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Regioni.it
periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

n. 1797 - lunedì 16 maggio 2011

Sommario3
- Federalismo fiscale regionale e fabbisogni standard: il testo in G.U.
- Decreto sviluppo in Gazzetta Ufficiale
- Marche: danni maltempo; ricorso al Tar
- Rifiuti in discarica: attuazione "problematica" del decreto
- Federalismo fiscale: documento di analisi del Decreto "premi e sanzioni"
- Istat: aumenta commercio estero e inflazione

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Federalismo fiscale regionale e fabbisogni standard: il testo in G.U.

(regioni.it) E’ stato pubblicato  sulla Gazzetta Ufficiale (Serie generale n. 109 del 15.5.2011) il  Decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (Disposizioni in materia di autonomia di entrata delle Regioni a statuto ordinario e delle Province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario).
 
Provvedimento
Conferenza delle Regioni
 
Pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale
 
Intesa sullo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di autonomia di entrata delle Regioni a statuto ordinario e delle Province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario.
 
L’argomento è stato esaminato nelle seguenti sedute:
14 e 28 ottobre 2010;
4, 10, 11, 18 novembre (approvato un documento di osservazioni e proposte emendative) e 25 novembre 2010; 2, 9 e 16 dicembre 2010.
 
Nella seduta del 16 dicembre 2010 della Conferenza Unificata è stata sancita l’Intesa.
 
Repertorio Atti n.: 138/CU del 16/12/2010
 
Gazzetta Ufficiale – Serie generale n. 109 del 15.5.2011
 
 
 
(red/16.05.11)

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Decreto sviluppo in Gazzetta Ufficiale

(regioni.it) Il Decreto-legge 13 maggio 2011 recante “Semestre Europeo – Prime disposizioni urgenti per l’economia è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 110, del 13 maggio 2011”. 
Il Parere in sede di Conferenza Unificata sarà espresso successivamente, in base a quanto previsto dall’art. 2, comma 5, lettera a), del D.lgs. 281/1997.
Il link al Decreto pubblicato sulla G.U. : 
www.regioni.it/upload/DecretoSviluppo130511.pdf
Con riferimento al dl “Sviluppo” sono disponibili sul sito www.regioni.it l'analisi tecnica normativa, la relazione illustrativa, relazione tecnica e la tabella degli importi da finanziare. Il link è: www.regioni.it/upload/160511decrsvilualleg.zip
 
(red/16.05.11)

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Marche: danni maltempo; ricorso al Tar

(regioni.it) La Regione Marche impugna il provvedimento del Governo relativo al maltempo di marzo e al ripiano dei danni collegati. Quindi dopo il ricorso alla Corte costituzionale contro il decreto Milleproroghe, la Regione impugna la direttiva attuativa del presidente del Consiglio dei ministri che impone alle Marche di introdurre quella che è stata definita la 'tassa sulle disgrazie' per ripianare i danni provocati dall'alluvione del marzo scorso.
La giunta ha incarico per il ricorso al Tar del Lazio contro la direttiva Berlusconi sul reperimento obbligatorio delle risorse regionali attraverso una manovra di bilancio, interventi sulle aliquote Irpef e Irap, un incremento dell'accisa sulla benzina''. ''Percorreremo tutte le strade che la legge ci consente per far valere le nostre ragioni e per dare risposte a un territorio che ha subito 610 milioni di danni'' ha detto il presidente Gian Mario Spacca.
Il ricorso amministrativo riguarda anche la nota del Dipartimento nazionale della Protezione civile del 31 marzo 2011 (inviata all'Abruzzo, Basilicata e Marche) che interpreta le nuove norme del Milleproroghe, assegnando alle Regioni gli oneri finanziari per la gestione delle emergenze, senza poter accedere direttamente al Fondo nazionale di protezione civile, come e' sempre avvenuto in passato.
''Tutti gli spazi di confronto con il governo nazionale si sono esauriti - spiega Spacca - e le richieste che vengono dai territori devastati rimangono senza risposta da parte dell' esecutivo. La solidarieta' dello Stato non puo' mancare dopo che lo stesso Governo ha emanato la dichiarazione di 'emergenza nazionale', senza farla seguire da un'ordinanza, come sempre in precedenza era avvenuto''. 

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Rifiuti in discarica: attuazione "problematica" del decreto

