comma 1.
Comma 2
Fatti salvi i rilievi espressi sul riparto delle competenze tra Stato e Regioni nella parte generale del documento, non si ritiene corretto il riferimento ai principi della legge quali “norme fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica” che, a seguito della revisione del titolo V della Costituzione, si pongono come limiti esclusivamente per la legislazione delle Regioni a statuto speciale.
Si propone di eliminare il comma 2.
Comma 3
E’ collegato al comma precedente e poiché il contenuto della legge è eterogeneo, è necessaria l’indicazione puntuale delle disposizioni che rappresentano principi fondamentali a cui le Regioni devono attenersi nell’esercizio della potestà legislativa concorrente.
Si propone l’abrogazione del comma 3 e l’indicazione nel corpo del provvedimento di previsioni espresse.
Comma 4
Si richiamano le osservazioni svolte nella parte generale del documento, 1° paragrafo.
Si propone:
-                di integrare la norma con il “riconoscimento dei diritti esigibili da parte dell’imprenditore e dei doveri cui lo stesso è tenuto ad attenersi”;
-                alla lettera b-bis) del comma 4 eliminare la parola “commerciale”;
-                di eliminare la lettera g).
Art. 2 - Principi generali
I principi enucleati nell’articolo sono in via generale condivisibili e sono già previsti nell’ordinamento costituzionale e comunitario.
Anche in tale enunciazione si alternano disposizioni relative a diritti e libertà dell’impresa e disposizioni che rappresentano delle indicazioni di riferimento per le politiche di sostegno al sistema produttivo, sulle quali si richiamano la forte contrarietà delle Regioni come già evidenziato in premessa.
Per fornire comunque un contributo nel merito dei principi evocati, si evidenzia l’inopportunità di annoverare tra i principi generali il principio di cui alla lettera o), ovvero la garanzia che nei rapporti tra imprese e nei rapporti tra imprese e P.A. la durata dei processi civili relativi al recupero di un credito sia superiore ad un anno. Quest’ultimo punto, ripreso dal comma 6 dell’art. 7, da un lato solleverebbe problemi di disparità di trattamento con gli analoghi processi civili in cui è parte un privato, dall’altro resta una mera enunciazione di principio, se non si individuano con provvedimenti più pertinenti le misure concrete con cui si assicurare il rispetto della durata del processo.
Inoltre il principio richiamato alla lettera m) appare fortemente riduttivo rispetto alla valenza generale dei principi indicati nel comma 1). In effetti il sostegno pubblico dovrebbe mirare in maniera più efficace alla creazione di un contesto di regole e di tutela volto a garantire condizioni di uguaglianza sostanziale per tutte le tipologie di imprese. Peraltro l’esigenza di corrispondere ad una delle indicazioni del documento di revisione dello Small Business Act impone di incentivare, a livello di Stati membri, l’imprenditorialità femminile, e pertanto si propone di modificare la disposizione di cui al punto m) nel modo seguente “il sostegno pubblico all’imprenditoria femminile, giovanile e ad alta tecnologia, al fine di garantire condizioni di uguaglianza sostanziale per tutte le tipologie di imprese.
Art. 3 e 3bis - Libertà associativa e legittimazione ad agire delle associazioni
Le due disposizioni sono intimamente connesse e la lettura va fatta congiuntamente.
Al comma 1 dell’art. 3 si afferma la libertà di associazione che, com’è noto, è già prevista dall’ordinamento, pertanto si propone di riformulare la previsione in maniera tale da evitare l’introduzione negli strumenti di diritto privato di clausole che siano limitative di tale diritto, prevedendone espressamente la nullità.
Il comma 2 del medesimo articolo sembra contraddire il comma 1 quando introduce criteri di selettività nel riconoscimento delle associazioni di rappresentanza, facendo riferimento alle associazioni rappresentate nel sistema delle camere di commercio o nel CNEL.
Il sistema delle rappresentanze nelle Camere di commercio è regolamentato dai singoli statuti, per loro natura autonomi, che non sempre rispecchiano i pesi e l’importanza di una singola categoria di imprese.
Si formulano forti perplessità in ordine alla titolarità ad agire, nei processi civili, penali ed amministrativi, per la tutela di tali interessi, limitata soltanto alle associazioni riconosciute.
Il correlato articolo 3 bis introduce infatti una corsia preferenziale per le associazioni rappresentate nel sistema delle Camere di commercio e nel Cnel e quindi riconosciute nella legittimazione ad agire per la tutela degli interessi diffusi, creando una discriminazione nei confronti di aggregazioni di per sé portatrici di interessi rilevanti ma non aventi i requisiti suddetti.
Il combinato disposto del comma 2 dell’articolo 3 e del presente comma sembrerebbero contraddire il principio di libertà di associazione sancito al primo comma dell’art. 3.
Quanto all’art. 3 bis, comma 1, è apprezzabile il fatto che venga formalizzata la definizione di interesse diffuso, distinguendola da quella di interesse collettivo, integrando al riguardo la disciplina della legge 241/90, nonché il fatto che si possa ricorrere anche per la tutela degli interessi di una parte della categoria rappresentata, cosa prima inibita dalla giurisprudenza.
Appare in ogni caso superfluo il comma 2 bis dell’articolo 3, in quanto già normato in altra disciplina, e quindi se ne propone la cassazione.
Art. 4 – Procedure di valutazione
Comma 1, punto a-bis
Si tratta di un’affermazione pleonastica in quanto volta a garantire “l’effettiva applicazione” di una disciplina già vigente sull’AIR e sulla VIR.
Si propone la cassazione del comma 1, punto a-bis.
Comma 2
Poiché si tratta di una disposizione volta a regolamentare puntualmente l’organizzazione di un ufficio presso le Regioni e gli enti locali, la norma lede l’autonomia organizzativa e finanziaria di tali enti.
Si propone l’abrogazione del comma 2.
Comma 3
La disposizione fa riferimento a procedure di concertazione ampiamente consolidate presso le amministrazioni regionali e peraltro l’inciso “di norma” sottrae ogni vincolatività alla disposizione stessa.
Si propone pertanto di limitarne l’applicazione all’ambito statale.
Art. 7 – Rapporti con la pubblica amministrazione
Comma 2
La disposizione appare norma di dettaglio e pertanto inopportuna in un testo di principi, che dovrebbe rinviare all’autonomia regolamentare e organizzativa degli enti territoriali l’articolazione delle modalità attuative della disciplina richiamata.
