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Regioni.it

n. 1974 - giovedì 16 febbraio 2012

Sommario3
- Ambiente-innovazione: parte con 600 milioni il Fondo Kyoto
- Corte dei conti: evasione IVA al 36 per cento
- Tassa calamità: Errani, Consulta conferma posizione Regioni
- Consulta: Milleproroghe; illegittima "tassa sulle calamità"
- Gabrielli su legge protezione civile
- Gnudi: Enit braccio operativo Regioni

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Ambiente-innovazione: parte con 600 milioni il Fondo Kyoto

Errani: questo Paese ha bisogno di un piano energetico nazionale

(regioni.it) Sì al fondo Kyoto per l’ambiente da 600 milioni di euro rivolto a cittadini, condomini, piccole imprese, fondazioni, soggetti pubblici. I finanziamenti sono a tasso agevolato (0,5%) e le domande di ammissione possono essere presentate dal 15 marzo.
Il fondo Kyoto è stato presentato a Roma dai ministri dell'Ambiente, Corrado Clini, dello Sviluppo economico, Corrado Passera, dal Presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, dal presidente e amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, e dal direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini.
Le domande di accesso devono essere compilate esclusivamente online, previo accreditamento in una sezione del sito (a partire dal 2 marzo) della Cassa depositi e prestiti, il beneficiario deve recarsi quindi presso una delle banche aderenti alla convenzione Abi-Cdp per gli ulteriori adempimenti e la stipula del contratto di finanziamento.
Il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, ha spiegato che dal Fondo Kyoto ''immaginiamo un effetto moltiplicatore per un investimento stimato per almeno il doppio''.  Questo grazie al meccanismo di cofinanziamento.
 "
Si tratta di un meccanismo a sportello con un format semplice e una procedura di approvazione riferita al format'', ha detto  Clini sottolineando che i 600 milioni sono a disposizione ''tutti e da subito''. ''Stiamo creando un volano che a sua volta - ha sottolineato Clini - dovrebbe trascinare altri investitori''.
L'occasione dell'avvio di questo fondo ha offerto la possibilità al Presidente della Confeenza delle Regioni Vasco Errani per sottolineare alcune necessità fondamentali in campo energetico.
"Questo paese ha bisogno di un piano energetico nazionale, che non puo' essere risolto dai piani energetici regionali", un piano inscritto in "una dimensione europea", un piano "che si realizza attraverso una leale collaborazione", con "la capacità di individuare delle strategie credibili", dice il Presidente della Conferenza delle Regioni e dell'Emilia Romagna, Vasco Errani, nel corso della presentazione del Fondo per Kyoto. Un fondo che "è un passo importante per ridefinire e rilanciare una politica energetica di segno innovativo in questo paese- dice Errani- andando anche oltre il ragionamento astratto delle competenze". In Italia "veniamo da un'esperienza che ha luci ed ombre, in relazione al tema del sostegno delle fonti rinnovabili", rileva Errani, "abbiamo drogato troppo il meccanismo inizialmente, e quando ce ne siamo accorti - e uso il 'noi' perche' siamo l'Italia - abbiamo fatto qualche intervento non proprio appropriato, per usare un eufemismo: dobbiamo trovare la misura". E allora, per trovare la misura "c'e' bisogno di una ridefinizione della politica energetica al 2050 - sottolinea -cosi' serenamente potremo affrontare anche 5 giorni o 12 giorni di neve". In tutto cio', il Fondo per Kyoto è "un provvedimento che attendeva l'attivazione dal novembre 2008" ed e' "un buon esempio  di due cose fondamentali di cui ha bisogno questo paese", conclude, e cioe' "di investimenti per l'innovazione" e di "un'idea articolata di collaborazione", dimostrata in questo caso da governo, Cdp e Abi.

[Cassa Depositi e Prestiti]- Documentazione relativa all'evento: "FONDO DI KYOTO: AL VIA I FINANZIAMENTI A SERVIZIO DELL'AMBIENTE "

Procedure di finanziamento
Procedure
Caratteristiche finanziamento
Modulistica

Documenti utili
Guida compilazione domanda
Vademecum
Riferimenti normativi
Convenzione ABI - CDP

File audio: Intervento del Presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani alla conferenza stampa su "Fondo Kyoto: al via i finanziamenti a servizio dell'ambiente" - presso la Cassa Depositi e Prestiti - Roma 16.02.2012



( red / 16.02.12 )

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Corte dei conti: evasione IVA al 36 per cento