Conferenza Regioni Doc 05.05.11

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 5 maggio. ha approvato un documento sullo smaltimento dei rifiuti e ulteriori aspetti interpretativi relativi alle problematiche riscontrate nell’attuazione del Decreto relativo alla “definizione dei criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica”.
Il documento è stato pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it ed il link è: www.regioni.it/upload/050511_smaltimento.rifiuti.pdf
CONFERENZA DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME - 11/64/CR7a/C5
Premessa
L’applicazione della normativa in materia di rifiuti ha creato una serie di criticità tecniche che le Regioni stanno affrontando un maniera congiunta, e per la risoluzione delle quali è stato ripetutamente chiesto fin dal 2009 un tavolo tecnico al Ministero dell’Ambiente sia in sede di Conferenza Stato Regioni che in sede di Conferenza Unificata, come evidenziato nei pareri espressi riguardanti tre disposizioni nazionali. [Schema di decreto ministeriale “Definizione dei criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica”, schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2008/98/CE e schema di decreto ministeriale “Disciplina dei tempi e delle modalità attuative della gestione degli pneumatici fuori uso”].
Il Ministero dell’Ambiente in tali circostanze aveva condiviso l’opportunità di un confronto tecnico, che però non è stato ancora attivato, e pertanto in questa sede se ne sollecita l’avvio, sia allo scopo di rendere partecipe il Ministero competente in merito alle problematiche ancora aperte, sia a scopo propositivo, delineando possibili soluzioni da applicare in attesa della condivisione con il Ministero stesso.
1. Esclusione della verifica del parametro DOC nel conferimento di rifiuti non pericolosi in discarica
In riferimento all’esclusione della verifica del DOC, possibilità contenuta all’asterisco (*) in calce alla Tabella 5 del DM 27/09/2010 “Definizione dei criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica”, ed in particolare alla lettera a), occorre definire il significato e le modalità operative con cui valutare la frase “ … purché trattati mediante processi idonei a ridurne in
modo consistente l’attività biologica”.
Si ritiene che le fasi depurative necessarie a garantire la riduzione dell’attività biologica dei fanghi per siano le seguenti:
A. ossidazione biologica dei reflui seguita da stabilizzazione aerobica dei fanghi;
B. ossidazione biologica dei reflui seguita da digestione anaerobica dei fanghi.
Quindi, salvo diversa interpretazione ministeriale, si ritiene che l’esclusione della verifica del DOC possa essere applicata qualora i fanghi siano stati sottoposti alle fasi depurative A o B sopra evidenziate.
Si precisa infine che l’attività biologica può anche essere misurata attraverso l’Indice di Respirazione Dinamico.
2. Definizione di rifiuti pericolosi stabili e non reattivi
Il DM 27/09/2010 “Definizione dei criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica” non contiene criteri omogenei volti a definire i rifiuti pericolosi in qualità di “stabili e non reattivi”: conseguenza di ciò è la reale difficoltà di avere a disposizione elementi di chiarezza su come individuare e gestire questi particolari rifiuti, conferibili in discariche per rifiuti non pericolosi. Dopo ampia discussione si concorda sulla seguenti considerazioni:
o si ritiene opportuno confermare la possibilità di conferire nelle discariche per rifiuti non pericolosi nel rispetto dei vincoli previsti dall’art. 6, comma 4, del D.M. 27 settembre 2010 anche i rifiuti pericolosi riconducibili a codici CER di capitoli diversi dal 19;
o si ritiene opportuno prevedere che l’accertamento della stabilità e non reattività dei rifiuti pericolosi avvenga utilizzando specifici test, atti a valutare in modo corretto il rilascio a lungo termine di contaminanti dai rifiuti e verificare il rispetto dei limiti imposti dalla Tabella 5a del DM 27/09/2010;
o si ritiene opportuno valutare anche la stabilità fisica e la capacità di carico dei rifiuti, per la valutazione dei quali è possibile riferirsi ai criteri di accettazione inglesi “WAC”.
3. Procedure da adottare per la corretta classificazione dei rifiuti caratterizzati da pH estremi ( quali le scorie di incenerimento)
Le scorie da incenerimento potrebbero essere classificate tra i rifiuti pericolosi in quanto sono caratterizzati da PH estremo, quindi per dimostrare la loro non pericolosità è necessario effettuare un percorso analitico molto complesso.
In attesa di un pronunciamento dei Ministeri competenti ai fini di classificare NON pericolosi i rifiuti caratterizzati da PH estremi, si propone di utilizzare il metodo condiviso consigliato dall’Istituto Superiore di Sanità.
Si sottolinea che lo smaltimento delle scorie di incenerimento, qualora classificate come rifiuto pericolosi, comporta le ricerca di nuovi siti e la realizzazione di discariche per rifiuti pericolosi attualmente non disponibili.
4. Definizione di rifiuto pericoloso di cui all’articolo 183, comma 1, lettera b) del D.
Lgs. 152/2006 e s.m.i.
In relazione alla modifica della definizione di rifiuto pericoloso introdotta con il D.Lgs 205/2010, e visto il punto 3.4 dell’introduzione dell’allegato D al D.Lgs. 152/06, si ritiene che siano da considerarsi pericolosi esclusivamente i rifiuti che nei capitoli dell’elenco risultano contrassegnati da asterisco. Pertanto si ritiene che le caratteristiche di pericolo di cui all’allegato I della parte quarta del D.Lgs. 152/06 debbano essere valutate solo per i rifiuti identificati come pericolosi mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose (ovvero i rifiuti connotati da voce a specchio).
5. Presenza di microinquinanti organici in fanghi ed ammendanti compostati destinati all'utilizzazione agricola
Occorre che il ministero definisca la metodica per verificare la presenza nei fanghi e nel compost di microinquinanti organici (tra cui gli Idrocarburi Policiclici Aromatici), ed i relativi limiti di concentrazione, in quanto i test attualmente utilizzati rischiano di attribuire ai fanghi ed al compost valori elevati di idrocarburi, senza discriminarne l’origine. Ciò conferisce a compost e fanghi un forte elemento di tossicità, evidentemente non giustificato da una effettiva presenza di tali sostanze in tali materiali.
6. Classificazione di rifiuto quale ecotossico
Risulta necessario che il Ministero dell’Ambiente individui con apposito decreto i criteri e metodi per valutare l’ecotossicità dei rifiuti. Allo stato attuale, pur in presenza di un parere dell’ISS relativo alle frasi di rischio in ambiente acquatico (da R 50 a R 53), non si hanno disposizioni sulle metodologie da applicare per valutare l’ecotossicità in ambiente terrestre (frasi di rischio da R 54 a R 58): l’attenzione alla valutazione di questo punto è dettata dalle notevoli ripercussioni che avranno queste metodologie e relative disposizioni, soprattutto su
rifiuti quali il “car-fluff” e le scorie di incenerimento.
7. Disciplina sanitaria ed ambientale relativa alle attività di produzione di biogas ed ammendante compostato condotte presso imprese non agricole che utilizzano stallatico e materie fecali: Reg. 1069/2009 e Dir. 98/2008/CE.
Con l’entrata in vigore il 4 marzo 2011 del Regolamento 1069/2009, le attività di produzione di biogas ed ammendante compostato condotte presso imprese non agricole che utilizzano stallatico e materie fecali risultano sottoposte sia alla disciplina sanitaria di cui ai Regolamenti n° 1069/2009, sia alla disciplina ambientale di cui al D. Lgs. 152/2006, parte IV, che ha recepito la Direttiva 2008/98/CE.
Al fine di evitare una duplicazione delle procedure che interessano la medesima attività (sia essa la produzione di biogas ovvero la produzione di fertilizzante denominato ammendante compostato) utilizzando lo stallatico, le Regioni chiedono al Ministero dell’Ambiente di farsi promotore di una azione di coinvolgimento nei confronti degli altri Ministeri competenti (Salute, Agricoltura, Sviluppo Economico e Politiche Comunitarie) nonché della Commissione Europea, per trovare una soluzione operativa che semplifichi gli adempimenti amministrativi a carico delle imprese non agricole che utilizzano stallatico e materie fecali per la produzione di biogas ed ammendante compostato.
Il perdurare di questa situazione rischia di pregiudicare fortemente un settore di attività produttiva avente importanza strategica in diversi comparti economici, e che risulta particolarmente rilevante nelle aree ad alta densità zootecnica.
In sintesi
Per i punti 1, 2, 3 e 4 è stata individuata una soluzione condivisa tra le Regioni, che verrà trasmessa per opportuna conoscenza al Ministero dell’Ambiente, mentre per i punti 5, 6 e 7 è necessario l’apertura di un tavolo di confronto con il Ministero dell’Ambiente.
Roma, 5 maggio 2011
 