Pertanto si propone la sostituzione del comma 2 con i seguenti commi:
2. Lo Stato, le regioni, gli enti locali, gli enti pubblici e le autorità competenti garantiscono la massima diffusione delle informazioni in materia di requisiti per l'esercizio di ciascuna tipologia di attività d'impresa adottando le misure necessarie;
2.bis. Al comma 1 dell’art. 2 della legge 29 dicembre 1993, n. 580 è aggiunto il punto b bis), “raccolta, nell'ambito della circoscrizione territoriale di loro competenza, delle norme e dei regolamenti relativi ai requisiti per l'esercizio di ciascuna tipologia di attività d'impresa”;
2 ter. Lo Stato adotta procedure semplificate e dispone la riduzione al minimo dei diritti di segreteria, delle imposte e delle tasse dovuti in sede di iscrizione presso le camere di commercio, per l'avvio e per l'esercizio da parte di micro, piccole e medie imprese.
Comma 3:
Pleonastico, in quanto già disciplinato dagli articoli 2 e 2 bis della legge n. 241/90 che infatti non viene modificata con la disposizione in oggetto. Il ritardo nella conclusione del procedimento è comunque già causa di responsabilità dirigenziale e di risarcimento del danno.
Si propone la soppressione del comma 3.
Comma 5, ultimo periodo: si ritiene importante il principio dell’accesso telematico e senza oneri delle pubbliche amministrazioni al registro delle imprese. Andrebbe previsto come comma aggiuntivo al presente articolo per ampliarne la portata, come richiesto più volte dalle Regioni, in conformità al Codice dell’Amministrazione Digitale. Inoltre non sembra tecnicamente preciso il riferimento al codice di iscrizione delle imprese per cui si propone di sopprimere, lo stesso.
Al comma 6 si ripropone l’inopportunità della disposizione per le motivazioni riportate a proposito dell’art. 2.
Si propone la soppressione.
Art. 8 – Lotta contro i ritardi nei pagamenti nelle transazioni commerciali e delega al Governo in materia di disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 7 ottobre 2002, n. 231
Comma 2
E’ da valutare l’eventuale incidenza che una tale disposizione possa avere sul bilancio degli enti e sul patto di stabilità.
La norma è evidentemente collegata al comma 2 dell’art. 14.
Si evidenzia peraltro la necessità di un’armonizzazione della terminologia utilizzata nelle due disposizioni collegate e una precisa definizione della decorrenza reale dei termini di pagamento.
Comma 5, punto c)
Si evidenzia un ampliamento delle funzioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato da quelle normalmente svolte di indagine, segnalazione e comminazione di diffide e sanzioni indirizzate ad imprese, ma non a pubbliche amministrazioni per comportamenti illeciti.
Art. 9 – Certificazione sostitutiva e procedura di verifica
Si esprimono forti perplessità in ordine alla continua produzione di norme relative all’avvio dell’attività di impresa ed alla definizione del ruolo dei soggetti privati abilitati a svolgere funzioni pubbliche, che crea incertezza sul quadro normativo di riferimento.
Pur nella convinzione che l’attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale è uno degli elementi su cui far leva per le politiche di semplificazione, l’introduzione di nuove norme dalla portata indefinita, come nel caso del presente articolo ingenera ulteriori incertezza.
La disposizione del primo comma infatti non consente una adeguata individuazione delle fattispecie a cui si riferisce, né prevede il rinvio a provvedimenti attuativi che ne chiariscano la portata. Se la norma si riferisce alle certificazioni ambientali e di qualità, sembra più chiara ed attuabile la norma già vigente prevista all’articolo 30 del D.L. 112/2008 convertito in l. 133/2008. Se invece ci si riferisce alle certificazioni rilasciate dai professionisti e dalle Agenzie per le imprese all’interno dei procedimenti di competenza dello sportello unico la normativa di attuazione della stessa e la recente introduzione della SCIA hanno già disposto in merito.
Si propone la soppressione.
Art. 10 - Delega per disposizioni correttive ed integrative della disciplina delle procedure concorsuali.
Pur condividendo la necessità di aiutare il fallito ad intraprendere una nuova attività imprenditoriale (finalità che peraltro ha già ispirato la riforma del 2006) destano delle perplessità le lettere b) e c) del comma 2 in quanto la procedura fallimentare è in primo luogo finalizzata a soddisfare le ragioni dei debitori e, pertanto, ad essa devono necessariamente seguire degli effetti di natura personale come l’indisponibilità dei beni da parte del fallito.
In particolare al punto b) l’inciso “e garantendo ad essi gli stessi trattamenti di chi avvia una nuova impresa, compresi i regimi di sostegno” - concetto peraltro presente nella comunicazione dello Small Business Act – andrebbe declinato sulla base delle situazioni oggettive del fallito.
Al punto c), tra i creditori privilegiati figurano i lavoratori, per i quali desta perplessità la previsione di una soddisfazione soltanto parziale del relativo credito.
Al comma 3 occorre valutare gli effetti per l’erario di una tale previsione.
Art. 11 – Disciplina degli appalti pubblici
L’articolato evidenzia incongruenze di carattere formale e sostanziale, e sotto un profilo generale non sembra innovare il dettato del codice degli appalti, prefigurando un quadro di principio più favorevole alla micro, piccola e media impresa, ma lasciando alle stazioni appaltanti locali il problema di rendere il filtro territoriale compatibile con i principi di tutela della concorrenza, di parità di trattamento, di trasparenza e non discriminazione sanciti dalla normativa comunitaria e nazionale in materia.
Fermo restando l’intento di dare massima diffusione e pubblicità a tutte le attività a favore delle PMI, si nutrono perplessità in ordine alla collocazione dei bandi relativi agli incentivi nel portale web dedicato agli appalti, soprattutto in considerazione della diversa utenza.
Ciò premesso, si ritiene comunque di segnalare quanto segue:
-          Dalla lettura dell’emendamento aggiunto al comma 1 al termine dei lavori istruttori della Commissione Attività Produttive sembra rilevarsi un’incongruenza con il comma 1 dell’art. 13, laddove con il termine “incentivi” si intenda in entrambi i casi forme di incentivazione di cui le imprese beneficiano tramite bandi di accesso: mentre nel 1° caso si dispone l’istituzione di portali telematici anche per ampliare l’accesso all’informazione sui bandi per l’accesso agli incentivi alle imprese di micro e piccole dimensioni, nel secondo caso, a prescindere dalle osservazioni formulate di seguito, si prospetta una riserva di incentivi a favore non solo delle micro e piccole, ma anche delle medie imprese. Non si comprende la portata riduttiva del comma 1 dell’art. 11.