La magistratura contabile "bacchetta" il CIPE

(regioni.it) In Italia e in Europa si assiste ad “una caduta della compliance. Per la sola imposta sul valore aggiunto per l'Italia si evidenzia un tax gap superiore al 36%, di gran lunga il piu' elevato tra i grandi Paesi europei, con l'eccezione della Spagna”. Lo rileva la Corte dei Conti in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. “Secondo i nostri calcoli l'evasione si aggira tra i 100 e i 120 miliardi di euro'', ha detto il Presidente della Corte dei Conti Giampaolino che ha evidenziato anche i risultati raggiunti soprattutto sul fronte del “recupero dell'imposta già accertata, ora qualcosa in più si potrà fare sugli accertamenti''. Sempre parlando di lotta all'evasione, Giampaolino ha evidenziato come ''aspetto positivo'' della manovra di fine anno “non avere contabilizzato i possibili risultati della lotta all'evasione”.
La Corte dei Conti ha poi “bacchettato” il Cipe: lo scorso anno la magistratura contabile ha esaminato 102 provvedimenti del Cipe formulando 16 rilievi e 12 osservazioni “a vuoto”. La Corte lamenta che dal controllo sulle delibere del Cipe emerge ''un notevole ritardo nell'invio delle delibere sottoposte al controllo, spesso trasmesse alla Corte anche ad un anno dalla loro approvazione, in modo disorganico e disordinato e a volte senza il corredo della documentazione essenziale''.  La magistratura contabile lamenta che tali disfunzioni impediscono un procedimento di controllo nei tempi che l'importanza delle delibere Cipe richiederebbe.
Per quanto riguarda l'attuazione del disegno normativo sul federalismo fiscale, la Corte dei Conti “pur apprezzando i progressi ottenuti con i decreti legislativi” avverte che “alcune scelte rischiano di incidere non sempre favorevolmente sulla possibilità di garantire un efficace coordinamento tra livelli di governo”.  E' quanto emerge dalla documentazione allegata alla relazione di Luigi Giampaolino per l'inaugurazione dell'Anno giudiziario della Corte dei Conti da lui presieduta. Un capitolo e' dedicato interamente all'attuazione del federalismo fiscale. “Con la definizione del disegno di attuazione si e' rinunciato- spiega Giampaolino-  a cogliere l'occasione di rivedere l'intero sistema che regola i rapporti finanziari tra livelli di governo, estendendo il campo degli interventi più direttamente anche ai soggetti ad autonomia differenziata. Pur recuperando e attualizzando le ragioni che giustificano il permanere di regimi particolari per gli enti delle Regioni ad autonomia speciale, si sarebbero potute superare la forte disomogeneità nelle caratteristiche e nelle fonti di finanziamento ad essi destinate, rafforzando i meccanismi alla base del coordinamento della finanza pubblica e accompagnando l'autonomia gestionale con un'analisi dei costi e dei fabbisogni standard che ne garantisse trasparenza ed efficacia”. Per il Presidente della Corte dei Conti “un'ulteriore difficoltà nella gestione degli enti puo' derivare dall'eccessiva complessità del sistema di finanziamento e dalla conseguente incertezza sull'ammontare delle risorse”. Poi aggiunge che "l'ancoraggio a una diversa composizione di tributi delle compartecipazioni che dovrebbero sostituire i trasferimenti dalle Regioni alle realtà locali può far maturare differenze regionali anche significative nella dinamica delle risorse”. Tra l'altro “con la reintroduzione dell'imposizione sulla prima casa si è ridotto il limite del sistema che vedeva una solo parziale corrispondenza al livello locale tra soggetti beneficiari dei servizi e contribuenti”.
Occhi puntati anche sulla corruzione nella pubblica amministrazione: a vent'anni da Tangentopoli, contro la corruzione che è ancora dilagante “bisognerebbe fare quello che è stato fatto per la mafia, costruire un momento di lotta”, ha detto, fra l’altro, il Presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino nel corso della conferenza stampa. Fra l’altro incarichi e consulenze restano una spina nel fianco della pubblica amministrazione. Nonostante le sentenze e le leggi - ha detto il procuratore generale aggiunto della Corte dei Conti Maria Teresa Arganelli- ci sono ancora ''casi macroscopici'' in cui si perseguono “obiettivi personalistici cui e' estraneo l'interesse pubblico”.
“Le parole odierne della Corte dei  Conti sull'illegalità crescente e la corruzione nel Paese fotografano una realtà con cui le istituzioni e la politica devono fare i conti  fino in fondo. Non bastano i commenti, servono atti e comportamenti  conseguenti". Lo ha detto il Presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, commentando le parole del presidente della Corte dei Conti. “Bisogna vedere - ha proseguito - se questo  Parlamento ha davvero voglia di generare una stagione della democrazia libera dalle ipoteche della corruzione. Posso legittimamente coltivare qualche dubbio che in questo Parlamento si militi nella lotta contro  la corruzione?”.
“Il Presidente della Corte dei Conti Giampaolino ha ricordato tutte le nuove norme introdotte dalle ultime leggi approvate dal Parlamento, con particolare riguardo alle responsabilità degli amministratori, ma almeno da parte nostra c'e' assoluta consapevolezza”. Lo ha detto la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, al termine dell'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei Conti che si e' svolta il 16 febbraio a Roma alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. “C'e' anche un rapporto di collaborazione con la Corte – ha proseguito Polverini - in particolare con le sezioni regionali che ci aiutano e ci sostengono in questa difficile attività di amministratori. In particolare per una regione come la nostra che non ha solo problemi di bilancio ma e' anche sottoposta a piano di rientro in campo sanitario”.