(red/16.05.11)

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Federalismo fiscale: documento di analisi del Decreto "premi e sanzioni"

Conferenza Regioni Doc 05.05.11

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni  e delle Province autonome, nella riunione del 5 maggio, ha approvato  un primo documento di analisi, sotto il profilo dell’illegittimità dei presupposti costituzionali, dello schema di decreto legislativo recante “meccanismi sanzionatori e premiali, relativi a Regioni, Province e Comuni”.
Il documento è stato consegnato al Governo in occasione della Conferenza Unificata che si è tenuta il pomeriggio dello stesso 5 maggio ed è stato pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it. Il link è:
Si riporta di seguito il testo integrale (senza le note).
CONFERENZA DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME - 11/63/CU4/C1-C2
1. Esercizio del potere delegato ai sensi dell’art. 17, comma 1, lettera e) della legge n. 42 del 2009: assenza dei presupposti legittimanti ed incostituzionalità della sovrapposizione tra presupposti dell’art. 120 e dell’art. 126 della Costituzione
Secondo l’elaborazione del Governo, lo schema di decreto legislativo in esame dovrebbe costituire attuazione dell’art. 17 della legge delega n. 42 del 2009. Un’attenta lettura della norma di delegazione in parallelo con l’atto stesso evidenzia che ciò non è.
Non c’è dubbio (del resto, né le Regioni né gli enti locali lo hanno mai contestato) che il percorso cui sono orientati l’impianto della legge n. 42 e quello dei connessi decreti delegati debba basarsi su meccanismi di verifica e di controllo per far valere la responsabilità politica degli amministratori regionali e locali.
Sotto questo profilo è altresì condivisibile la previsione di un sistema sanzionatorio atto a garantire l’equilibrio finanziario.
Per il raggiungimento di tali obiettivi, d’altronde, sono stati previsti – in pieno accordo con Regioni ed enti locali – strumenti giuridici e di governance extra ordinem nel contesto delle misure legislative poste a garanzia del buon esito dei “piani di rientro in materia sanitaria”. È noto che il perno di tale complesso processo espressamente richiamato dalla legge n. 191 del 2009 è l’art. 120 Cost., che proprio a tutela della “unità giuridica ed economica e in particolare [della] tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali” autorizza in via amministrativa il Governo a sostituirsi ad organi delle Regioni e degli enti locali.
Tale prerogativa attribuita allo Stato deve tuttavia essere considerata di per sé alla stregua di un potere sostitutivo straordinario esercitabile in presenza di emergenze istituzionali di particolare gravità, allorché si ravvisino rischi di compromissione di interessi essenziali, a presidio di fondamentali esigenze di uguaglianza e legalità che il mancato esercizio di competenze e attività da parte di un livello di governo locale potrebbe lasciare insoddisfatta o pregiudicare gravemente. Su questo solco, costantemente sostenuto dalla Corte costituzionale, si possono legittimamente collocare moduli procedimentali che contemplino sì meccanismi di sostituzione dell’autorità di
governo statale, ma sempre nel rispetto delle condizioni di autonomia dell’ente sostituito.
In nessun caso la sostituzione può determinare un’alterazione della funzione esercitata con l’atto sostituito né compromettere l’autonomia dello stesso ente sostituito.
In tale contesto, si collocano precisamente le norme contenute nell’art. 2, comma 84, della legge n.191 del 2009, che espressamente contempla l’ipotesi –già essa di extrema ratio – di ricorso alla nomina di uno o più commissari ad acta destinati ad intervenire nei casi di riscontrata difformità in sede di verifica e monitoraggio dei Piani di rientro sanitari. È significativo che ciò possa avvenire soltanto con il parere della regione interessata, in un quadro di relazioni istituzionali che resta ancorato al principio di leale collaborazione.
È vero che l’ordinamento conosce rimedi ulteriori ed ulteriormente straordinari, da utilizzare
quando nessun altro strumento risulta adeguato, a tutela dell’ordine pubblico materiale e dell’indivisibilità della repubblica; rimedi – questi – che mirano a garantire lo Stato-comunità (e non certo interessi politici del Governo centrale).
Questo strumento è disciplinato nell’art. 126 Cost. e nell’ottica di straordinarietà estrema appena illustrata si colloca e deve essere letto il riferimento a tale articolo contenuto nell’art. 17, comma 1, lettera e), della legge n. 42 del 2009.
La legge altro non fa che prevedere il richiamo ad uno dei possibili strumenti per la cui attivazione devono tuttavia ricorrere i presupposti costituzionalmente previsti. Non si ritiene che tali presupposti siano quelli posti a fondamento dello schema di decreto delegato in commento.
L’art. 126 Cost., con tutta evidenza, si riferisce a comportamenti gravissimi e intenzionali del Presidente della Giunta regionale e del Consiglio regionale compiuti nell’esercizio delle funzioni proprie del loro ruolo istituzionale, non certamente a funzioni amministrative esercitate dal Presidente in qualità di commissario del Governo.
