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Regioni.it

n. 2051 - venerdì 8 giugno 2012

Sommario3
- Ammortizzatori sociali in deroga: Regioni chiedono confronto con il Ministro
- Agenda digitale italiana: il contributo delle Regioni
- Agenda digitale italiana: Maccari (Lombardia) in "Cabina di regia"
- "Le Autonomie della Repubblica: la realizzazione concreta"
- Scuola: sentenza Consulta su riduzione organici e accorpamento istituti
- Rifiuti: Rapporto Ispra 2012

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Ammortizzatori sociali in deroga: Regioni chiedono confronto con il Ministro

(regioni.it) La Conferenza e delle Province autonome ha affrontato, nel corso della riunione del 6 giugno, il tema delle risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga. Nel corso della sua relazione, l'Assessore Gianfranco Simoncini (Coordinatore della Commissione Lavoro per la Conferenza delle Regioni e Assessore alle attività produttive, lavoro e formazione della Regione Toscana) ha fatto presente che rispetto alle preoccupazioni per le dotazioni finanziarie per gli ammortizzatori sociali in deroga - in particolare nelle Regioni che hanno completamente utilizzato o stanno terminando le risorse – si sono registrati dei passi in avanti che fanno ben sperare per il confronto futuro. Negli ultimi giorni infatti sono stati firmati gli accordi tra il Ministero del Lavoro e le Regioni Piemonte, Marche, Calabria e Molise e sono in via di definizione ulteriori accordi con la Lombardia e la Puglia. “La Conferenza delle Regioni – ha spiegato Simoncini – ha preso atto positivamente di questi accordi e ha deciso di sollecitare il Ministro perché si arrivi rapidamente alla firma dei decreti che attribuiscano le risorse a queste Regioni ed a tutte le altre, in modo da avere la copertura per la cassa in deroga, fino al 31 dicembre. Sono stati poi riconfermati – ha aggiunto Simoncini - gli impegni delle Regioni per l’utilizzo del Fondo sociale europeo (FSE) per le politiche attive e per il sostegno al reddito dei lavoratori”.
“Abbiamo poi chiesto – ha concluso Simoncini – un incontro al Ministro Fornero, per una valutazione, una volta approvata la riforma del mercato del lavoro, sulla transizione a fine 2012 della gestione degli ammortizzatori sociali in deroga che dal nuovo anno sarà gestita direttamente dal Ministero e non più dalle Regioni, ma anche per comprendere le modalità e i soggetti verso i quali il Ministero intende utilizzare la Cassa e la mobilità in deroga”.

 



( red / 08.06.12 )

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Agenda digitale italiana: il contributo delle Regioni