Comma 2, lettera a) la disposizione formalizza il frazionamento dell’appalto in lotti funzionali nel rispetto dell’art. 29 del codice degli appalti pubblici, per cui può ritenersi disposizione pleonastica, ma qualche problema interpretativo lo solleva l’intera disposizione laddove imputa alla stazione appaltante l’onere di “rendere visibili le opportunità di subappalto, garantendo la conoscibilità della corresponsione dei pagamenti da parte della stazione appaltante nei vari stati di avanzamento”.
Se l’intendimento del legislatore era di quello di porre a carico della stazione appaltante l’obbligo di prevedere nella gara d’appalto il subappalto, si rinvia all’art. 118 del codice degli appalti pubblici che sancisce un ricorso generalizzato al subappalto. Se, al contrario, si richiede alla stazione appaltante di specificare i lotti dell’opera, servizio o fornitura, oggetto di subappalto, si ritiene tale previsione in contrasto con il medesimo art. 118, che pone questo onere in capo ai soggetti concorrenti.
Comma 2, lettera b) disposizione pleonastica alla luce di quanto previsto dal d.lgs. 163/2006 sui criteri di selezione delle offerte.
Nella lettera c) del comma 2, laddove si ipotizza l’adozione di misure per sostenere forme di aggregazione tra micro, piccole e medie imprese, sembra opportuno chiedersi se c’è una ratio sottesa all’esclusione del contratto di rete, invece a più riprese evidenziato nel disegno di legge annuale PMI d’iniziativa del Governo, nella direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri e nel documento ministeriale di proposta alla revisione SBA, dove addirittura si ipotizza un contratto di rete europeo.
La lettera d) del medesimo comma 2 prefigura una serie di condizioni di favore per le micro e piccole imprese per l’accesso agli appalti pubblici di fornitura di servizi pubblici locali, banditi da Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti e per importi sottosoglia comunitaria, come previsto dalla direttiva del 4 maggio 2010.
Si tratta di misure apprezzabili per sostenere un rapporto più proficuo tra pubbliche amministrazioni e imprese locali in caso di appalti di minore entità, purché la clausola territoriale venga interpretata come elemento di premialità e non criterio di aggiudicazione, al fine di renderla compatibile con i principi di parità di trattamento e non discriminazione.
Appare in ogni caso eccessiva la previsione del ricorso generalizzato, per l’assegnazione delle forniture di servizi pubblici locali, al medesimo punto d) 1), alla gara ad evidenza pubblica o alternativamente a società miste pubblico-private in cui la gara per il socio privato viene effettuata privilegiando la partecipazione di consorzi o forme di aggregazione di micro e piccole imprese locali), in considerazione che la maggior parte degli interventi in Comuni di queste dimensioni vengono ormai attivati ad un livello sovracomunale (Comunità montane o Unioni di Comuni), e che i restanti interventi, in carico ai singoli Comuni sono di minima entità e per essi si ricorre, per economia, alla procedura negoziata senza pubblicazione di bando di gara.
La lettera e) del medesimo comma 2) utilizza la dizione “bandi” in un’accezione che potrebbe creare una certa confusione interpretativa. Considerato il contesto in cui è collocata la disposizione, cioè nell’ambito della disciplina sugli appalti pubblici, si suggerisce di sostituire con “bandi di gara” o “gare d’appalto”.
Relativamente al comma 2-ter si chiede di chiarire meglio a cosa la norma si riferisca quando parla di requisiti di idoneità previsti dal d.lgs 163/2006 e s.m., se a quelli di ordine generale cosiddetti “morali”, o anche ai requisiti di idoneità professionale, ai criteri di capacità economico-finanziaria, o ancora a quelli di capacità tecnica e professionale dei fornitori e dei prestatori dei servizi.
Resta fermo il fatto che la disposizione non sembra voler riservare di fatto alle micro, piccole e medie imprese un trattamento preferenziale rispetto a quello indicato dal codice degli appalti, laddove si prevede che i requisiti possono essere provati in sede di gara mediante dichiarazione sottoscritta in conformità alle disposizione del decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000 n. 445; solo al concorrente aggiudicatario è richiesta la documentazione probatoria, a conferma di quanto dichiarato in sede di gara.
A meno che la norma non voglia rinviare, per le micro, piccole e medie imprese, alla fase dell’aggiudicazione anche la presentazione della dichiarazione di almeno due istituti bancari o intermediari autorizzati ai sensi del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, unico documento che negli appalti di forniture e servizi viene richiesto all’atto della presentazione dell’offerta a dimostrazione della capacità finanziaria ed economica delle imprese concorrenti; oppure che voglia esentare le PMI stesse dai controlli sul possesso dei requisiti prima dell’aperture delle buste secondo quanto previsto dall’art. 48 del d. lgs. 163/2006.
Nel comma 3, laddove si rinvia al comma 1 per vietare la richiesta di requisiti finanziari sproporzionati alle imprese aggiudicatarie, si propone di utilizzare la stessa terminologia nelle due disposizioni, sostituendo il termine “contratti” con “appalti”.
La disposizione in sé è pleonastica perché formalizza anche se solo limitatamente al profilo finanziario, un principio sancito dalla direttiva comunitaria 18/2004 e dal codice nazionale degli appalti e poi più volte ripreso dalla giurisprudenza secondo cui le amministrazioni non possono introdurre nei bandi di gara prescrizioni concernenti i requisiti di ammissione che risultino non ragionevoli, avuto riguardo all'oggetto dell'appalto  e alle sue caratteristiche particolari, ed in contrasto con i principi, di derivazione comunitaria ed immanenti nell'ordinamento nazionale, di ragionevolezza e proporzionalità, nonché di apertura alla concorrenza degli appalti pubblici
Peraltro se in merito ai lavori pubblici non sembrano sussistere problemi di identificazione del concetto di “proporzionalità” o “adeguatezza”, perché vigono le disposizioni del DPR 34/2000 sull’attestazione SOA che dispone la verifica nell’impresa concorrente di tutti i requisiti di ordine generale e speciale, inclusi quelli di profilo finanziario, sarebbe opportuno declinare il concetto con maggiore precisione per i servizi e le forniture rispetto a quanto previsto dall’art. 41 del codice degli appalti.
Capo III
Si rinvia alle considerazioni fatte in premessa in merito alle politiche di sostegno alle imprese.
Art. 12 – Definizioni
L’elencazione delle definizioni di cui al presente articolo rischia di riprodurre, in maniera non esaustiva, le definizioni relative alle tipologie di imprese ed alle forme aggregative contemplate in atti normativi nazionali e regionali. Tali definizioni peraltro rischiano di configgere con quelle attualmente vigenti proprio ai fini dell’accesso agli incentivi a cui l’articolo stesso fa riferimento.