Alla luce delle considerazioni lo schema di decreto legislativo si pone in contrasto, in primo luogo, dalla stessa legge delega, ed in secondo luogo, ai principi costituzionali relativi ai rapporti tra gli enti costitutivi della Repubblica.
Sotto il primo profilo, si rileva come lo stesso articolo 17 della legge delega, significativamente, detta i principi e criteri direttivi relativi ai meccanismi sanzionatori secondo un preciso ordine graduale, nel quale si colloca, come si è detto, anche il riferimento all’art. 126 Cost.
La legge delega, peraltro, riconduce ai casi di grave violazione le “attività” che abbiano causato grave dissesto delle finanze regionali, alludendo quindi, chiaramente, a precise condotte imputabili agli stessi organi dell’ente e non a semplici circostanza di carattere oggettivo, come, invece, fa lo schema laddove prevede tra i presupposti per l’attivazione della procedura ex art. 126 Cost. semplici condotte omissive, ovvero addirittura circostanze di carattere oggettivo quali la mancata realizzazione degli obiettivi del piano e l’aumento massimo dei tributi per due anni, senza apprezzabili risultati sugli equilibri di bilancio (circostanze che potrebbero derivare anche da una inadeguatezza dei contenuti dello stesso piano).
Questa conclusione appare del resto confermata da quella dottrina che, nell’interpretare l’art. 126 Cost., ha sempre fatto riferimento a comportamenti illegittimi abbiano un certo grado di frequenza e di intensità, come – d’altra parte – si desume dalla formula costituzionale e dalle corrispondenti formule degli statuti speciali (che parlano di “reiterate e gravi violazioni di legge”).
È evidente che l’unica lettura costituzionalmente corretta dell’art. 17, comma 1, lettera e), della legge n. 42 non può che riferirsi ai casi in cui la produzione del grave dissesto finanziario sia direttamente imputabile ai comportamenti, reiteratamente e intenzionalmente gravi, del Presidente, della Giunta o del Consiglio regionale.
In sostanza, solo in presenza di condotte intenzionali, personali e non meramente omissive che presentino, quindi, quei caratteri di intenzionalità ed intensità tali da giustificare la sanzione massima sulla carica.
Appare evidente l’impossibilità di applicare la procedura di rimozione alle Regioni i cui Presidenti si trovano, attualmente, ad operare non nell’esercizio delle loro prerogative ordinarie, bensì in qualità di Commissari ad acta per la redazione e/o l’attuazione di un atto – il piano di rientro dal deficit sanitario – a tutti gli effetti statale.
In tale contesto, l’eventuale incapacità del Presidente-Commissario di realizzare gli obiettivi del Piano (sempre che essa non derivi dalla stessa inadeguatezza del Piano, che il Governo può sempre modificare) potrebbe essere “sanzionata” al più – come del resto già prevede la normativa vigente – anche mediante la sua sostituzione, in applicazione dell’art. 120 Cost. Il Presidente-Commissario si trova, infatti ad operare in un contesto di poteri circoscritti, condizionati dalle direttive impartite dal Governo, adottando, in forza della sua qualifica di commissario, decisioni che non possono essere ricondotti alla sua condizione di rappresentante dell’ente regione e non possono, quindi, riflettersi sulla sua carica di Presidente della Regione.
Occorre, dunque, che non solo lo schema di decreto delegato in oggetto, ma gli stessi criteri contenuti nella legge delega siano interpretati attraverso una lettura costituzionalmente orientata tale da:
a) prevedere, per le Regioni i cui presidenti siano già stati nominati commissari ad acta, meccanismi sanzionatori fondati sull’art. 120 Cost. (controllo sostitutivo) e non sull’art. 126 Cost. (controllo sugli organi);
b) individuare, in linea generale, eventuali ulteriori rimedi alle gravi situazioni di squilibrio finanziario, purché compatibili con i presupposti previsti dall’art. 120 Cost., e solo quale rimedio eccezionale e di chiusura (fondato su uno stretto criterio di responsabilità).
Nello schema del decreto delegato, peraltro, quali meccanismi sanzionatori degli organi di governo e amministrativi sono previste limitazioni all’eleggibilità di Sindaci, Presidenti di provincia, e – indirettamente – di Presidenti di Regione.
Anche a tale riguardo, occorre ribadire che, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale, le condizioni di ineleggibilità alle cariche elettive – rappresentando una deroga al diritto di elettorato passivo – devono essere espressamente determinate dalla legge e sono da interpretarsi in senso restrittivo. Tale assunto è stato recentemente ribadito nella sent. n. 25 del 2008, dove viene ricordato che l’art. 51 Cost. assicura, in via generale, il diritto di elettorato passivo senza porre discriminazioni sostanziali tra cittadini (cfr. sen. 288/2007 e 235/1988). Pertanto, le restrizioni del contenuto di tale diritto sono ammissibili solo in presenza di situazioni peculiari ed in ogni caso per motivi adeguati e ragionevoli, finalizzati alla tutela di un interesse generale.