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 6 giugno, presieduta da Vito De Filippo (Presidente della Regione Basilicata) ha approvato un documento intitolato “Contributo delle Regioni all’Agenda Digitale Italiana (ADI)”. Il testo integrale è stato pubblicato sul sito www.regioni.it (nella sezione “conferenze”) ed il link è:
http://www.regioni.it/download.php?id=256657&field=allegato&module=news   
Si riporta di seguito l’introduzione e l’indice degli argomenti trattati.
Introduzione 
Le Regioni e le Province Autonome sono ben consapevoli, e non da oggi, che la rivoluzione digitale è una sfida essenziale per la modernizzazione, la competitività e la crescita dei nostriterritori, una sfida pari a quella della diffusione dell’elettricità, delle infrastrutture per il trasporto su gomma o della telefonia; insomma, uno dei capitoli su cui si gioca il nostro futuro, non solo economico. Il livello regionale rappresenta un ambito fondamentale per la definizione, la concertazione e l’attuazione della Società dell’informazione e della conoscenza in quanto consente di coniugare la progettualità con le azioni programmatico-legislative proprie delle Regioni e con l’utilizzo sistemico dei fondi strutturali regionali, operando ad un livello sufficientemente locale per rispettare le specificità, ma adeguato alla valorizzazione delle economie di scala e delle possibili sinergie di rete.
L’orientamento programmatico del livello regionale si rifà alle indicazioni dell’Agenda Digitale Europea, parte integrante di Europa 2020 per lo sviluppo delle ICT e dell’economia digitale al fine di incrementare al massimo i vantaggi della digitalizzazione.
Sappiamo che cogliere le opportunità della rivoluzione digitale significa infatti:
- essere consapevoli che la valorizzazione e la gestione della ‘rivoluzione digitale’ non è un compito che possa essere confinato nell’ambito dell’ICT, ma che deve essere preso in carico ‘orizzontalmente’ da tutti i settori delle istituzioni e delle imprese;
- poter attivare una leva primaria per agire lo sviluppo e la crescita, misurabile in termini di PIL, di posti di lavoro, di nuove attività imprenditoriali; in questa ottica, l’Agenda Digitale è anche la risposta alla trasformazione in atto delle imprese dell’ICT, che, soprattutto laddove si rinvengono di più e ancora gli schemi organizzativi e di business del manifatturiero tradizionale, soffrono oggi un ricambio di paradigmi che dev’essere gestito con una visione proattiva e dinamica;
- essere capaci di dotarsi di uno strumento straordinario per aumentare la produttività nei servizi pubblici e privati, e quindi per operare quella virata decisa della Pubblica Amministrazione, ma anche del nostro tessuto imprenditoriale, verso più ambiziosi obiettivi di efficienza, così da individuare e misurare i comportamenti virtuosi e da creare un sistema di indicatori che permetta di restituire agli Enti virtuosi il ‘dividendo digitale’ ricavato dall’innovazione di processo, riattivando il ciclo degli investimenti;
- supportare il cambiamento della Pubblica Amministrazione non solo sul piano tecnologico e dell’efficienza, ma, più in profondità, creando l’occasione per ‘rovesciare come un calzino’ il nostro modo di essere Pubblica Amministrazione, di impostare e di gestire le procedure e i processi di interesse pubblico, lasciando maggiore spazio alla soggettività della Persona, alla sua creatività e al dinamismo di chi sta dentro e a chi sta fuori dalla P.A.; per questo oggi valori ed espressioni come trasparenza, governo aperto, cittadinanza possono trovare nel digitale, un’occasione per diventare più concrete, per compiersi in una pienezza finora mai neppure immaginata;
- assumersi fino in fondo una responsabilità di indirizzo, di regolazione, di programmazione, in altri termini di governo, di cambiamenti che non possono essere lasciati totalmente al mercato; a maggior ragione in un Paese come il nostro, in cui le grandi sfide di modernizzazione sono l’occasione per unire molto di più tra loro le diverse realtà territoriali in cui la nostra Italia è divisa - a livello macro ma anche micro - ( ad esempio nel caso dei piccoli comuni ancora in divario digitale), per colmare le distanze tra aree urbane e aree rurali o montane, per connettere e rilanciare i nostri distretti industriali, per unire in un nuovo ‘patto’ il Nord e il Sud e per agganciarsi tutti ancora più saldamente all’Europa e alla parte più dinamica dell’economia globale, per non lasciare indietro i più deboli, gli anziani, gli immigrati, i disabili. Infine, per dare opportunità anche alle piccole e piccolissime imprese e non solo alle grandi multinazionali. Tutti obiettivi che non sono di per sé propri delle imprese ma delle istituzioni e, in particolare, dei Governi.  Per coglierne l’apporto, però, dobbiamo partire innanzitutto dalla considerazione che le Regioni e le Province Autonome, nell’ordinamento costituzionale italiano, sono enti di governo, con poteri legislativi, programmatori e di coordinamento e che, come tali possono rappresentare un tassello fondamentale, da veri protagonisti dell’Agenda digitale europea e delle sue declinazioni a livello nazionale e ai livello locali, svolgendo almeno 4 distinti ruoli fortemente interconnessi tra loro:
1. Usare le proprie leve legislative, regolatorie e programmatorie per dare impulso ad una digitalizzazione spinta, ‘anche forzata’ (arrivando allo ‘switch off’ digitale), nelle tante politiche di loro diretta competenza e che, non di rado, sono chiamate non solo a indirizzare e a programmare, ma anche a gestire, insieme agli Enti locali e al Governo nazionale; un percorso che si abbina, dandogli un’ulteriore leva, a quel lavoro di semplificazione e rivisitazione dei processi e delle procedure che è pure tra le priorità delle Regioni. Qui del resto si collocano la gran parte degli ambiti più promettenti, in termini di potenziale recupero di efficacia, di maggiore accessibilità e di innovazione dei servizi, per l’attuazione di un’Agenda digitale: non solo sanità, dunque, ma anche mobilità, logistica e infrastrutture, energia, ambiente, pianificazione territoriale, sviluppo economico, attrattività, formazione ed istruzione, lavoro, beni e attività culturali, sicurezza urbana, etc. etc.
2. Essere facilitatori dell’Agenda digitale europea e co-protagonisti di quella italiana e partner  del Governo nazionale e dell’Unione Europea per condividere risorse e responsabilità programmatorie della politica di sviluppo per il digitale, ad esempio attraverso le iniziative di sostegno all’infrastrutturazione per colmare il divario digitale rispetto ad Internet veloce ed ultraveloce, a partire dall’uso dei fondi strutturali, ma anche attraverso l’accelerazione dei processi di valorizzazione e riuso degli investimenti già fatti da Regioni ed Enti locali;
3. Declinare, anche attraverso le Agende digitali regionali già operanti o in fase di approntamento, gli indirizzi e gli obiettivi dell’Agenda Digitale europea e di quella italiana secondo le specificità dei propri territori e dei propri modelli istituzionali. Le Regioni infatti, sono, per la loro maggiore vicinanza al territorio e per la specificità della propria funzione istituzionale i soggetti più vocati a cogliere e valorizzare le peculiarità del territorio e ad inserirle nel percorso attuativo dell’Agenda Digitale. Ciascuna Regione ha sviluppato dei modelli e delle esperienze di governo da cui non si può prescindere, che possono arricchire e far crescere l’Agenda Digitale Italiana e quella Europea nella loro attuazione, rendendole plasticamente più efficaci e modulari a seconda dei contesti territoriali, economici, sociali ed istituzionali;
4. Raccordare e coordinare l’azione degli Enti locali, delle Autonomie funzionali, degli Operatori economici e delle Parti sociali per declinare le strategie e le iniziative per l’Agenda Digitale sul territorio, portandole a sistema, favorendo sinergie e forme di apprendimento reciproco, diffondendo le opportunità derivanti dal riuso di investimenti già fatti. C’è qui anche la responsabilità di raccordare gli Enti Locali e le polarità più ‘forti’ per posizione naturale, con quelli espressione di territori meno fortunati. In fase programmatica sono state assunte dalle Regioni e dalle Province Autonome alcune azioni fondamentali da attuarsi nella definizione degli obiettivi di sviluppo locale:
• migliorare il tasso di fiducia e la sicurezza delle reti
• portare l'accesso a internet veloce e superveloce a tutti i cittadini
• fornire a tutti i cittadini competenze digitali e servizi on line accessibili
• sfruttare il potenziale delle ICT per risolvere le sfide sociali emergenti.
Riteniamo utile sottolineare anche lo sforzo compiuto dalle Regioni per dotarsi di vere e proprie reti per la governance, spesso sviluppatesi dall’esperienza di preesistenti tavoli di lavoro sull’egovernment, ma rispetto a questi più strutturate e stabili da un punto di vista organizzativo e, soprattutto, investite di capacità decisionali ad ampio raggio.
Le Regioni si sono inoltre da sempre adoperate, seppur con diversi livelli di coinvolgimento, per favorire la partecipazione ai processi decisionali di tutti gli stakeholder interessati allo sviluppo economico e sociale del territorio, a partire dalle Università e dai Centri di Ricerca per arrivare fino al terzo settore e al tessuto imprenditoriale e produttivo. A conferma di questa impostazione generale ricordiamo il fatto che tra l’Agenda Digitale Europea (ADE) e la costruenda Agenda Digitale Italiana (ADI) esistono ormai diversi esempi di vere e proprie Agende Digitali Regionali che, orientate ai traguardi fissati dall’ADE, individuano aree prioritarie di intervento per indirizzare e sostenere al meglio la crescita dell’innovazione digitale sul proprio territorio, arrivando in alcuni casi fino a definire dei nuovi diritti di cittadinanza digitale.
Gli stessi obiettivi quantitativi di prestazione, fondamentali per l’applicazione virtuosa della strategia identificata dall’Agenda, sono acquisiti dalle Regioni nelle loro scelte programmatiche, soprattutto in merito alla copertura della banda larga e ultra larga e alle azioni per abbattere il digital divide oltre che per spostare la popolazione e le imprese all’utilizzo dei servizi on line.
In questa fase l’orientamento che guida l’innovazione della PA nell’ambito dello sviluppo della Società dell’informazione non è più limitato allo scambio di dati e servizi fra PA (la dematerializzazione e la cooperazione applicativa sono date ormai per scontate), ma è proteso a valutare l’impatto che l’azione della PA genera sullo sviluppo economico del territorio (diritti digitali, servizi e opportunità che si offrono o garantiscono a cittadini e imprese, fruibilità degli open data).
Tale concetto dell’agire digitale di una intera società trova riscontro nelle Agende digitali che vengono attivate ai diversi livelli istituzionali (europea, nazionale, regionale e comunale) e che, essendo rivolte ad una molteplicità di aspetti del vivere quotidiano di cittadini e imprese, sono assolutamente trasversali all’azione dei diversi settori delle pubbliche amministrazioni. Si tratta quindi di un sistema che fa perno su vere e proprie aree vaste che assumono la forma di città effettive, di riferimento per la realizzazione di veri e propri esperimenti di innovazione sociale.
In particolare, le Agende Digitali Regionali, per loro natura, divengono il luogo attraverso il quale e nel quale pensare, progettare e realizzare l’innovazione e cooperare alle iniziative governative per incrementare il rating d’innovazione complessivo del Paese.
Sul piano della governance del sistema regionale, poi, si segnala che la Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome ha recentemente costituito una “Cabina di regia interna” con compiti di coordinamento, per dare un contributo fattivo alla creazione e implementazione dell'Agenda Digitale Italiana; il gruppo di lavoro è coordinato dal rappresentante politico delle Regioni e delle Province Autonome nella Cabina di regia nazionale.
A livello tecnico il sistema delle Regioni e Province Autonome coopera da tempo sistematicamente nell’ambito del CISIS (Centro Interregionale Sistema Informativo, Statistico e Geografico, a cui sono associate tutte le Regioni e le Province Autonome e che svolge la funzione di organismo tecnico di supporto alla Conferenza delle Regioni nelle materie dei sistemi informativi, della statistica e dell’informazione geografico-territoriale) per la definizione, lo sviluppo ed il coordinamento di iniziative e attività inerenti la Società dell’informazione e della conoscenza e per assicurare il miglior raccordo tra le Regioni, lo Stato e gli Enti Locali su tali temi, nonché per l’implementazione e conduzione di sistemi e servizi innovativi interregionali attraverso modelli collaborativi specificamente studiati.
Tale ruolo aggregatore, in particolare, è stato espresso in due ambiti progettuali cardine: uno relativo alle banche dati di interesse nazionale e l’altro alla dematerializzazione e conservazione a norma dei documenti digitali. Per favorire la circolarità delle banche dati, le Regioni si sono proposte come intermediari tecnologici per il collegamento di sistemi quali catasto e anagrafi (INA SAIA). Per la conservazione, molte di esse hanno avviato percorsi per la costituzione dei Poli di conservazione su scala territoriale, al servizio degli Enti Locali del territorio. In qualità di punti di riferimento per la dematerializzazione e la conservazione, le Regioni stanno effettuando un’attività di analisi dei metadati e dei procedimenti (fascicoli) che le qualifica come soggetto in grado di proporre e gestire registri per il censimento e la standardizzazione dei procedimenti comuni a tutte le Regioni (es. dei SUAP – Sportelli Unici per le Attività Produttive).
Il sistema delle Regioni e Province Autonome, in tale contesto, si candida a svolgere un ruolo centrale anche per la governance delle azioni intraprese dai diversi soggetti per le smart cities & communities previste nell’ADI e nel PON Ricerca, anche attraverso la progettazione di piattaforme tecnologiche in grado di generare knowledge condivisa tra le varie communities territoriali.
La definizione dell’Agenda Digitale Italiana è un momento strategico fondamentale per lo sviluppo complessivo dell’innovazione digitale nel Sistema-Paese. Per tale motivo il sistema interregionale, oltre ad esprimere un membro politico della Cabina di regia dedicata, ha ricercato una partecipazione ai tavoli tematici dell’ADI in maniera proattiva e qualificata e con impegno responsabile, a livello tecnico innanzitutto attraverso la sede interregionale del CISIS oltreché tramite la segreteria tecnica delle diverse Commissioni interessate della Conferenza delle Regioni, fornendo un contributo alla redazione dell’Agenda con l’obiettivo di identificare congiuntamente azioni coordinate compatibili con i contesti funzionali e finanziari territoriali e realmente efficaci.
In questo percorso inter-istituzionale Regioni e Province Autonome hanno contribuito all’identificazione dei processi principali da attivare, sul piano sia legislativo e di indirizzo sia operativo, proponendo le proprie priorità settoriali, ritenute utili all’intero sistema Paese: interventi infrastrutturali che accelerino il processo della fruizione dei servizi on line e delle banche dati pubbliche per i cittadini e le imprese , identificazione certa degli utenti e delle loro prerogative digitali, abilitazione ai pagamenti on line per un processo sistemico di digitalizzazione del rapporto tra PA e società civile.
Le Regioni ritengono, comunque, che accanto alla previsione di nuove iniziative, debbano essere chiaramente poste in priorità e portate a compimento 5 iniziative già esistenti e intercorrelate, sulle quali l’impianto normativo è consolidato e se ne deve solo dare piena e fattiva attuazione.
Queste 5 iniziative sono strategiche per due ragioni fondamentali:
- sono iniziative su cui le Regioni (nel loro complesso e singolarmente) e lo Stato hanno già investito molto, in termini finanziari e non; questi investimenti devono essere ulteriormente valorizzati al fine del raggiungimento degli obiettivi per cui sono stati posti in essere;
- sono iniziative su cui poggia qualunque strategia di attuazione per l’amministrazione digitale italiana.
Le 5 iniziative, descritte al termine di questo documento attraverso apposite schede-azione, riguardano:
 Interoperabilità e cooperazione applicativa;
 Carta Nazionale Servizi;
 Circolarità anagrafica;
 Amministrazione digitale senza carta;
 Geo-referenziazione (Infrastruttura dati territoriali o Catasto Territorio).
Link al documento integrale:
http://www.regioni.it/download.php?id=256657&field=allegato&module=news