( red / 16.02.12 )

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Tassa calamità: Errani, Consulta conferma posizione Regioni

(regioni.it) “La sentenza n. 22 della Corte Costituzionale relativa a quelle disposizioni introdotte dal precedente Governo con il Decreto milleproroghe (cfr. notizia successiva) e note come ‘tassa sulle calamità’ conferma il giudizio totalmente negativo espresso più volte e in tutte le sedi istituzionali dalle Regioni rispetto ad una norma capestro che imponeva alle Regioni in caso di dichiarazione dello stato di emergenza l’aumento della pressione fiscale o dell’accisa sui carburanti”, lo ha dichiarato il Presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani.
“Questa sentenza – prosegue Errani - è uno stimolo ulteriore a procedere speditamente nella direzione della riforma della Legge 10 del 2011, così come condiviso da Governo, Regioni ed Enti locali nel corso dell’incontro che si è tenuto il 9 febbraio.
Ora è necessario che il Governo promuova in tempi molto rapidi un incontro – ha concluso Errani - per procedere in questa direzione e anche per verificare i costi dell’emergenza neve, dando una risposta definitiva ai problemi e ai danni causati dal maltempo in questi giorni”.  



( red / 16.02.12 )

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Consulta: Milleproroghe; illegittima "tassa sulle calamità"

Sentenza della Corte Costituzionale n. 22 del 2012

(regioni.it) La Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di una norma, contenuta nel milleproroghe 2011, nota come 'tassa sulle calamità'. A sollevare il caso davanti alla Corte Costituzionale erano state le regioni Liguria, Basilicata, Puglia, Marche, Abruzzo e Toscana. La Consulta ha ritenuto violata dalla norma impugnata diversi articoli della Costituzione.