Di conseguenza, le cause di ineleggibilità sono di stretta interpretazione e devono essere contenute entro i limiti rigorosamente necessari al soddisfacimento delle esigenze di pubblico interesse, ricollegantisi alla funzione elettorale, cui sono di volta in volta preordinate (cfr. sen. 306/ 2003 e 132/2001).
Del resto, la stessa legge delega disponeva la necessità che il decreto legislativo individuasse “i casi di ineleggibilità” nei confronti degli amministratori responsabili degli enti locali per i quali sia stato dichiarato lo stato di dissesto finanziario di cui all'articolo 244 del citato testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, oltre che i casi di interdizione dalle cariche in enti vigilati o partecipati da enti pubblici”: alludendo quindi alla necessità di una precisa individuazione delle circostanze che possono giustificare l’applicazione di tale sanzione.
Peraltro, fermi restando i rilievi di costituzionalità illustrati nel presente documento, si rileva la necessità, su un piano diverso, di trattare distintamente (in due schemi di decreto legislativo ad hoc) la disciplina sanzionatoria e premiale per gli eell, da una parte, e per le regioni, dall’altra, ciò non fosse altro che per la garanzia costituzionale prevista per gli organi necessari delle regioni e per la riconosciuta competenza legislativa regionale in materia di sistema di elezione dei propri organi e della determinazione dei casi di ineleggibilità e incompatibilità.
2. I criteri direttivi della delega e i contenuti dello schema di decreto delegato nel testo
proposto
Secondo le intenzioni del Governo, le previsioni contenute nell’articolo 2 troverebbe fonte di legittimazione direttamente nella legge n. 42 del 2009 ed in particolare nei criteri direttivi di cui all’articolo 17, comma 1, lettera e), ultimo periodo (ma anche in quelli dell’art. 2, co. 1, lettera z) 1.
In base ad essi, infatti, nel caso di mancato rispetto degli equilibri e degli obiettivi economico finanziari assegnati alla regione e agli enti locali, il Governo è autorizzato ad introdurre “meccanismi sanzionatori automatici” che operano sia nei confronti degli organi di governo – regionali e locali –, sia nei confronti degli organi amministrativi.
L’art. 17 della legge delega autorizzerebbe il Governo a disciplinare detti meccanismi, indicandone già alcuni contenuti, o meglio, alcuni strumenti, quali: a) l’individuazione dei casi di ineleggibilità degli amministratori responsabili degli enti locali per i quali sia stato dichiarato lo stato di dissesto finanziario, ai sensi dell’art. 244 del TU.EELL.; b) l’individuazione dei casi di interdizione dalle cariche in enti vigilati o partecipati da enti pubblici (non essendo, peraltro, chiaro se tale previsione ha come destinatari i soli enti locali o anche le Regioni); c) la configurazione tra i casi di “grave violazione di legge”, ex articolo 126, primo comma, Cost., delle attività che hanno causato grave dissesto nelle finanze regionali, consentendo l’azionabilità della procedura sanzionatoria della “rimozione” del Presidente della Giunta regionale 2.
È da quest’ultima disposizione che discende precipuamente il complesso di norme sanzionatorie che trovano disciplina nell’articolo 2 dello schema di decreto.
2.1 . Sintesi dei contenuti dell’articolo 2
Il comma 1 indica le tre condizioni al verificarsi delle quali si determina un “grave dissesto finanziario” riferito al disavanzo sanitario 3. I presupposti perché la fattispecie si configuri sono due:
che le tre condizioni indicate si verifichino congiuntamente e in una regione già assoggettata a piano di rientro ai sensi dell’art. 2, comma 77 della l. n. 191 del 2009.
Le suddette condizioni, indicate alle lettere a), b) e c) sono:
a) che il Presidente, già nominato commissario ad acta 4, non abbia adempiuto immotivatamente, in tutto o in parte, all’obbligo di redazione del piano di rientro, ovvero non abbia adempiuto agli obblighi operativi ivi previsti, anche solo dal punto di vista temporale;
b) che si riscontri 5 il mancato raggiungimento degli obiettivi del piano medesimo con perdurare del disavanzo sanitario oltre i limiti in esso consentiti o suo aggravamento;
c) che sia stato adottato per due esercizi consecutivi un incremento dell’aliquota dell’addizionale regionale irpef pari al livello massimo previsto, ove non siano stati raggiunti gli obiettivi del piano e si sia proceduto già al conseguente incremento delle aliquote fiscali come previsto dall’art. 2, co. 86, l. n. 191 del 2009.
I primi due presupposti, già ad una prima lettura, appaiono del tutto irragionevoli, in quanto riferiti ad attività che il Presidente della Regione svolge come organo statale, in qualità di commissario ad acta. Ora, è la stessa legge 191/2009 - art. 2, comma 79 - che impone la nomina del Presidente della Regione quale commissario, mentre la responsabilità per fatti complessi come questi presuppone necessariamente almeno un minimo grado di “colpa”. La rimozione del Presidente coinvolge peraltro anche il Consiglio regionale, che nulla può fare in merito all’attività del commissario.