INTRODUZIONE  
GRUPPI DI LAVORO
INIZIATIVE STRATEGICHE FONDANTI

INIZIATIVA: CARTA NAZIONALE SERVIZI - IDENTITA’ DIGITALE E SERVIZI ONLINE 
INIZIATIVA: CIRCOLARITA’ ANAGRAFICA 
INIZIATIVA: GEOREFERENZIAZIONE (INFRASTRUTTURA DATI TERRITORIALI O CATASTO TERRITORIO) 
INIZIATIVA: AMMINISTRAZIONE DIGITALE SENZA CARTA 

 



( red / 08.06.12 )

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Agenda digitale italiana: Maccari (Lombardia) in "Cabina di regia"

(regioni.it) Le Regioni italiane si sono dotate di una programmazione comune (vedi notizia precedente) per attuare l'Agenda digitale europea. "Un importante punto di partenza per un percorso comune - commenta l'assessore alla Semplificazione e Digitalizzazione di Regione Lombardia Carlo Maccari, rappresentante delle Regioni nella Cabina di regia per l'Agenda digitale italiana voluta dal Governo - per valorizzare celermente le eccellenze già presenti in ogni Regione".
Cinque gli obiettivi proposti dalle Regioni:
1) l'interoperabilità e la cooperazione applicativa, cioè la possibilità di avere un insieme minimo garantito di servizi completamente replicabili e "scambiali" fra tutte le amministrazioni;
2) la Carta regionale/nazionale dei Servizi. Già in possesso di 24 milioni di Italiani deve diventare lo strumento per garantire a tutti l'accesso ai servizi sanitari in digitale e agli servizi online della Pubblica amministrazione, al sistema dei trasporti, alla scuola, ai servizi degli Enti locali;
3) la circolarità anagrafica. L'aggiornamento dei dati anagrafici deve circolare fra le Pubbliche amministrazioni di ogni livello in modo tempestivo, senza costi aggiuntivi, anzi con risparmi enormi per le P.A. centrali, regionali e locali;
4) l'Amministrazione digitale senza carta: la capacità delle Pubbliche amministrazioni di gestire e conservare in modo sicuro i documenti digitali, eliminando progressivamente l'uso della carta;
5) la Georeferenziazione. L'anagrafe del territorio deve essere condivisa in modo che si possa avere una conoscenza digitale del territorio.
“Quello delle Regioni - ha ricordato Maccari - è un contributo sostanziale al progetto che, in tutta Europa, guarda agli obiettivi fissati per il 2020: un programma di sviluppo voluto per massimizzare i vantaggi, per imprese e cittadini, della digitalizzazione". “In questo percorso - ricorda l'assessore - le Regioni sono impegnate innanzitutto per colmare il divario digitale infrastrutturale grazie alla copertura con banda larga e ultra larga". Il documento programmatico punta fortemente sulla diffusione delle competenze digitali per aumentare le possibilità offerte da internet. Fra queste grande importanza è data all'affermazione della sanità elettronica su tutto il territorio nazionale attraverso la valorizzazione delle buone prassi in uso, a partire dai Cup e dal fascicolo Sanitario elettronico, fino alla diffusione delle forme di telemedicina e di telehomecare. E poi la messa a disposizione degli sviluppatori di servizi dell'enorme patrimonio di dati oggi in possesso della P.A., attraverso un sistema federato di portali di 'open data'.
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha costituito anche una 'Cabina di regia interna', che dovrà coordinare e attuare in modo cadenzato gli obiettivi del documento, definendo col Governo e con gli Enti locali un programma d'azione concreto, ma di ampio respiro.
Il documento  è consultabile sul sito: www.regioni.it/it/show-conferenze/conferenze.php