Si propone la soppressione dell’articolo.
Art. 13 – Politiche pubbliche per la competitività
Come evidenziato nella parte generale del documento, l’articolo confligge con le competenze costituzionalmente riservate alle Regioni in materia di industria e artigianato, commercio ed internazionalizzazione delle imprese, operando un riaccentramento degli strumenti anche finanziari di sostegno alle PMI.
Pertanto, tutte le disposizioni dell’articolo, ad eccezione delle lettere b), d) ed e) andrebbero soppresse. In subordine se ne propone la sostanziale modificazione a seguito di confronto con le Regioni, ferma restando in ogni caso la soppressione dei punti c), c-bis), c.ter).
Ciò premesso, si ritiene comunque di segnalare quanto segue:
1.            la dizione “reti di imprese” così formulata include anche la grande impresa, per cui sarebbe più opportuna la dizione “e le relative reti di imprese”;
2.            la dizione “50% degli incentivi” andrebbe sostituita con la dizione “50% di ogni forma di incentivazione”, per non ingenerare confusioni interpretative;
3.            gli incentivi automatici non si ritengono una modalità di agevolazione adeguata per favorire la micrompresa;
Art. 14 – Delega al Governo in materia di imposizione tributaria relativa alle imprese e di compensazione tra i crediti delle imprese nei confronti delle amministrazioni pubbliche e i debiti relativi ad obbligazioni tributarie e per oneri sociali
Si nutrono perplessità sull’opportunità di trattare tematiche come quella fiscale, in prossimità di un riforma in senso regionalistico della stessa.
Nello specifico dell’articolato, la lettera d-bis del comma 4- bis specifica l’importo delle deduzioni ulteriori da applicarsi a determinati soggetti ( società in nome collettivo o accomandita, persone fisiche o società semplici) : si dovrebbe quindi parlare di elevazione delle deduzioni piuttosto che elevazione della soglia di tassazione.

+T -T
Nota su manovra e contenimento spese per il personale

Conferenza Regioni Doc 18.11.10

(regioni.it) La manovra di luglio prevede, fra l’altro, una serie di misure per il contenimento delle spese per il personale delle amministrazioni pubbliche. La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome (a conclusione di un lavoro congiunto con la  Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative regionali) ha approvato, nella riunione del 18 novembre, una proposta di circolare che si “pone l’obiettivo di definire univoci indirizzi interpretativi sugli aspetti applicativi della normativa in esame onde favorire un’omogeneità di attuazione da parte delle amministrazioni regionali, anche per quanto riguarda il Servizio Sanitario Nazionale”.
Il documento è stato pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it e il link è:
Si riporta di seguito il testo integrale
CONFERENZA DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME - 10/133/CR6/C1
La presente nota circolare, redatta congiuntamente dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome e dalla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative regionali, a conclusione del lavoro svolto dal gruppo misto di natura tecnica appositamente costituito, si pone l’obiettivo di definire univoci indirizzi interpretativi sugli aspetti applicativi della normativa in esame onde favorire un’omogeneità di attuazione da parte delle amministrazioni regionali, anche per quanto riguarda il S.S.N. ed eliminare i risvolti negativi derivanti da potenziali disparità di trattamento tra dipendenti pubblici.
Di seguito vengono, pertanto, illustrati gli aspetti delle norme della legge che dettano disposizioni in materia di contenimento generale delle spese di personale sui quali, dopo ampio approfondimento, si è giunti ad una condivisione di interpretazione da parte della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome e dalla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative regionali, fermi restando gli ulteriori indirizzi applicativi che sull’argomento saranno eventualmente diramati.
1.      Contenimento delle spese in materia di pubblico impiego
A) Divieto di superamento nel triennio 2011-2013 del “trattamento ordinariamente spettante per l’anno 2010”
Il comma 1 dell’articolo 9 introduce, per gli anni 2011, 2012 e 2013 il divieto di superamento del trattamento ordinariamente spettante per l’anno 2010, da parte del trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, compreso il trattamento accessorio.
Mancando una norma specifica di definizione del concetto di “trattamento ordinariamente spettante”, occorre necessariamente procedere in via interpretativa, escludendo naturalmente le eccezioni esplicitate dalla stessa disposizione.
Anche alla luce di recenti pronunce giurisprudenziali, per individuare il tetto nel triennio di riferimento al trattamento economico del singolo dipendente, si conviene sull’opportunità di riferirsi a “quanto giuridicamente ad esso spettante come trattamento ordinario per l’anno 2010”, in conto competenza ed a parità di condizioni giuridiche.
In pratica sono da ricomprendere nel tetto del trattamento economico individuale tutte le voci del trattamento fondamentale ed accessorio aventi il carattere della fissità e continuità, in relazione alla categoria, posizione e tipologia di funzioni e/o incarico di inquadramento posseduti nel 2010.
In particolare, in relazione al trattamento fondamentale:
1.      stipendio tabellare (comprensivo della indennità integrativa speciale);
2.      retribuzione individuale di anzianità (R.I.A.), se acquisita;
3.      maturato economico ex art. 35, comma 1, lettera b), del CCNL del personale dirigente del 10.4.1996, se acquisito;
4.      progressione economica orizzontale;
5.      eventuali assegni ad personam;
6.      tredicesima mensilità,
e, per quanto riguarda il S.S.N.:
1.      indennità di specificità medica;
2.      retribuzione di posizione minima unificata;
3.      indennità di esclusività, fissata al valore percepito al 31/12/2010;
4.      indennità professionale specifica;
5.      valore comune indennità di qualificazione professionale.
Per quanto attiene alle voci fisse e continuative del trattamento accessorio, sono assoggettate al blocco triennale, nel senso che qualora attribuite nel 2010 devono essere riconosciute, ad invarianza di condizioni giuridiche, anche nel periodo di riferimento 2011-2013, fermo restando i relativi importi unitari direttamente stabiliti dai contratti nazionali o determinati dai contratti decentrati in vigore nel 2010, gli elementi retributivi di seguito specificati, compresi quelli collegati al consolidamento conseguente ad una specifica previsione contrattuale e/o all’effettiva presenza in servizio:
1.      indennità di comparto;
2.      indennità di direzione e staff ex art. 37, comma 4, del CCNL del 6.7.1995;
3.      indennità specifica categorie A e B1;
4.      indennità centralinisti non vedenti ex legge n. 113/1995;
5.      retribuzione di posizione titolari di Posizione organizzativa o di Alta professionalità e, per quanto riguarda il S.S.N., anche l’indennità di coordinamento;
6.      indennità di docenza ex articolo 37, comma 1, lett. e) CCNL 06.07.1995;
7.      compensi per particolari responsabilità;
8.      indennità di disagio;
9.      indennità di maneggio valori;
10.  indennità di rischio e, per il personale del SSN, di rischio radiologico;
11.  indennità di turno;
12.  indennità di reperibilità;
13.  indennità di struttura ex art. 44 CCNL personale non dirigente comparto Sanità 1.9.1995 (attività in terapia intensiva);
14.  retribuzione di posizione dei dirigenti regionali e, per il S.S.N., retribuzione di posizione aziendale, indennità di struttura complessa, l’indennità di dipartimento.