Il comma 2 configura il predetto grave dissesto finanziario come “grave violazione di legge” ai sensi del primo comma dell’articolo 126 Cost., e conseguente attivazione della procedura sanzionatoria ivi prevista (vale a dire la rimozione del Presidente della Giunta regionale “per fallimento del proprio mandato di amministrazione dell’ente regione”).
Il comma 3 prevede un’ulteriore sanzione conseguente alla rimozione del Presidente e la procedura per comminarla (DPCM, adottato previa delibera del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro per i rapporti con le regioni; le relative controversie sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo). E’ prevista, infatti, l’interdizione per dieci anni da qualsiasi carica in enti vigilati o partecipati da enti pubblici.
Il comma 4 prevede la riduzione del 30 per cento del rimborso relativo alle spese elettorali sostenute in campagna elettorale per il partito, la lista o la coalizione che presentino nuovamente la candidatura del Presidente rimosso a qualsiasi altra carica pubblica elettiva entro 10 anni dalla rimozione.
2.2. Ulteriori profili di incostituzionalità delle disposizioni contenute nell’articolo 2 dello schema di decreto legislativo nel testo proposto
Il primo comma dell’art. 126 Cost. prevede un controllo statale sugli organi regionali, mai utilizzato, neppure prima della recente revisione costituzionale (L. Cost. n. 1 del 1999), perché configurato quale “rimedio straordinario”6, cui ricorrere in extrema ratio.
Tuttavia, esistono almeno diversi profili attraverso i quali indagare l’incostituzionalità delle previsioni contenute nell’art. 2 dello schema di decreto. Uno investe, com’è noto, il rapporto tra fonte delegante e fonte delegata. Il secondo, riguarda la potestà legislativa regionale in materia elettorale e la sua compressione ad opera dello schema in oggetto. Il terzo investe il rapporto tra intervento sanzionatorio statale e prerogative, costituzionalmente riconosciute, delle Regioni.
Rispetto al primo dei suddetti profili (possibile eccesso di delega), il comma 3, dell’art. 2 cit., prevede un’ulteriore sanzione che, ad un’interpretazione letterale del citato art. 17, comma 1, lettera e) della legge delega n. 42 del 2009, sembrerebbe riconducibile alle sole cariche di governo o amministrative degli enti locali e non anche delle regioni. Si tratta della sanzione dell’interdizione – per dieci anni – da qualsiasi carica in enti vigilati o partecipati da enti pubblici, irrogata nei confronti del Presidente di Giunta regionale rimosso ai sensi del precedente comma 2, con D.P.C.M. (a fronte dell’atto di rimozione che è adottato con D.P.R. secondo la procedura dell’art.126, comma primo, Cost.), impugnabile per espressa previsione “solo” in sede di giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.
Rispetto al secondo dei suddetti profili (potestà legislativa regionale in materia elettorale), va rilevato come lo schema, pur non comminando direttamente la sanzione della ineleggibilità del Presidente della Regione – materia che, come noto, è assolutamente preclusa al legislatore statale, trattandosi di profilo riservato al legge elettorale regionale – di fatto interviene indirettamente ma in maniera significativa proprio in questo ambito, da un lato, impedendo, come già ricordato, al Presidente rimosso di assumere per dieci anni qualsiasi carica in enti vigilati, dall’altro, condizionando con la decurtazione del rimborso elettorale l’effettiva possibilità del Presidente rimosso di poter ricandidarsi a qualsiasi carica elettiva nei successivi dieci anni. E’ evidente quindi come la disciplina appaia sostanzialmente elusiva e comprima la potestà legislativa regionale in materia di cause di ineleggibilità.
Il terzo profilo investe direttamente i limiti del potere statale che emerge dal primo comma dell’articolo 126 Cost. nei confronti dell’autonomia regionale e dei suoi organi, ivi incluso il Presidente, specie in considerazione della sua diretta elezione.
La previsione sul “fallimento politico”, pare fondarsi sull’equazione tra «grave dissesto finanziario» e «grave violazione di legge» che fa scattare il meccanismo della rimozione del Presidente di regione in base all’art. 126 Cost. Che detta equazione possa reggere è assolutamente dubbio. Infatti, le «gravi violazioni di legge» di cui all’art. 126 Cost. devono essere “accertate” dal Governo con una valutazione che è “ampliamente discrezionale”. Si tratta di un giudizio politico talmente grave che mai, nella storia della Repubblica, ha dato esito positivo, nel senso di causare l’avvio del procedimento di rimozione.
Ciò detto, vengono in rilievo almeno due questioni.