Sentenza 22/2012 Giudizio Presidente QUARANTA - Redattore SILVESTRI Udienza Pubblica del 10/01/2012 Decisione del 13/02/2012 Deposito del 16/02/2012 Pubblicazione in G. U. Norme impugnate: Art. 2, c. 2° quater, del decreto legge 29/12/2010, n. 225, convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, c. 1°, della legge 26/02/2011, n. 10, nella parte in cui introduce i commi 5° quater e 5° quinquies, primo periodo, nell'art. 5 della legge 24/02/1992, n. 225. Massime: Atti decisi: ric. 38, 39, 40, 41, 42 e 43/2011
 Si riporta di seguito il dispositivo finale della Sentenza. Il testo integrale è stato pubblicato nella sezione "protezione civile" del sito www.regioni.it .
Considerato in diritto
1.— Le Regioni Liguria (reg. ric. n. 38 del 2011), Basilicata (reg. ric. n. 39 del 2011), Puglia (reg. ric. n. 40 del 2011), Marche (reg. ric. n. 41 del 2011), Abruzzo (reg. ric. n. 42 del 2011) e Toscana (reg. ric. n. 43 del 2011) hanno promosso questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 febbraio 2011, n. 10, nella parte in cui introduce i commi 5-quater e 5-quinquies, primo periodo, nell’art. 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile), per violazione, nel complesso, degli articoli 1, 2, 3, 23, 77, 117, 118, 119, 121 e 123 della Costituzione, e del principio di leale collaborazione. I giudizi, in considerazione della loro connessione oggettiva devono essere riuniti, per essere decisi con un’unica pronuncia.
2.— Preliminarmente, occorre rilevare che le Regioni Liguria e Basilicata hanno impugnato genericamente i nuovi commi 5-quater e 5-quinquies della legge n. 225 del 1992, mentre le Regioni Puglia, Marche, Abruzzo e Toscana hanno impugnato l’intero comma 5-quater ed il solo primo periodo del comma 5-quinquies. In ogni caso, anche le Regioni Liguria e Basilicata appuntano, nella sostanza, le proprie censure sul solo primo periodo del comma 5-quinquies, per cui deve ritenersi che esso costituisca l’oggetto dell’impugnativa regionale.
3.— La questione sollevata in relazione all’art. 77, secondo comma, Cost., è ammissibile e fondata.
3.1.— Questa Corte, con giurisprudenza costante, ha ritenuto ammissibili le questioni di legittimità costituzionale prospettate da una Regione, nell’ambito di un giudizio in via principale, in riferimento a parametri diversi da quelli, contenuti nel Titolo V della Parte seconda della Costituzione, riguardanti il riparto delle competenze tra lo Stato e le Regioni, quando sia possibile rilevare la ridondanza delle asserite violazioni su tale riparto e la ricorrente abbia indicato le specifiche competenze ritenute lese e le ragioni della lamentata lesione (ex plurimis, sentenze n. 128 del 2011, n. 326 del 2010, n. 116 del 2006, n. 280 del 2004). Con riferimento all’art. 77 Cost., questa Corte ha ribadito in parte qua la giurisprudenza sopra ricordata, riconoscendo che le Regioni possono impugnare un decreto-legge per motivi attinenti alla pretesa violazione del medesimo art. 77, «ove adducano che da tale violazione derivi una compressione delle loro competenze costituzionali» (sentenza n. 6 del 2004). Nella fattispecie, la Regione Liguria, che ha sollevato questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost., motiva la ridondanza della suddetta censura sulle proprie attribuzioni costituzionali, facendo leva sul fatto che le norme impugnate incidono su un ambito materiale di competenza legislativa concorrente («protezione civile»). Attraverso il ricorso al decreto-legge, lo Stato avrebbe vincolato le Regioni utilizzando uno strumento improprio, ammesso dalla Costituzione per esigenze del tutto diverse; inoltre, l’approvazione di una nuova disciplina “a regime”, attraverso la corsia accelerata della legge di conversione, pregiudicherebbe la possibilità per le Regioni di rappresentare le proprie esigenze nel procedimento legislativo. Questa Corte condivide l’individuazione, operata dalla suddetta ricorrente, dell’ambito materiale di incidenza delle norme impugnate, con la conseguenza che la violazione denunciata risulta potenzialmente idonea a determinare una lesione delle attribuzioni costituzionali delle Regioni (in tal senso, ex plurimis, sentenze n. 6 del 2004 e n. 303 del 2003). Ricorrono, quindi, le condizioni per prendere in esame la questione relativa alla pretesa violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost. da parte delle norme statali impugnate.
3.2.— Preliminarmente, occorre osservare che le disposizioni oggetto di ricorso sono state introdotte nel corpo del d.l. n. 225 del 2010 per effetto di emendamenti approvati in sede di conversione. Esse non facevano parte, pertanto, del testo originario del decreto-legge sottoposto alla firma del Presidente della Repubblica. Va rilevato altresì che le disposizioni di cui sopra regolano i rapporti finanziari tra Stato e Regioni in materia di protezione civile non con riferimento ad uno o più specifici eventi calamitosi, o in relazione a situazioni già esistenti e bisognose di urgente intervento normativo, ma in via generale e ordinamentale per tutti i casi futuri di possibili eventi calamitosi, di cui all’art. 2, comma 1, lettera c), della legge n. 225 del 1992. Si tratta quindi di una normativa “a regime”, del tutto slegata da contingenze particolari, inserita tuttavia nella legge di conversione di un decreto-legge denominato «Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie». Il preambolo di tale atto con forza di legge così recita: «Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di provvedere alla proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di adottare misure in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie, al fine di consentire una più concreta e puntuale attuazione dei correlati adempimenti». Le disposizioni impugnate sono state inserite, in sede di conversione, nell’art. 2, nella cui rubrica si legge: «Proroghe onerose di termini». Da quanto sopra esposto risulta palese l’estraneità delle norme impugnate rispetto all’oggetto e alle finalità del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”, in quanto si tratta di un frammento, relativo ai rapporti finanziari, della disciplina generale e sistematica, tuttora mancante, del riparto delle funzioni e degli oneri tra Stato e Regioni in materia di protezione civile.