Sono fatti salvi nel corso del triennio di riferimento, quindi non vengono ricompresi nel tetto del trattamento economico complessivo, gli “effetti derivanti da eventi straordinari della dinamica retributiva”, vale a dire le variazioni retributive in aumento conseguenti a eventi che incidono sulla prestazione lavorativa. Sono evidenziati direttamente dalla disposizione le variazioni dipendenti da:
a.            eventuali arretrati (es. ex rinnovi contrattuali e/o riconoscimento attribuzione istituto contrattuale con decorrenza retroattiva);
b.            conseguimento funzioni diverse in corso d’anno; a titolo esemplificativo:
-       assegnazione incarichi dirigenziali a termine e di posizione organizzativa/alta professionalità;
-       innalzamento livello struttura dirigenziale e/o di p.oper accrescimento funzioni;
-       l’equiparazione dell’incarico dirigenziale dopo i primi 5 anni di servizio per il SSN;
-       assegnazione a struttura con orario di lavoro a turni e/o ad area di pronto intervento con servizio di pronta reperibilità;
-       impiego allo svolgimento di prestazioni lavorative che comportano esposizione continua e diretta a rischio, di attività in condizioni particolarmente disagiate, di servizi continuativi che comportano maneggio valori di cassa, di compiti che comportano specifiche responsabilità, ipotesi di diversa/maggiore articolazione della prestazione di servizio a turni e/o di pronta reperibilità, ecc.
Resta fermo che, per il riconoscimento di voci retributive accessorie aggiuntive rispetto a quelle in godimento preventivamente al blocco, dovranno essere presi in considerazione i relativi importi unitari direttamente stabiliti dai contratti nazionali o determinati dai contratti decentrati in vigore nel 2010.
Non rientrerebbero nella suddetta fattispecie di esclusione dal tetto, le variazioni in aumento del trattamento economico derivanti dalle “progressioni di carriera comunque denominate”, che, per effetto di esplicita previsione normativa, producono nel triennio di riferimento effetti esclusivamente giuridici e non economici (cfr. “fermo in ogni caso quanto previsto dal comma 21, terzo e quarto periodo, per le progressioni di carriera comunque denominate”): nella suddetta accezione di “progressioni di carriera comunque denominate” non è da ricomprendere, per ragioni che emergono sia da un’interpretazione logico-sistematica che alla stregua del principio di ragionevolezza, l’acquisizione della categoria superiore nell’ambito del sistema di classificazione conseguente alla partecipazione con esito positivo a concorso pubblico (in riferimento a riserva di posti o meno). Nella fattispecie sono invece da ricomprendere le progressioni economiche orizzontali;
c.            missioni svolte in Italia ed all’estero, relativamente al rimborso spese trasporto, vitto e alloggio. Per le missioni all’estero il rimborso delle spese sarà definito nelle misure e nei limiti che saranno definiti con decreto del Ministero degli Affari esteri di concerto con il MEF, stante l’abolizione delle specifiche diarie, ad esclusione delle missioni internazionali di pace (cfr. art. 6, comma 12);
d.            corresponsione indennità di vacanza contrattuale nelle misure previste a decorrere dall’anno 2010 e destinazione risorse ex art. 64, comma 9, D.L. 112/2008 al settore scolastico (cfr. “fatto salvo quanto previsto dal comma 17, secondo periodo, e dall’articolo 8, comma 14”).
Ai casi sopra specificati va aggiunto lo svolgimento di lavoro straordinario, in virtù di una duplice considerazione, la prima afferente all’interpretazione letterale della norma la quale facendo espresso riferimento al trattamento economico ordinariamente spettante esclude le componenti connesse a prestazioni e remunerazioni di carattere non ordinario, la seconda in quanto tale remunerazione implica un’effettiva presenza in servizio. Per analogia, a detta casistica vanno ricondotte, per il S.S.N., le prestazioni orarie aggiuntive rese dal personale infermieristico e tecnici di radiologia ai sensi dell’ art. 1. comma 2, della L. 1/2002, prorogata dalla L. 120/2007.
Vanno letti con un’accezione positiva i casi citati della maternità, malattia, effettiva presenza in servizio (es. part time), nel senso che il limite al trattamento complessivo nel triennio è riferibile al trattamento economico 2010 al lordo (non al netto) delle decurtazioni collegate a tali eventi.
Rimangono esclusi dal blocco del trattamento economico complessivo gli elementi retributivi di carattere accessorio privi di fissità e continuità, in pratica quelle componenti legate al merito, oggetto della riforma ex D.Lgs. 150/2009, che si sostanziano nei compensi di produttività e nella retribuzione di risultato degli incaricati di posizione organizzativa/Alta professionalità e dei dirigenti.
Sono esclusi, altresì, i compensi per attività di pianificazione/progettazione ex art. 92, commi 5 e 6, del D.Lgs. 163/2006 (Codice degli appalti) proprio in quanto eventuali e assolutamente di natura variabile così come i compensi per l’esercizio del patrocinio legale ex R.D. 1578/1933, questi ultimi anche in quanto per lo più assorbono gli emolumenti relativi alla retribuzione di risultato. Lo stesso dicasi per i compensi ai dirigenti per incarichi esterni per cui trova applicazione la disciplina dell’omnicomprensività, in quanto erogati a titolo di retribuzione di risultato. Infine, in quanto anch’essi di natura variabile, i compensi dei dirigenti medici, veterinari e sanitari per lo svolgimento di prestazioni in regime di libera professione, ivi comprese le prestazioni aggiuntive di cui all’art. 55, comma 2 CCNL 8 giugno 2000.
Analogamente devono ritenersi esclusi i compensi previsti da specifiche disposizioni di legge ed inclusi nei fondi per il comparto delle Regioni e delle Autonomie Locali ai sensi dell’articolo 15, lett. k) del CCNL 1.4.1999 e dell’articolo 26, lett. e) del CCNL area della dirigenza del 23.12.1999.