Se fosse corretto interpretare la sanzione prevista dall’art. 126 Cost. come avente natura essenzialmente politica, anzitutto in quanto rivolta ad un’autorità politica, resterebbe il problema di individuare il limite della potestà statale in ordine alla “grave violazione di legge”, cioè a quando essa si integra come fattispecie. Infatti, di rinvio implicito ad una competenza statale, pur fuori dagli elenchi dell’art. 117 Cost., parla la decisione della Corte Cost. 5 giugno 2003, n. 196 in materia di “prorogatio” degli organi regionali. Per i giudici della Consulta, la sentenza richiamata è stata occasione per sottolineare, da un lato, la competenza statutaria in materia [«un’interpretazione sistematica delle nuove norme costituzionali conduce a ritenere che la disciplina dell'eventuale prorogatio degli organi elettivi regionali dopo la loro scadenza o scioglimento o dimissioni, e degli eventuali limiti dell'attività degli organi prorogati, sia oggi fondamentalmente di competenza dello Statuto regionale, ai sensi del nuovo art.123, come parte della disciplina della forma di governo regionale»], dall’altra, a chiarire che « si deve però eccettuare l'ipotesi dello scioglimento o rimozione "sanzionatori" prevista dall'art. 126 co.1 Cost. In questo caso, trattandosi di un intervento repressivo statale, è logico che le conseguenze, anche in ordine all'esercizio delle funzioni fino all'elezione dei nuovi organi, siano disciplinate dalla legge statale, cui si deve ritenere che l'art.126, comma 1 Cost. implicitamente rinvii».
Se questo è vero, però, la dottrina costituzionalista ha sempre sottolineato che una grave violazione di legge presuppone la sussistenza di fatti specifici e puntuali, in relazione a norme determinate, non essendo sufficienti eventi complessi soggetti a valutazione, in parte anche dovuti a circostanze che non sono totalmente nel controllo del Presidente. Deve trattarsi, pertanto, di una violazione che si possa "far cessare" in modo semplice e chiaro, mediante comportamenti sicuramente idonei allo scopo.
Tra gli elementi per così dire “sintomatici” della “grave violazione” vi è innanzitutto la capacità di accertare la reiterazione, la volontarietà e l’intenzionalità nei comportamenti posti in essere dal medesimo soggetto. Pertanto, sembra ovvio che per quanto rientri nelle prerogative statali la determinazione di cosa debba intendersi per “grave violazione di legge”, ciò non toglie la sussistenza di limiti impliciti all’esercizio di tale facoltà e prerogativa statale. Seguendo questa impostazione, non sembra legittimo attribuire pretestuosamente ad un certo ambito materiale – come nel caso di specie, alla disciplina sui piani di rientro dal deficit sanitario – un valore tale per cui la violazione di detta disciplina integra una fattispecie di portata così rilevante.
Nella procedura di rimozione, inoltre, sembra mancare anche la diffida a cessare dalla violazione: e questo si connette al fatto che, come già rilevato, non sussiste in realtà alcuna violazione di specifica norma. Da questo punto di vista, appare criticabile anche la mancanza di una procedura di collaborazione Stato-Regioni per l’accertamento del “grave dissesto finanziario”.
Del resto, a proposito di un’altra delle previsioni contenute nello schema di decreto in questione e cioè il c.d. «inventario di fine legislatura», potrebbe anche essere utile, ma solo a condizione di reciprocità, e dunque se fosse previsto anche per lo Stato. Sotto questo profilo, appare criticabile la stessa locuzione “fallimento politico”, applicata alle sole Regioni ed enti locali e non anche allo Stato, riecheggia l’idea dell’”albero storto della finanza pubblica” contenuta nella relazione del Governo alle Camere in attuazione del’art. 2, comma 6 della legge 42/2009.
In secondo luogo, benché l’art. 2 dello schema di decreto non introduca una rimozione “ope legis”, al tempo stesso introduce un automatismo che non sembra conforme al dettatocostituzionale, presentando perciò dubbi di legittimità.
Ove ciò fosse contestato, resta evidente l’equivoco creato da una simile previsione.
Non è chiaro, cioè, se dia luogo all’adozione di un provvedimento vincolato (quindi al verificarsi delle condizioni previste, il provvedimento di rimozione è un atto dovuto), o se il verificarsi delle condizioni sia sic et simpliciter ragione sufficiente ad azionare la procedura che, tuttavia, potrebbe avere anche esito diverso (facendo salva così la discrezionalità del Capo dello stato e dello stesso Governo). Per analogia iuris, la seconda interpretazione parrebbe più conforme a Costituzione. In caso contrario, infatti, non si spiegherebbe la procedura articolata prevista all’art. 126 Cost. Si introdurrebbe, cioè, con legge ordinaria un potere vincolato laddove la Costituzione ne configura stanzialmente discrezionale.
Nel merito, permangono criticità sul piano tecnico per gli aspetti di natura finanziaria che saranno tradotti in specifiche proposte emendative, con riferimento, tra gli altri, al patto di stabilità, alla necessità di riequilibrare il provvedimento a favore della premialità, considerato che nello schema proposto questo aspetto è affrontato in maniera del tutto marginale; all’esigenza di ricondurre ambiti e modalità relativi ai controlli previsti dall’articolo 14 della legge 196 del 2009 nell’ambito dell’intesa proposta dalle Regioni già in corso di discussione in sede tecnica in Conferenza Stato- Regioni; alla garanzia di tutela e di salvaguardia degli statuti delle Regioni a Statuto speciale.
Roma, 5 maggio 2011
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(red/16.05.11)