3.3.— Questa Corte ha individuato, tra gli indici alla stregua dei quali verificare «se risulti evidente o meno la carenza del requisito della straordinarietà del caso di necessità e d’urgenza di provvedere», la «evidente estraneità» della norma censurata rispetto alla materia disciplinata da altre disposizioni del decreto-legge in cui è inserita (sentenza n. 171 del 2007; in conformità, sentenza n. 128 del 2008). La giurisprudenza sopra richiamata collega il riconoscimento dell’esistenza dei presupposti fattuali, di cui all’art. 77, secondo comma, Cost., ad una intrinseca coerenza delle norme contenute in un decreto-legge, o dal punto di vista oggettivo e materiale, o dal punto di vista funzionale e finalistico. La urgente necessità del provvedere può riguardare una pluralità di norme accomunate dalla natura unitaria delle fattispecie disciplinate, ovvero anche dall’intento di fronteggiare situazioni straordinarie complesse e variegate, che richiedono interventi oggettivamente eterogenei, afferenti quindi a materie diverse, ma indirizzati all’unico scopo di approntare rimedi urgenti a situazioni straordinarie venutesi a determinare. Da quanto detto si trae la conclusione che la semplice immissione di una disposizione nel corpo di un decreto-legge oggettivamente o teleologicamente unitario non vale a trasmettere, per ciò solo, alla stessa il carattere di urgenza proprio delle altre disposizioni, legate tra loro dalla comunanza di oggetto o di finalità. Ai sensi del secondo comma dell’art. 77 Cost., i presupposti per l’esercizio senza delega della potestà legislativa da parte del Governo riguardano il decreto-legge nella sua interezza, inteso come insieme di disposizioni omogenee per la materia o per lo scopo. L’inserimento di norme eterogenee all’oggetto o alla finalità del decreto spezza il legame logico-giuridico tra la valutazione fatta dal Governo dell’urgenza del provvedere ed «i provvedimenti provvisori con forza di legge», di cui alla norma costituzionale citata. Il presupposto del «caso» straordinario di necessità e urgenza inerisce sempre e soltanto al provvedimento inteso come un tutto unitario, atto normativo fornito di intrinseca coerenza, anche se articolato e differenziato al suo interno. La scomposizione atomistica della condizione di validità prescritta dalla Costituzione si pone in contrasto con il necessario legame tra il provvedimento legislativo urgente ed il «caso» che lo ha reso necessario, trasformando il decreto-legge in una congerie di norme assemblate soltanto da mera casualità temporale. L’art. 15, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri) – là dove prescrive che il contenuto del decreto-legge «deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo» – pur non avendo, in sé e per sé, rango costituzionale, e non potendo quindi assurgere a parametro di legittimità in un giudizio davanti a questa Corte, costituisce esplicitazione della ratio implicita nel secondo comma dell’art. 77 Cost., il quale impone il collegamento dell’intero decreto-legge al caso straordinario di necessità e urgenza, che ha indotto il Governo ad avvalersi dell’eccezionale potere di esercitare la funzione legislativa senza previa delegazione da parte del Parlamento.
3.4.— I cosiddetti decreti “milleproroghe”, che, con cadenza ormai annuale, vengono convertiti in legge dalle Camere, sebbene attengano ad ambiti materiali diversi ed eterogenei, devono obbedire alla ratio unitaria di intervenire con urgenza sulla scadenza di termini il cui decorso sarebbe dannoso per interessi ritenuti rilevanti dal Governo e dal Parlamento, o di incidere su situazioni esistenti – pur attinenti ad oggetti e materie diversi – che richiedono interventi regolatori di natura temporale. Del tutto estranea a tali interventi è la disciplina “a regime” di materie o settori di materie, rispetto alle quali non può valere il medesimo presupposto della necessità temporale e che possono quindi essere oggetto del normale esercizio del potere di iniziativa legislativa, di cui all’art. 71 Cost. Ove le discipline estranee alla ratio unitaria del decreto presentassero, secondo il giudizio politico del Governo, profili autonomi di necessità e urgenza, le stesse ben potrebbero essere contenute in atti normativi urgenti del potere esecutivo distinti e separati. Risulta invece in contrasto con l’art. 77 Cost. la commistione e la sovrapposizione, nello stesso atto normativo, di oggetti e finalità eterogenei, in ragione di presupposti, a loro volta, eterogenei.
4.— La necessaria omogeneità del decreto-legge, la cui interna coerenza va valutata in relazione all’apprezzamento politico, operato dal Governo e controllato dal Parlamento, del singolo caso straordinario di necessità e urgenza, deve essere osservata dalla legge di conversione.
4.1.— Il principio della sostanziale omogeneità delle norme contenute nella legge di conversione di un decreto-legge è pienamente recepito dall’art. 96-bis, comma 7, del regolamento della Camera dei deputati, che dispone: «Il Presidente dichiara inammissibili gli emendamenti e gli articoli aggiuntivi che non siano strettamente attinenti alla materia del decreto-legge». Sulla medesima linea si colloca la lettera inviata il 7 marzo 2011 dal Presidente del Senato ai Presidenti delle Commissioni parlamentari, nonché, per conoscenza, al Ministro per i rapporti con il Parlamento, in cui si esprime l’indirizzo «di interpretare in modo particolarmente rigoroso, in sede di conversione di un decreto-legge, la norma dell’art. 97, comma 1, del regolamento, sulla improponibilità di emendamenti estranei all’oggetto della discussione», ricordando in proposito il parere espresso dalla Giunta per il regolamento l’8 novembre 1984, richiamato, a sua volta, dalla circolare sull’istruttoria legislativa nelle Commissioni del 10 gennaio 1997. Peraltro, il suddetto principio della sostanziale omogeneità delle norme contenute nella legge di conversione di un decreto-legge è stato richiamato nel messaggio del 29 marzo 2002, con il quale il Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 74 Cost., ha rinviato alle Camere il disegno di legge di conversione del decreto-legge 25 gennaio 2002, n. 4 (Disposizioni urgenti finalizzate a superare lo stato di crisi per il settore zootecnico, per la pesca e per l’agricoltura), e ribadito nella lettera del 22 febbraio 2011, inviata dal Capo dello Stato ai Presidenti delle Camere ed al Presidente del Consiglio dei ministri nel corso del procedimento di conversione del decreto-legge oggetto degli odierni giudizi.
4.2.— Si deve ritenere che l’esclusione della possibilità di inserire nella legge di conversione di un decreto-legge emendamenti del tutto estranei all’oggetto e alle finalità del testo originario non risponda soltanto ad esigenze di buona tecnica normativa, ma sia imposta dallo stesso art. 77, secondo comma, Cost., che istituisce un nesso di interrelazione funzionale tra decreto-legge, formato dal Governo ed emanato dal Presidente della Repubblica, e legge di conversione, caratterizzata da un procedimento di approvazione peculiare rispetto a quello ordinario. Innanzitutto, il disegno di legge di conversione del decreto-legge appartiene alla competenza riservata del Governo, che deve presentarlo alle Camere «il giorno stesso» della emanazione dell’atto normativo urgente. Anche i tempi del procedimento sono particolarmente rapidi, giacché le Camere, anche se sciolte, sono convocate appositamente e si riuniscono entro cinque giorni. In coerenza con la necessaria accelerazione del procedimento, i regolamenti delle Camere prevedono norme specifiche, mirate a consentire la conversione in legge entro il termine costituzionale di sessanta giorni. Il Parlamento è chiamato a convertire, o