[Lombardia] AGENDA DIGITALE EUROPEA, PATTO FRA LE REGIONI



( red / 08.06.12 )

11 Giugno, in programma Seminario a Roma presso il CNR

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"Le Autonomie della Repubblica: la realizzazione concreta"

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni ha dato il Patrocinio al “Seminario - Le Autonomie della Repubblica: la realizzazione concreta”, promosso dall’Istituto di Studi sui Sistemi Regionali Federali e sulle Autonomie "Massimo Severo Giannini" – CNR.  Il seminario si svolgerà lunedì 11 giugno alle ore 9,00  a Roma presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche – Aula Marconi  Piazzale Aldo Moro 7.
I lavori si concentreranno sull’adempimento da parte delle Regioni del riordino delle funzioni locali. In particolare saranno evidenziate le criticità dell’ordinamento locale, in relazione alle discipline fondamentali di settore, come ad esempio, il testo unico sugli enti locali e le norme sul federalismo fiscale. Tra l’altro si discuterà del ruolo della Regione quale ente di riferimento del sistema territoriale delle autonomie, così come le garanzie di ordine costituzionale per gli enti locali, in caso di una formale loro regionalizzazione. Infine si affronteranno anche i temi della definizione degli ambiti per l’esercizio ottimale delle funzioni e della regionalizzazione del patto di stabilità.
Lavori del Seminario 
Introducono:

09,00 M. Mochi Onori
09,15 P. Pietrangelo
09,30 S. Mangiameli: Il sistema territoriale e la legislazione della crisi
I. Regioni ed Enti locali  

10,00 G. De Martin: La regionalizzazione dell’ordinamento degli EE.LL.
10,30 L. Vandelli:  Le garanzie degli EE.LL. nel processo di regionalizzazione  
11,15 F. Marcelli: La Carta delle autonomie
11,45 G. Falcon: La giurisprudenza costituzionale
12,15 Interventi programmati
13,00 Dibattito
II. Le funzioni degli Enti locali e le Regioni
15,00 F. Merloni: Le funzioni di area vasta e i poteri regionali
15,30 P. Bilancia: Comuni e associazionismo obbligatorio
16,00 E. Buglione: La regionalizzazione del patto di stabilità
16,30 C. Tucciarelli: L’intreccio delle misure finanziarie con la  normativa di attuazione del federalismo fiscale
17,00 Dibattito
17,30 V. Cerulli Irelli – S. Mangiameli Conclusioni     

[Issirfa-Cnr] Seminario: "Le Autonomie della Repubblica: la realizzazione concreta", in programma l'11 giugno 2012 a Roma

 



( red / 08.06.12 )

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Scuola: sentenza Consulta su riduzione organici e accorpamento istituti