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Istat: aumenta commercio estero e inflazione

(regioni.it) Aumenta il commercio estero ma anche l’inflazione. Lo rileva l’Istat.
A marzo le esportazioni italiane sono cresciute dell'1,7% su base mensile e del 14,1% su base annua. Le importazioni hanno registrato a livello congiunturale un aumento piu' che doppio (+3,9%) e per l'import il rialzo e' stato superiore anche sul piano tendenziale (+20,4%).
E nel contempo ad  aprile gia' inizia a farsi sentire il caro vacanze, con un'impennata dei biglietti per i traghetti. L'Istat, infatti, registra per i prezzi del trasporto marittimo e per vie di acque interne un aumento del 31,7% su base mensile e del 65,1% su base annua. In crescita anche il trasporto aereo passeggeri, con un +24,1% (+2,6% tendenziale) e i biglietti per i treni: il trasporto ferroviario passeggeri sale del 2,7% a livello congiunturale e del 5,9% a confronto con aprile dello scorso anno.
L'Istat segna anche altri rincari: i prezzi dei servizi di alloggio crescono del 2,5% rispetto a marzo (+1,6% su base annua), mentre quelli dei pacchetti vacanza aumentano del 3,6% su base mensile (+1,8% tendenziale). Nel mese di marzo 2011 l'aumento tendenziale delle esportazioni ha riguardato principalmente i metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+33,7%), gli articoli in gomma e materie plastiche (+16,8%), le sostanze e prodotti chimici e computer ed apparecchi elettronici (+16,7%) e gli articoli in pelle, escluso l'abbigliamento, (+16,5). Una diminuzione si registra per i mezzi di trasporto, esclusi gli autoveicoli. Anche dal lato delle importazioni tutti i settori registrano incrementi tendenziali, ad eccezione del coke e prodotti petroliferi raffinati (-15,5%) e degli autoveicoli (-4,3%). Gli incrementi piu' consistenti si segnalano per i mezzi di trasporto, esclusi gli autoveicoli, (+43,3%), i computer, apparecchi elettronici e ottici (+39,8%).
Per i flussi commerciali la crescita annua ha riguardato soprattutto le esportazioni verso la Turchia (+40,4%), la Svizzera (+35,5%), la Cina (+32,7%), il Giappone (+30%) e la Russia (+25,4%). Negativa e' la variazione dell'export verso il Regno Unito e l'Opec. L'aumento dell'import ha interessato soprattutto gli acquisti dai paesi Eda (+47,4%), dal Regno Unito (+40,4%), dall'India (+38,3%), dai paesi Mercosur (+30,7%) e dai paesi Asean (+28,7%).
L'inflazione acquisita per il 2011 e' pari al 2,2%. Il tasso di fondo, calcolato al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, sale all'1,8% dall'1,7% di marzo 2011, mentre solo al netto dei beni energetici, e' pari al 2,0% (era +1,9% a marzo dell'anno scorso). L'indice armonizzato dei prezzi al consumo per i Paesi dell'Unione europea (Ipca) aumenta dell'1,0% rispetto al mese precedente e del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2010 (la stima provvisoria era +3,0%), con un'accelerazione di un decimo di punto percentuale rispetto a marzo 2011 (+2,8%).
Aosta (+3,8%), Bari (+3,5%) e Milano (+3,1%) sono i capoluoghi di regione in cui i prezzi registrano gli aumenti piu' elevati rispetto ad aprile 2010. Le variazioni piu' moderate riguardano, invece, le citta' di Palermo (+1,9%) e Trento (+2,0%).
 
 
 
 
(red/16.05.11)
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