non, in legge un atto, unitariamente considerato, contenente disposizioni giudicate urgenti dal Governo per la natura stessa delle fattispecie regolate o per la finalità che si intende perseguire. In definitiva, l’oggetto del decreto-legge tende a coincidere con quello della legge di conversione. Non si può tuttavia escludere che le Camere possano, nell’esercizio della propria ordinaria potestà legislativa, apportare emendamenti al testo del decreto-legge, che valgano a modificare la disciplina normativa in esso contenuta, a seguito di valutazioni parlamentari difformi nel merito della disciplina, rispetto agli stessi oggetti o in vista delle medesime finalità. Il testo può anche essere emendato per esigenze meramente tecniche o formali. Ciò che esorbita invece dalla sequenza tipica profilata dall’art. 77, secondo comma, Cost., è l’alterazione dell’omogeneità di fondo della normativa urgente, quale risulta dal testo originario, ove questo, a sua volta, possieda tale caratteristica (in caso contrario, si porrebbero i problemi esaminati nel paragrafo 3.3 e risolti dalla giurisprudenza costituzionale ivi richiamata). In definitiva, l’innesto nell’iter di conversione dell’ordinaria funzione legislativa può certamente essere effettuato, per ragioni di economia procedimentale, a patto di non spezzare il legame essenziale tra decretazione d’urgenza e potere di conversione. Se tale legame viene interrotto, la violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost., non deriva dalla mancanza dei presupposti di necessità e urgenza per le norme eterogenee aggiunte, che, proprio per essere estranee e inserite successivamente, non possono collegarsi a tali condizioni preliminari (sentenza n. 355 del 2010), ma per l’uso improprio, da parte del Parlamento, di un potere che la Costituzione gli attribuisce, con speciali modalità di procedura, allo scopo tipico di convertire, o non, in legge un decreto-legge. La Costituzione italiana disciplina, nelle loro grandi linee, i diversi procedimenti legislativi e pone limiti e regole, da specificarsi nei regolamenti parlamentari. Il rispetto delle norme costituzionali, che dettano tali limiti e regole, è condizione di legittimità costituzionale degli atti approvati, come questa Corte ha già affermato a partire dalla sentenza n. 9 del 1959, nella quale ha stabilito la propria «competenza di controllare se il processo formativo di una legge si è compiuto in conformità alle norme con le quali la Costituzione direttamente regola tale procedimento». Considerato che le norme impugnate nel presente giudizio, inserite nel corso del procedimento di conversione del d.l. n. 225 del 2010, sono del tutto estranee alla materia e alle finalità del medesimo, si deve concludere che le stesse sono costituzionalmente illegittime, per violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost.
5.— Come s’è detto al paragrafo 3.1, l’ammissibilità della censura riferita alla violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost., dipende dalla denunciata lesione, ad opera delle norme impugnate, di competenze costituzionalmente tutelate delle Regioni ricorrenti. Lo scrutinio delle censure di merito dimostra, peraltro, che alcune delle questioni sollevate sono fondate, come di seguito specificato.
5.1.— Le questioni sollevate in riferimento all’art. 119, commi primo, quarto e quinto sono fondate.
5.2.— In relazione al primo comma dell’art. 119 Cost., si deve osservare che le norme impugnate, in quanto impongono alle Regioni di deliberare gli aumenti fiscali in esse indicati per poter accedere al Fondo nazionale della protezione civile, in presenza di un persistente accentramento statale del servizio, ledono l’autonomia di entrata delle stesse. Parimenti, le suddette norme ledono l’autonomia di spesa, poiché obbligano le Regioni ad utilizzare le proprie entrate a favore di organismi statali (Servizio nazionale di protezione civile), per l’esercizio di compiti istituzionali di questi ultimi, corrispondenti a loro specifiche competenze fissate nella legislazione vigente.
5.3.— Risulta violato altresì il quarto comma dell’art. 119 Cost., sotto il profilo del legame necessario tra le entrate delle Regioni e le funzioni delle stesse, poiché lo Stato, pur trattenendo per sé le funzioni in materia di protezione civile, ne accolla i costi alle Regioni stesse.
5.4.— Peraltro, l’obbligo di aumento pesa irragionevolmente sulla Regione nel cui territorio si è verificato l’evento calamitoso, con la conseguenza che le popolazioni colpite dal disastro subiscono una penalizzazione ulteriore. Né vale obiettare – come ha fatto la difesa statale – che i soggetti danneggiati non verrebbero coinvolti nell’aumento della pressione fiscale, in quanto per gli stessi è sospeso o differito ogni adempimento o versamento, ai sensi dell’art. 5, comma 5-ter, della legge n. 225 del 1992. Se infatti gli adempimenti ed i versamenti sono sospesi o differiti, le obbligazioni cui si riferiscono rimangono valide e vincolanti; tra queste rientrano gli aumenti tributari previsti dalle norme impugnate, che, scaduti i termini di sospensione o di differimento, finirebbero per gravare, pro quota, anche sulle popolazioni colpite dalla catastrofe, le quali dalle istituzioni riceverebbero in tal modo una risposta non coerente con il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.
5.5.— Le norme censurate contraddicono inoltre la ratio del quinto comma dell’art. 119 Cost.: le stesse, anziché prevedere risorse aggiuntive per determinate Regioni «per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni» (quali sono quelli derivanti dalla necessità di fronteggiare gli effetti sulle popolazioni e sul territorio di eventi calamitosi improvvisi ed imprevedibili), al contrario, impongono alle stesse Regioni di destinare risorse aggiuntive per il funzionamento di organi e attività statali.
6.— La previsione contenuta nel comma 5-quater, secondo cui «il Presidente della regione interessata» è autorizzato a deliberare gli aumenti fiscali ivi previsti, si pone in contrasto con l’art. 23 Cost., in quanto viola la riserva di legge in materia tributaria, e con l’art. 123 Cost., poiché lede l’autonomia statutaria regionale nell’individuare con norma statale l’organo della Regione titolare di determinate funzioni (ex plurimis, sentenze n. 201 del 2008, n. 387 del 2007).
7.— Sono assorbiti gli altri profili di illegittimità costituzionale prospettati dalle Regioni ricorrenti.
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
riuniti i giudizi,
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 febbraio 2011, n. 10, nella parte in cui introduce i commi 5-quater e 5-quinquies, primo periodo, nell’art. 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile).
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 febbraio 2012.
F.to: Alfonso QUARANTA, Presidente; Gaetano SILVESTRI, Redattore; Gabriella MELATTI, Cancelliere.
Depositata in Cancelleria il 16 febbraio 2012.
Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI



( red / 16.02.12 )

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Gabrielli su legge protezione civile

Audizione alla Camera

(regioni.it) Il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, nel corso di un'audizione in commissione Ambiente alla Camera, ha sostenuto che fare un semplice ''restyling'' della legge 10 ''servirebbe a mettere qualche pezzetta'', ma ''non risolverebbe il problema, che e' di sistema''. Dunque e' necessario ''andare oltre la legge che ha svuotato il Dipartimento delle sue competenze e rivedere l'intero sistema''.
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Il sistema – spiega Gabrielli - funziona solo se tutte le parti funzionano e se sono chiare le catene di comando e la governance''.
Gabrielli sottolinea che ''questa e' l'occasione per rivedere correttamente i compiti, dobbiamo dire bene chi deve fare cosa''. Perche' il timore e' che si faccia una ''semplice modifica della legge 10'' per ripristinare le condizioni precedenti. Ma questo non basterebbe. ''Le criticita' di oggi c'erano anche prima – ha infatti detto il capo della Protezione Civile - la differenza e' che prima c'era un Dipartimento fortissimo, con grande capacità d'intervento. Ma siccome e' impensabile, oggi, un ritorno al passato, perche' non ci sono piu' le risorse e non ci sono piu' quegli strumenti incidenti che c'erano prima'', allora bisogna mettere mano all'intero sistema in maniera complessiva. Anche per evitare che ''alla prossima alluvione ci sia un'ulteriore crocifissione o che si dica 'si stava meglio quando si stava peggio'.''
Rivedere l'intero sistema significa anche intervenire su competenze regionali, provinciali e comunali, ad oggi molto confuse per via di una serie di modifiche legislative introdotte nel corso degli anni. ''Ho assistito a cose assurde, come sindaci che chiedevano al Dipartimento come comportarsi, bypassando i livelli intermedi. Questo mi fa dire - ha affermato Gabrielli - che non c'e' nulla in mezzo e che i sindaci sono lasciati a loro stessi''. Sono pero' anche le regioni e le province a segnalare diverse criticita' e dunque non basta ''un intervento parziale''. Perche' ''il rischio - ha detto il capo della Protezione Civile - e' che i cittadini non abbiano le risposte adeguate''.
Il ''sistema previsionale italiano e' all'avanguardia'', ha ribadito  Gabrielli in audizione alla Camera. ''Le previsioni hanno sempre un carattere di incertezza – ha spiegato gabrielli -. Si e' fatta polemica sui centimetri ma e' evidente che le previsioni subiscono dei condizionamenti che anche chi ha elementari cognizioni di meteorologia puo' capire''. Il capo del Dipartimento ha pero' sottolineato che ''i sindaci non possono essere messi alla berlina quando prendono decisioni'' anche difficili, proprio in base alle previsioni. ''Vi possono essere atteggiamenti eccessivi, ma questi possono essere evidenziati solo in una valutazione ex post, non ex ante''. Altrimenti, ha concluso, si arriva a mettere sul banco degli imputati le previsioni.
Nel corso dell'audizione Gabrielli ha ricordato che gia' a febbraio dell'anno scorso, quando la legge 10 non era stata ancora approvata in via definitiva, scrisse a Berlusconi, Letta, Tremonti e al presidente delle Regioni Vasco Errani sottolineando che con le modifiche si introducevano ''disposizioni che alterano profondamente la protezione civile'' rendendo ''ingestibile'' l'emergenza. Norme, inoltre, scritte da ''uffici che non si sono mai occupati'' di protezione civile.
Parole cadute nel vuoto, visto che la legge passo' e il Dipartimento e' stato svuotato dei suoi compiti.
Se la legge 10 verra' approvata ''mi e' facile prevedere che questa riforma della Protezione Civile, affidata ad uffici che non se ne sono mai occupati, rovinera' definitivamente un sistema organizzativo fino ad oggi invidiato dal resto del mondo''. E’ sempre la lettera scritta e inviata a Berlusconi dal capo della Protezione Civile.
Nella lettera si faceva riferimento proprio alle modifiche inserite nel Milleproroghe e Gabrielli la invio' quando la legge, passata in una delle due camere, doveva essere ancora approvata dall'altro ramo del Parlamento. I passaggi salienti di quella lettera sono stati ripercorsi oggi dal capo della Protezione Civile nel corso della sua audizione alla commissione Ambiente della Camera.
Premettendo di ''appartenere alla cultura del controllo'' e dunque di non aver ''mai inteso sottrarre l'azione del Dipartimento al suo espletamento'', scriveva dunque Gabrielli: nel milleproroghe ''rientrano disposizioni che alterano profondamente il quadro normativo delle competenze in materia di protezione civile, rendendo di fatto ingestibili gli stati emergenziali con gli occorrenti requisiti di immediatezza e tempestivita'''.
In particolare, Gabrielli puntava il dito contro la norma che prevede il ''concerto'' del ministero dell'Economia nell'emanazione delle ordinanze e contro l'intervento preventivo della Corte dei Conti. ''L'attuale formulazione - scriveva a Berlusconi e a Tremonti - costringera' per il futuro ad attendere il completamento di complesse procedure burocratiche, proprie del ministero dell'Economia, per il rilascio del concerto che, giammai, potra' esaurirsi nell'arco delle 36 ore e richiederà tempi molto lunghi''. Gabrielli aveva anche proposto una soluzione: fissare proprio in 36 ore il termine per l'espressione del parere da parte dell'Economia o, in alternativa, di consentire al premier di procedere in assenza di concerto, nell'immediatezza dell'urgenza. Proposte che non furono prese in considerazione.
Quanto al controllo preventivo di legittimita' della Corte dei Conti sugli atti adottati dai commissari, scriveva il capo della Protezione Civile un anno fa, questo ''determinera' intralci obiettivi all'azione di soccorso delle popolazioni colpite dagli eventi emergenziali'', anche perche' ''nessun commissario si assumera' la responsabilita' di agire senza il preventivo nulla osta della Corte dei Conti''. Gabrielli contestava anche il fatto che con il maxiemendamento venivano stanziati 100 milioni per gli anni 2010-2011 per le alluvioni che avevano colpito Liguria, Veneto, Campania e la provincia di Messina.
 'Il Dipartimento non e' stato minimamente interpellato e non si comprende in che modo sia stata condotta l'istruttoria che ha definito la spettanza''.
Gabrielli avvertiva infine che se la legge non fosse stata corretta, avrebbe dato indicazione ''agli uffici e ai commissaridelegati di non intraprendere alcuna azione in assenza dei preventivi pronunciamenti del ministero dell'Economia e della Corte dei Conti''. E avrebbe svolto una ''capillare opera di informazione'' presso le procure per chiarire come sarebbe cambiato il quadro normativo. ''Non posso chiedere ai miei uffici e ai commissari – concludeva Gabrielli - di assumersi enormi responsabilita' civili, penali e amministrative'' senza poter ''individuare in piena autonomia le soluzioni piu' idonee'' al superamento dell'emergenza.