B) Riduzione dei trattamenti economici complessivi superiori a 90.000 euro lordi annui
Il comma 2 dell’articolo 9 prevede, a decorrere dal 1° gennaio 2011 e sino al 31 dicembre 2013, la riduzione dei trattamenti economici complessivi dei singoli dipendenti superiori a 90.000 euro lordi annui:
a)      del 5% per la parte eccedente il predetto importo fino a 150.000 euro;
b)      del 10% per la parte eccedente l’importo di 150.000 euro.
Si conviene sull’opportunità che il taglio suddetto sia operato al raggiungimento in corso d’anno dei tetti massimi previsti, con riferimento alle voci fisse e continuative del trattamento economico complessivo spettante in termini di competenza.
Ad ogni modo le modalità concrete di imputazione della riduzione sui singoli trattamenti stipendiali saranno individuate da ogni Amministrazione sulla base di criteri certi, omogenei e trasparenti.
C) Divieto di superamento nel triennio 2011-2013 dell’ammontare complessivo delle risorse destinate al trattamento accessorio dell’anno 2010
Il comma 2-bis dell’articolo 9 introduce, a decorrere dal 1° gennaio 2011 e sino al 31 dicembre 2013, il divieto di superamento, da parte dell’ammontare delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale, del corrispondente importo dell’anno 2010. Viene inoltre stabilito che l’ammontare complessivo delle risorse destinate al trattamento accessorio del personale è automaticamente ridotto in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio.
Viene, in sostanza, introdotto un tetto all’ammontare complessivo delle risorse decentrate fino al 2013, pari all’importo dell’anno 2010, escludendo quindi qualsiasi possibilità di alimentazione automatica del fondo (ad es., art. 40 CCNL personale non dirigente comparto “Sanità” 7.4.1999).
Si conviene comunque che dal suddetto tetto rimangano esclusi i residui venutisi a determinare negli anni precedenti e rimane valida la possibilità di adeguare le risorse decentrate in caso di incremento di dotazione organica e contestuale copertura dei posti per gli effetti di soppressione di aziende regionali e acquisizione del personale nell’organico dell’Ente. Per quanto riguarda gli enti del S.S.N., l’incremento della dotazione organica deve essere autorizzato in via preventiva dalla regione.
Si conviene altresì che dal tetto in esame vadano escluse le risorse per l’erogazione dei compensi per attività di pianificazione/progettazione ex art. 92, commi 5 e 6, del D.Lgs. 163/2006 (Codice degli appalti), dei compensi per l’esercizio del patrocinio legale ex R.D. 1578/1933 e dei compensi ai dirigenti per incarichi esterni per cui trova applicazione la disciplina dell’omnicomprensività ed altre eventuali risorse previste da specifiche disposizioni di legge, le quali alimentano i fondi per il comparto delle Regioni e delle Autonomie Locali ex artt. 15, lett. k) CCNL 1.4.1999 e 26, lett. e) del CCNL 23.12.1999 area dirigenza; trattasi di risorse che sono nominalmente trattamento accessorio, poiché tali individuate dai contratti (confluiscono, infatti, nell’ambito delle risorse complessive destinate al trattamento accessorio ma con destinazione vincolata, rappresentando contabilmente una vera e propria partita di giro), ma finanziate da fonti esterne a quelle messe a disposizione dai contratti.
In relazione alla riduzione automatica delle risorse “in misura proporzionale alle cessazioni di personale, da determinare in sede di costituzione delle risorse, vengono in rilievo:
1) il riferimento temporale di applicazione : la riduzione dei fondi si applica già dal 2011, con riferimento alla riduzione nell’anno del personale in servizio; questa non potrà che essere conteggiata a saldo comparando l’entità del personale al 31 dicembre rispetto alla consistenza del medesimo al 1° gennaio, escludendo il numero delle unità da assumere, nei limiti di spesa consentiti, nell’ambito del programma triennale del fabbisogno – piano occupazionale annuale e distinguendo tra categorie e dirigenza; inoltre nel calcolo dell’entità annuale di riduzione delle risorse si dovrà tener conto della data di cessazione del personale fuoriuscito, in considerazione del diritto dei cessati all’attribuzione del trattamento accessorio per il periodo di permanenza in servizio nell’anno di cessazione, operando pertanto una riduzione in termini di rateo da effettuarsi preventivamente all’erogazione nell’anno successivo del quantum spettante con riferimento all’anno di competenza precedente. Il primo automatismo in termini di riduzione di quote annuali intere va applicato alle risorse dell’anno 2012 (per la parte rimanente rispetto al rateo già decurtato), con riferimento alla riduzione del personale in servizio avvenuta nel corso del 2011, il secondo alle risorse dell’anno 2013, con riferimento alle cessazioni del 2012, ed il terzo alle risorse dell’anno 2014, in relazione alle cessazioni del 2013.
2) individuazione delle voci accessorie da ridurre: vanno decurtate le risorse destinate alla corresponsione di tutti gli elementi retributivi accessori, con esclusione degli importi relativi a:
- le progressioni economiche orizzontali, in quanto, pur se erogati con risorse decentrate, fanno parte del trattamento economico fondamentale e, per espressa previsione contrattuale, rimangono ivi acquisiti anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro;
- la retribuzione di posizione per gli incarichi di posizione organizzativa e di Alta professionalità e per gli incarichi dirigenziali e per il personale del SSN anche l’indennità di coordinamento, poiché rientrano nell’esercizio della prerogativa di organizzazione degli uffici (deve, infatti, essere garantito all’ente di poter conferire il relativo incarico ad altro soggetto);
- le indennità di disagio, di rischio, di turno, di reperibilità,di struttura, di maneggio valori, i compensi per particolari responsabilità, in quanto collegate anch’esse ad esigenze organizzative volte a garantire il funzionamento dell’Ente e la regolare prestazione dei servizi a cittadini ed imprese;
- gli incentivi per le attività di progettazione e pianificazione nonché di patrocinio legale (rispettivamente previste dal D.Lgs. 163/2006 e R.D. 1578/1933) nonché i compensi ai dirigenti in regime di omnicomprensività;
3) determinazione del quantum da ridurre: va determinato un importo medio, mediante la somma delle quote individuali delle voci accessorie erogate, in conto competenza nell’anno precedente (per il 2011 si fa riferimento al 2010), al personale che cessa, diviso per il numero delle unità cessate nell’anno stesso. L’importo così determinato è moltiplicato per le unità di personale cessate, al netto delle assunzioni programmate.