(regioni.it) Sentenza della Corte Costituzionale in merito al provvedimento che prevedeva la riduzione dei dirigenti scolastici e l'accorpamento delle scuole per contenere le spese di finanza pubblica.
In particolare le Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria, Puglia, Basilicata e la Regione siciliana hanno proposto, con separati ricorsi, questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 19, comma 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111; nei ricorsi delle Regioni Toscana, Umbria, Puglia e Basilicata le questioni sono state sollevate anche con riguardo al comma 5 del medesimo articolo.
Si tratta dell’obbligatoria ed immediata costituzione di istituti comprensivi, mediante l’aggregazione della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e di quella secondaria di primo grado, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche costituite separatamente, e la definizione della soglia numerica di 1.000 alunni che gli istituti comprensivi devono raggiungere per acquisire l’autonomia; soglia ridotta a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani e nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche. Si tratta, quindi, di una norma che regola la rete scolastica e il dimensionamento degli istituti.
È opportuno rilevare, ai fini del corretto inquadramento della questione, - evidenzia la Consulta - che il citato comma 4 è da ricondurre alla materia della «istruzione». La giurisprudenza di questa Corte, successivamente alla riforma del Titolo V della Parte seconda della Costituzione, intervenuta con legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), ha individuato i criteri del riparto delle competenze tra lo Stato e le Regioni nella materia dell’istruzione, allo scopo di porre una chiara linea di confine tra i titoli di competenza esclusiva e concorrente che sono stati entrambi previsti nell’art. 117 della Costituzione.
In particolare, con le sentenze n. 200 del 2009 e n. 92 del 2011 è stata chiarita, alla luce delle precedenti pronunce sull’argomento (fra le quali, si vedano la sentenza n. 13 del 2004 e le sentenze n. 34 e n. 279 del 2005), la differenza esistente tra le norme generali sull’istruzione – riservate alla competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera n), Cost. – e i principi fondamentali della materia istruzione, che l’art. 117, terzo comma, Cost. devolve alla competenza legislativa concorrente. Si è detto, a questo proposito, che rientrano tra le norme generali sull’istruzione «quelle disposizioni statali che definiscono la struttura portante del sistema nazionale di istruzione e che richiedono di essere applicate in modo necessariamente unitario e uniforme in tutto il territorio nazionale, assicurando, mediante una offerta formativa omogenea, la sostanziale parità di trattamento tra gli utenti che fruiscono del servizio dell’istruzione (interesse primario di rilievo costituzionale), nonché la libertà di istituire scuole e la parità tra le scuole statali e non statali». Sono, invece, espressione di principi fondamentali della materia dell’istruzione «quelle norme che, nel fissare criteri, obiettivi, direttive o discipline, pur tese ad assicurare la esistenza di elementi di base comuni sul territorio nazionale in ordine alle modalità di fruizione del servizio dell’istruzione, da un lato, non sono riconducibili a quella struttura essenziale del sistema d’istruzione che caratterizza le norme generali sull’istruzione, dall’altra, necessitano, per la loro attuazione (e non già per la loro semplice esecuzione) dell’intervento del legislatore regionale» (sentenza n. 92 del 2011 che richiama la precedente n. 200 del 2009).
Va osservato - rileva sempre la Consulta - che il legislatore, prima della citata riforma costituzionale del 2001, era intervenuto a regolare con apposite norme il riparto di competenze relative all’organizzazione della rete scolastica; l’art. 138, lettera b), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della L. 15 marzo 1997, n. 59), già disponeva che fossero delegate alle Regioni le funzioni amministrative riguardanti la «programmazione, sul piano regionale, nei limiti della disponibilità di risorse umane e finanziarie, della rete scolastica, sulla base dei piani provinciali»; subito dopo, il d.P.R. 18 giugno 1998, n. 233 (Regolamento recante norme per il dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche e per la determinazione degli organici funzionali dei singoli istituti, a norma dell’articolo 21 della L. 15 marzo 1997, n. 59), ha disposto (art. 3) che le Regioni approvino il piano regionale di dimensionamento delle istituzioni scolastiche sulla base dei piani disposti dalle singole Province. Ne consegue che – come questa Corte ha avuto modo di rilevare fin dalle sentenze n. 13 del 2004 e n. 34 del 2005 – è del tutto implausibile che il legislatore costituzionale del 2001 abbia inteso sottrarre alle Regioni la competenza relativa al programma di dimensionamento delle istituzioni scolastiche che già era di loro spettanza in un quadro costituzionale segnato da una impostazione maggiormente centralizzata.
La legislazione degli anni più recenti è intervenuta con altre disposizioni in tale materia. L’art. 64, comma 4-quater, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, ha disposto – riconoscendo, ancora una volta, la competenza delle Regioni – che le medesime dovessero provvedere, per l’anno scolastico 2009/2010, ad assicurare il dimensionamento delle istituzioni scolastiche autonome nel rispetto dei parametri fissati dall’art. 2 del citato d.P.R. n. 233 del 1998. Il successivo d.P.R. 20 marzo 2009, n. 81 (Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola, ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 , convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), mirava a modificare il quadro normativo, disponendo, all’art. 1, che alla definizione «dei criteri e dei parametri per il dimensionamento della rete scolastica e per la riorganizzazione dei punti di erogazione del servizio scolastico, si provvede con decreto, avente natura regolamentare, del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, adottato di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza unificata» tra lo Stato e le Regioni. Il medesimo art. 1, peraltro, stabilisce che, fino all’emanazione del menzionato decreto ministeriale, continui ad applicarsi la disciplina vigente, in particolare il d.P.R. n. 233 del 1998, ivi compreso il relativo art. 3 da considerarsi abrogato soltanto all’atto dell’entrata in vigore del predetto decreto ministeriale (art. 24, comma 1, lettera d, del d.P.R. n. 81 del 2009).
Non risulta, comunque, che tale decreto sia mai intervenuto, tanto che alcune delle Regioni ricorrenti hanno fatto presente, negli odierni ricorsi, che l’art. 19, comma 4, in esame è stato emanato quando esse avevano già provveduto all’approvazione dei piani regionali di dimensionamento in vista dell’inizio dell’anno scolastico 2011/2012, piani evidentemente formulati secondo lo schema di cui al d.P.R. n. 233 del 1998.
Alla luce delle osservazioni che precedono, la questione avente ad oggetto l’art. 19, comma 4, è fondata.
La disposizione censurata mostra, anzitutto, un certo margine di ambiguità perché, mentre impone l’aggregazione delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, in istituti comprensivi, non esclude la possibilità di soppressioni pure e semplici, cioè di soppressioni che non prevedano contestuali aggregazioni. Ma, comunque, anche volendo disattendere questa possibile lettura, è indubbio che la disposizione in esame incide direttamente sulla rete scolastica e sul dimensionamento degli istituti, materia che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 200 del 2009, n. 235 del 2010 e n. 92 del 2011), non può ricondursi nell’ambito delle norme generali sull’istruzione e va, invece, ricompresa nella competenza concorrente relativa all’istruzione; la sentenza n. 200 del 2009 rileva, in proposito, che «il dimensionamento della rete delle istituzioni scolastiche» è «ambito che deve ritenersi di spettanza regionale». Trattandosi di ambito di competenza concorrente, allo Stato spetta soltanto di determinare i principi fondamentali, e la norma in questione non può esserne espressione.