 





( red / 16.02.12 )

+T -T
Gnudi: Enit braccio operativo Regioni

(regioni.it) Il turismo per il ministro Piero Gnudi va promosso in maniera unitaria e non più frammentata tra le singole regioni, e l'Enit deve diventare lo strumento attraverso cui operare.
Il ministro per il turismo lo ha sostenuto intervenendo al convegno inaugurale della Bit, la Borsa internazionale del turismo.
"Ci vuole un approccio diverso alla promozione del turismo - ha detto Gnudi - il ruolo delle regioni poteva andare bene 20-30 anni fa. Adesso che dobbiamo promuovere il nostro paese occorre una strategia completamente diversa. L'Enit deve essere lo strumento, il braccio operativo in cui tutte le regioni si riconoscono e con cui fanno insieme la promozione all'estero. Ho parlato con vari presidenti di regioni e li ho trovati sulla stessa linea, hanno capito che non c'è altra strada".
Secondo Gnudi ''dobbiamo pensare al nostro Paese come ad una  realta' turistica che altri non conoscono e per questo ci vuole un approccio diverso alla sua promozione turistica''.
E’ intervenuto anche il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che ha proposto di fare dell'Expo 2015 ''una sorta di laboratorio di forme nuove per concepire e coordinare l'offerta turistica''.
Se il ministro del Turismo, Piero Gnudi ha auspicato dal palco di Fieramilano una strategia unitaria di promozione per il settore, secondo Formigoni ''un'occasione per mettere in pratica questa visione potra' essere proprio l'Expo 2015''.

 


( red / 16.02.12 )
Regioni.it

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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Direttore responsabile: Stefano Mirabelli
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