Tale modalità di calcolo va applicata per il triennio 2011 – 2013.
D) Contenimento degli aumenti retributivi ex rinnovi contrattuali biennio 2008-2009
Il comma 4 dell’articolo 9 prevede che gli aumenti retributivi collegati ai rinnovi contrattuali per il biennio economico 2008-2009, anche se stipulati precedentemente all’entrata in vigore del D.L. 78/2010, non debbano superare il limite del 3,2% (fissato dalla legge finanziaria 2009). In caso di superamento del limite le clausole difformi non possono trovare applicazione a decorrere dalla mensilità successiva (giugno) alla data di entrata in vigore del decreto con conseguente adeguamento dei trattamenti retributivi.
Si conviene che per l’attuale comparto “Regioni – Autonomie locali” la disposizione in esame trovi applicazione solo in relazione agli emolumenti finanziati con le risorse aggiuntive per la contrattazione decentrata integrativa individuate dall’articolo 4 del CCNL del 31.7.2009 con riferimento al solo anno 2009.
Ugualmente, per quanto riguarda il comparto “Sanità”, la norma in argomento ha effetto esclusivamente sull’utilizzo delle risorse aggiuntive di cui all’art. 10 del CCNL del 31.7.2009, all’art. 12 del CCNL 6 maggio 2010 dell’Area III del SSN e all’art. 13 del CCNL 6 maggio 2010 dell’Area IV del SSN.
Ne discende l’inefficacia di tali emolumenti con decorrenza dalla mensilità di giugno del corrente anno con conseguente impossibilità, a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, di erogare i medesimi emolumenti con riferimento alle somme che, pur stanziate, non siano ancora state utilizzate. Resta escluso, in quanto non previsto dalla norma, il recupero degli emolumenti allo stesso titolo eventualmente già corrisposti.
E) Contenimento della spesa di personale con rapporto di lavoro flessibile
Il comma 28 dell’articolo 9 prevede che a decorrere dall’anno 2011 le amministrazioni pubbliche si avvalgano di personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50 per cento della spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009 e che parimenti la spesa per personale relativa a contratti di formazione-lavoro, ad altri rapporti formativi, alla somministrazione di lavoro, nonché al lavoro accessorio non possa essere superiore al 50 per cento di quella sostenuta per le rispettive finalità nell'anno 2009.
Tali disposizioni costituiscono principi generali ai fini del coordinamento della finanza pubblica ai quali si adeguano le regioni, le province autonome, e gli enti del Servizio sanitario nazionale.
Si conviene che dal limite di spesa di personale a tempo determinato e/o con incarichi di co.co.co. sono escluse le spese relative a:
-   le assunzioni finanziate con risorse dell’Unione Europea, statali (v. FAS) e private;
- le assunzioni finanziate con Progetti Regionali ( ad esempio i piani di integrazione di prevenzione);
-   i rapporti di lavoro dirigenziali a tempo determinato per i quali già valgono le limitazioni normative speciali previste dalla legislazione statale e regionali regolanti l’utilizzo di tale modalità per il conferimento dei relativi incarichi. D’altra parte tale tipologia di reclutamento risulta funzionale ad una modalità di conferimento degli incarichi dirigenziali che, ove limitata ulteriormente rispetto ai limiti di legge sopra richiamati, inciderebbe in modo improprio sulle prerogative regionali in materia di organizzazione degli uffici ;
-   il personale assegnato alle strutture di supporto agli organi politici, per il quale oltre ad operare discipline speciali relativamente al reclutamento già sono previsti limiti numerici e/o economici circa la quantità di risorse assegnabili.
E’ facoltà degli enti assicurare la riduzione di spesa prevista dalla disposizione con riferimento alla spesa complessiva per tutte le tipologie di rapporti di lavoro flessibili ivi considerati.
Per il SSN le presenti disposizioni sono assorbite negli obiettivi di cui all’art. 1, comma 565, della legge n. 296/2006, come previsto al par. 2.
Quanto esplicitato al presente paragrafo, sub A), B) e C), trova applicazione per tutto il personale dipendente compresi i soggetti ai quali non si applica il CCNL del Comparto Regioni ed Autonomie locali (a titolo esemplificativo il personale con la qualifica di giornalista).
2. Patto di stabilità interno ed altre disposizioni sugli enti territoriali
Il comma 9 dell’articolo 14 pone, con decorrenza 1° gennaio 2011, il divieto per gli enti nei quali l'incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40% delle spese correnti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale. Inoltre, per gli enti con un rapporto inferiore al suddetto 40% viene stabilita la possibilità di procedere ad assunzioni di personale nel limite del 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell'anno precedente (vale a dire delle cessazioni verificatesi nell'anno 2010).
Dal 2011 si abbassa, pertanto, di dieci punti percentuali il tetto della virtuosità che consente di non incorrere nel divieto assoluto di procedere ad assunzioni di personale (a qualsiasi titolo e con qualsiasi tipologia di contratto) e con la medesima decorrenza viene introdotto comunque un limite alle assunzioni anche per gli enti virtuosi, consistente nel quinto della spesa delle cessazioni dell’anno 2010.
Si conviene che sia dal divieto assoluto di assunzioni che dal limite alle stesse, stabilito nella misura del 20% delle cessazioni dell’anno precedente, siano da escludere le assunzioni di personale appartenente alle categorie protette ex L. 68/1999 nonché quelle per lo svolgimento di servizi infungibili ed essenziali, quali le ispezioni in ambito fitosanitario di cui al D.Lgs. 19 agosto 2005 n. 214.
A fini di chiarezza sulle voci che determinano il costo del personale, e di omogeneità di individuazione e verifica delle stesse, si conviene sull’individuazione delle spese di personale attraverso un documento unitario quale il conto annuale.
Si conviene, altresì, che costituiscono componenti da considerare per la determinazione delle spese di personale:
a)      le retribuzioni lorde – trattamento fisso ed accessorio corrisposto al personale dipendente con rapporto di lavoro a tempo indeterminato (con esclusione delle categorie protette) a tempo determinato, di formazione e lavoro, al personale in posizione di comando proveniente da altre amministrazioni pubbliche al netto dei rimborsi ricevuti per il personale comandato presso altre amministrazioni;
b)      i compensi corrisposti alle collaborazioni coordinate e continuative diverse rispetto a quelle di cui all’art. 7, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165;
c)      le spese per contratti di somministrazione di lavoro;
d)     gli emolumenti corrisposti a lavoratori socialmente utili;
e)      gli oneri riflessi a carico del datore di lavoro per contributi obbligatori;
f)       l’ IRAP;
g)      gli assegni per il nucleo familiare, buoni pasto ed equo indennizzo;
h)      gli oneri relativi ai rinnovi contrattuali.