L’art. 19, comma 4, infatti, pur richiamandosi ad una finalità di «continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione», in realtà non dispone sulla didattica: esso, anche con questa sua prima previsione, realizza un ridimensionamento della rete scolastica al fine di conseguire una riduzione della spesa, come, del resto, enunciato dalla rubrica dell’art. 19 («Razionalizzazione delle spese relative all’organizzazione scolastica. Concorso degli enti locali alla stabilizzazione finanziaria»), dalla rubrica del Capo III del decreto-legge («Contenimento e razionalizzazione delle spese in materia di impiego pubblico, sanità, assistenza, previdenza, organizzazione scolastica»), nonché dal titolo del medesimo («Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria»). L’aggregazione negli istituti comprensivi, unitamente alla fissazione della soglia rigida di 1.000 alunni, conduce al risultato di ridurre le strutture amministrative scolastiche ed il personale operante all’interno delle medesime, con evidenti obiettivi di risparmio; ma, in tal modo, essa si risolve in un intervento di dettaglio, da parte dello Stato, in una sfera che, viceversa, deve rimanere affidata alla competenza regionale.
Il carattere di intervento di dettaglio nel dimensionamento della rete scolastica emerge, con ancor maggiore evidenza, dalla seconda parte del comma 4, relativa alla soglia minima di alunni che gli istituti comprensivi devono raggiungere per ottenere l’autonomia: in tal modo lo Stato stabilisce alcune soglie rigide le quali escludono in toto le Regioni da qualsiasi possibilità di decisione, imponendo un dato numerico preciso sul quale le Regioni non possono in alcun modo interloquire. Va ribadito ancora una volta, invece, come questa Corte ha chiarito nella sentenza n. 200 del 2009, che «la preordinazione dei criteri volti all’attuazione del dimensionamento» delle istituzioni scolastiche «ha una diretta e immediata incidenza su situazioni strettamente legate alle varie realtà territoriali e alle connesse esigenze socio-economiche di ciascun territorio, che ben possono e devono essere apprezzate in sede regionale, con la precisazione che non possono venire in rilievo aspetti che ridondino sulla qualità dell’offerta formativa e, dunque, sulla didattica».
Occorre rilevare, per completezza, che l’Avvocatura dello Stato ha invocato, nei propri scritti difensivi, oltre ai titoli di competenza esclusiva ed ai principi fondamentali in tema di competenza concorrente in materia di istruzione, anche quello di competenza concorrente relativo al coordinamento della finanza pubblica.
La Corte osserva, al riguardo, che, pur perseguendo la disposizione in esame – come si è detto – evidenti finalità di contenimento della spesa pubblica, resta pur sempre il fatto che anche tale titolo consente allo Stato soltanto di dettare principi fondamentali, e non anche norme di dettaglio; e, secondo la giurisprudenza di questa Corte, «norme statali che fissano limiti alla spesa delle Regioni e degli enti locali possono qualificarsi principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica alla seguente duplice condizione: in primo luogo, che si limitino a porre obiettivi di riequilibrio della medesima, intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente; in secondo luogo, che non prevedano in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi» (sentenza n. 326 del 2010).
Sulla base delle precedenti considerazioni, va rilevato che la disposizione sottoposta a scrutinio non risponde alle condizioni necessarie per costituire un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica.
L’Avvocatura dello Stato ha altresì invocato, con riferimento alla seconda parte del comma 4 in esame, la competenza esclusiva statale in materia di requisiti minimi che le istituzioni scolastiche devono possedere per essere definite autonome. È indubbio che competa allo Stato la definizione dei requisiti che connotano l’autonomia scolastica, ma questi riguardano il grado della loro autonomia rispetto alle amministrazioni, statale e regionale, nonché le modalità che la regolano, ma certamente non il dimensionamento e la rete scolastica, riservati alle Regioni nell’ambito della competenza concorrente. Va ricordato che la legge 15 marzo 1997, n. 59 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa), che reca norme fondamentali sull’autonomia – invocata anche dall’Avvocatura dello Stato per motivare questa rivendicazione in competenza esclusiva – prevede, all’art. 21, che i «requisiti dimensionali ottimali» per l’autonomia vanno «individuati in rapporto alle esigenze e alla varietà delle situazioni locali». Anche a motivo di questa esigenza, ancor prima del nuovo Titolo V della Parte seconda della Costituzione, gli artt. 2 e 3 del d.P.R. n. 233 del 1998 – anche esso invocato dall’Avvocatura perché, in larga misura, tuttora in vigore – hanno previsto che i piani di dimensionamento delle istituzioni scolastiche, previsti dall’art. 21 in questione, al fine dell’attribuzione dell’autonomia, vadano definiti in conferenze provinciali, nel rispetto degli indirizzi di programmazione e dei criteri generali, riferiti anche agli ambiti territoriali, preventivamente adottati dalle Regioni, cui è affidata anche l’approvazione del piano regionale.
L’art. 19, comma 4, del d.l. n. 98 del 2011, pertanto, va dichiarato costituzionalmente illegittimo per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost., essendo una norma di dettaglio dettata in un ambito di competenza concorrente. Restano assorbiti gli ulteriori parametri richiamati nei ricorsi delle Regioni, ivi compresi quelli relativi allo Statuto speciale ed alle disposizioni di attuazione invocati dalla Regione siciliana.
La questione avente ad oggetto l’art. 19, comma 5, del d.l. n. 98 del 2011, nel testo modificato dell’art. 4, comma 69, della legge n. 183 del 2011, non è fondata.
La disposizione censurata, come si è detto, prevede che alle istituzioni scolastiche autonome costituite con un numero di alunni inferiore a 600 unità, ridotto a 400 per le istituzioni site in piccole isole, comuni montani e aree caratterizzate da specificità linguistiche, non possono essere assegnati dirigenti scolastici con incarico a tempo indeterminato; tali istituzioni, invece, sono conferite in reggenza a dirigenti scolastici con incarico su altre istituzioni autonome.
È indubbio che questa previsione incide in modo significativo sulla condizione della rete scolastica, ma va rilevato che la norma in questione non sopprime i posti di dirigente, limitandosi a stabilirne un diverso modo di copertura e, tenendo presente che i dirigenti scolastici sono dipendenti pubblici statali e non regionali – come risulta sia dal loro reclutamento che dal loro complessivo status giuridico – è chiaro che il titolo di competenza esclusiva statale, di cui all’art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., assume un peso decisamente prevalente rispetto al titolo di competenza concorrente previsto in materia di istruzione dal medesimo art. 117, terzo comma. La disposizione in esame persegue l’evidente finalità di riduzione del numero dei dirigenti scolastici – al fine di contenimento della spesa pubblica – attraverso nuovi criteri per la loro assegnazione nella copertura dei posti di dirigenza e questa materia rientra nell’ambito della competenza esclusiva dello Stato.
Ne consegue che la questione relativa al censurato art. 19, comma 5, va dichiarata non fondata.
Per questi motivi – rileva sempre la Consulta -  si è riservata a separate pronunce la decisione delle altre questioni di legittimità costituzionale promosse, nei confronti del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, dalle Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria, dalla Regione siciliana e dalle Regioni Puglia e Basilicata;
La Consulta 
riuniti i giudizi,
1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 19, comma 4, del d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011;
2) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 19, comma 5, del medesimo d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dell’art. 4, comma 69, della legge 12 novembre 2011, n. 183 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2012), promossa, in riferimento agli artt. 117, terzo e sesto comma, 118, 119 e 120 della Costituzione, dalle Regioni Toscana, Umbria, Puglia e Basilicata, con i ricorsi indicati.



( red / 08.06.12 )

+T -T
Rifiuti: Rapporto Ispra 2012

(regioni.it) Crescono i rifiuti urbani ma non aumenta la raccolta differenziata. E’ il primo dato del 'rapporto rifiuti urbani' dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale): i rifiuti urbani raggiungono nel 2010 i 32,5 milioni di tonnellate, l'1,1% in più rispetto all'anno precedente. Questo il dato principale che emerge dal rapporto Ispra 2012.
La crescita della produzione di spazzatura, fa notare l'Ispra, è ''in controtendenza rispetto alla leggera contrazione degli anni passati''.
L’incremento maggiore è delle regioni del centro con un piu' 1,9%, seguite da quelle settentrionali con piu' 1,3%, poi le meridionali (piu' 0,4%).
Nelle regioni centrali ogni abitante ha prodotto nel 2010 9 kg di rifiuti in piu' rispetto al 2009 (3 kg in piu' a testa per i settentrionali e 2 kg al sud).
Prima per produzione pro-capite è l'Emilia Romagna con 677 kg; segue la Toscana (670 kg a testa), la Val D'Aosta (623 kg), la Liguria (613 kg) e il Lazio (599 kg). Producono sempre meno i molisani con 413 kg a testa di rifiuti (meno 13 kg sul 2009).
I Lucani hanno la produzione piu' bassa con 377 kg pro-capite. Eppure la Campania, osserva l'Ispra, ''da tempo tra le regioni italiane piu' in difficolta', produce sempre di piu': sono 478 i kg'' a testa (piu' 11 kg sul 2009).
Al 2010 gli impianti di incenerimento operativi sono 50, per 5,2 milioni di tonnellate bruciate (16,1% del totale dei rifiuti prodotti). Il 56% di questi sono al nord (56%), in particolare, in Lombardia (13 impianti) e Emilia Romagna (8 impianti). Al centro operano 13 impianti, 9 al sud.
La raccolta differenziata nel 2010 e' stata di 189 kg per abitante. Mentre il nord sfiora il 60% e il centro e il sud sopra il 30%: il Lazio è al 16,5%.
Il Veneto è la regione piu' attiva nella differenziata, con una percentuale del 58,7% (+1,2% sul 2009), seguita dal Trentino Alto-Adige (57,9%) e dal Piemonte (50,7%).
Al centro prima le Marche con 39,2% (+9,5%); segue la Toscana (36,6%, +1,4%), l'Umbria (32%) e il Lazio (16,5%).
Al sud, in Campania la differenziata arriva al 32,7% (con picchi oltre il 50% a Salerno e del 50% ad Avellino); Napoli ha raggiunto il 26,1% (+1,7 sul 2009). Al nord sono riciclati 262 kg per abitante, 166 kg al centro e i sud ''per la prima volta'' supera i 100 kg a testa.




( red / 08.06.12 )
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Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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