Per la determinazione puntuale delle spese di personale da conto annuale, secondo i criteri di cui sopra, si forniscono le specificazioni riportate nell’allegata scheda tecnica.
Il limite di assunzioni individuato con riferimento alla spesa delle cessazioni dell’anno precedente è un concetto utilizzato dal legislatore statale sin dalla finanziaria 2005 e relativo d.p.c.m. attuativo: in pratica nel 2011 si potrà procedere, indipendentemente dal numero di cessati del 2010, ad assumere personale (a tempo indeterminato) nella misura massima del 20 per cento del costo lordo, calcolato su base annua, delle cessazioni derivanti da estinzione del rapporto di lavoro verificatesi nel corso del 2010 medesimo. Restano esclusi i processi per mobilità.
Tali evidenziazioni sono utili per la corretta determinazione dei costi del programma triennale del fabbisogno di personale.
In particolare:
a)       per la determinazione del costo lordo annuo di ciascuna unità cessata viene convenzionalmente adottata la seguente modalità di calcolo: stipendio tabellare medio della categoria di appartenenza + indennità di comparto + oneri conseguenti, compreso IRAP;
b)      per la determinazione del costo lordo annuo di ciascuna unità di personale assunta viene convenzionalmente adottata la seguente modalità di calcolo: stipendio tabellare della posizione economica iniziale della categoria di appartenenza + indennità di comparto + oneri conseguenti, compreso IRAP.
Nel costo del personale cessato non vanno computate le economie derivanti dai trasferimenti in uscita, così come nel costo del personale assunto non vanno computati i maggiori oneri derivanti dai trasferimenti in entrata.
Le mobilità in entrata ed in uscita sono ad ogni modo valorizzate ai fini della spesa del personale e concorrono rispettivamente ad aumentarla ed a diminuirla.
Si conviene ad ogni modo che qualora nell’ambito del programma triennale del fabbisogno rispetto alla possibilità di spesa (1/5 delle risorse derivanti dalle cessazioni) si realizzi un’economia, la stessa può essere utilizzata a titolo di residuo per l’anno successivo.
Per la Sanità continua a trovare applicazione la disposizione di cui all’articolo 1, comma 565, della legge n. 296/2006.
Quanto esplicitato nel presente paragrafo trova applicazione anche per ciascun ente dipendente della Regione.
Ai fini della determinazione del rapporto spese di personale/spese correnti le regioni possono computare nell’ambito delle proprie spese di personale e spese correnti quelle rispettivamente sostenute da enti ed organismi strumentali esplicitamente individuati dalle medesime.
Agli enti ed organismi strumentali non esplicitamente individuati si applica automaticamente quanto previsto dall’articolo 14, comma 9.
Resta ferma la facoltà delle regioni di escludere dagli enti ed organismi strumentali quelli cui si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Sanità riconducendoli al rispetto delle specifiche disposizioni vigenti per il Servizio sanitario nazionale.
Scheda tecnica - QUANTIFICAZIONE DELLE SPESE DI PERSONALE AI FINI DELLA DETERMINAZIONE DEL RAPPORTO SPESE DI PERSONALE/SPESE CORRENTI
I dati delle spese di personale presenti nel conto annuale da considerare sono quelli contenuti nelle tabelle 12, 13 e 14, da ricavare in base alle indicazioni di seguito specificate.
TABELLA 12 – oneri annui per voci retributive a carattere “stipendiale” corrisposte al personale in servizio
Dal totale di colonna 9 di detta tabella vanno decurtati:
il totale della colonna 7 – “arretrati anni precedenti”;
il totale dell’ultima riga “collaboratori a tempo determinato”.
TABELLA 13 – oneri annui per indennità e compensi accessori corrisposte al personale in servizio
Dalla colonna “Totale” di detta tabella vanno decurtati:
il totale della colonna S998 – “arretrati anni precedenti”;
il totale dell’ultima riga “collaboratori a tempo determinato”.
Dalle tabelle 12 e 13 vanno decurtati gli importi relativi al personale in servizio appartenente alle categorie protette.
TABELLA 14 – altri oneri che concorrono a formare il costo del lavoro
Di detta tabella vanno presi in considerazione gli importi relativi alle seguenti voci:
codice L005 – “assegni per il nucleo familiare”;
codice L011 – “erogazione buoni pasto”;
codice L100 – “equo indennizzo al personale”;
codice L105 – “somme corrisposte all’agenzia di somministrazione (interinale)”;
codice L108 – “contratti di collaborazione coordinata e continuativa”, per la quota riferita a co.co.co. diverse rispetto a quelle di cui all’art. 7, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165;
codice P015 – “retribuzioni del personale a tempo determinato”;
codice P016 – “retribuzione del personale con contratto di formazione e lavoro”;
codice P055 – “contributi a carico dell’amministrazione su competenze fisse ed accessorie”;
codice P058 – “quote annue di accantonamento del TFR o altre indennità di fine servizio”;
codice P061 – “IRAP”;
codice P062 – “oneri per i contratti di somministrazione (interinali)”;
codice P065 – “compensi per il personale ai lavori socialmente utili”;
la differenza tra l’importo della voce con codice P071 – “somme rimborsate alle amministrazioni per spese di personale” e l’importo della voce con codice P090 – “rimborsi ricevuti dalle amministrazioni per spese di personale”.
Dall’ammontare delle voci con codice L105, L108, P015, P055, P061 e P062 vanno decurtati gli importi corrisposti al personale il cui costo è finanziato con risorse comunitarie, statali (V. FAS) e private e quelli relativi ai collaboratori delle strutture di supporto agli organi politici.
Dall’ammontare delle voci con codice P015, P016, P055, P061, P062 e P065 vanno decurtati gli importi corrisposti a titolo di arretrati contrattuali riferiti ad anni precedenti.
Dall’ammontare delle voci con codice P055 e P061 vanno altresì decurtati gli importi relativi ad oneri

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Associazionismo comunità montane: riparto 2010

(regioni.it) E’ stato pubblicato sul sito del Ministero dell’interno il riparto  delle risorse statali a sostegno dell’associazionismo delle comunità montane, per l’anno 2010, a favore delle Regioni individuate ai sensi dell’intesa del 6 maggio 2010 sancita in sede di Conferenza Unificata.
Il riparto può essere consultato anche nella sezione “montagna” del sito www.regioni.it.
 
(red/07/12.10)
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periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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