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Regioni.it

n. 2166 - venerdì 14 dicembre 2012

Sommario3
- Bankitalia: debito cresce in Amministrazioni centrali, cala in Regioni
- La finanza territoriale in Italia, il Rapporto 2012
- Lavoro: nella Legge di stabilità la copertura per la Cig in deroga
- Cnel: Relazione annuale al Parlamento e al Governo
- Istat: Rapporto su inclusione persone con limitazioni dell'autonomia
- Ministero dell'Economia: precisazioni su dati Fiaso

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Bankitalia: debito cresce in Amministrazioni centrali, cala in Regioni

(regioni.it) Ancora record per il debito pubblico che supera la soglia dei 2000 miliardi di euro ad ottobre e si si attesta a 2.014 miliardi, in valore assoluto il livello più alto di sempre.
Il debito è cresciuto di 71 miliardi dall'inizio dell'anno, cioè del 3,7%. Si tratta dei dati forniti dal Supplemento al Bollettino statistico della Banca d'Italia.
Nel contempo si analizza la spesa della pubblica amministrazione, evidenziando che le Amministrazioni centrali sono sempre più indebitate, mentre cala il debito per gli Enti locali.
Il debito non consolidato delle Amministrazioni centrali raggiunge a ottobre i 1.907,242 miliardi dai 1.887,071 miliardi di settembre.
Quello delle amministrazioni locali scende a 134,205 miliardi(da 134,551 miliardi).
In particolare, quello delle Regioni e Province autonome cala a 40.523 mln (da 40.680 mln), quello dei Comuni a 50.051 mln (da 50.251 mln), mentre quello delle Province sale a 9.115 mln (da 9.095 mln).
Bankitalia ha fornito anche i dati sullo stato economico delle famiglie italiane, spiegando che si sono impoverite tra il 2007 e il 2011 di un -5,8% in termini reali, e del -3,4% in ultimo anno.
Ma ogni famiglia in media ha 350mila euro, fra primi in G7, e pochi debiti. 
- Supplementi al Bollettino Statistico: Finanza pubblica, fabbisogno e debito - 14.12.2012
- Supplementi al Bollettino Statistico: Mercato finanziario - 14.12.2012

- La ricchezza delle famiglie italiane - anno 2011 - 13.12.2012


( red / 14.12.12 )

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La finanza territoriale in Italia, il Rapporto 2012

(regioni.it) E’ stata presentata a Roma, il 14 dicembre presso la sede della Conferenza delle Regioni, la nuova edizione del Rapporto “La finanza territoriale in Italia - Rapporto 2012” (edito da Franco Angeli), curato dalla “rete” degli istituti composta da Ires Piemonte, Irpet Srm, Eupolis Lombardia, Ipres e Liguria Ricerche. L’ 8° edizione della ricerca analizza i profondi cambiamenti in atto nella finanza pubblica, in generale, e nella finanza locale e regionale, in particolare, del nostro Paese in questi anni di difficile crisi economica.
La prima parte del volume è dedicata agli aspetti finanziari, in una lettura congiunturale, la seconda parte, di natura monografica, è dedicata quest'anno alle diverse esperienze regionali di unioni di comuni e ai possibili effetti del riordino dei livelli provinciali. La terza parte, come di consueto, colloca le vicende del nostro Paese e dei suoi territori in un confronto internazionale. Ne hanno discusso esperti del settore, rappresentanti del mondo accademico e istituzionale.
Di fronte alle difficoltà del bilancio pubblico degli ultimi anni, agli enti territoriali viene richiesto di contribuire al risanamento, Attraverso l’analisi dei dati di bilancio 2011 e i più tradizionali indicatori finanziari si è voluto cogliere il ruolo dei diversi enti nel far fronte ai vincoli di bilancio e le diverse strategie intraprese a scala locale. Nel 2011 calano in valore assoluto non solo gli investimenti, ma anche la spesa corrente. Il calo tocca tutti i comparti. Gli enti sanitari registrano per la prima volta una riduzione nei redditi da lavoro e negli acquisti da fornitori esterni; un fenomeno simile si registra anche per i Comuni. La spesa delle Province si riduce da tre anni; mentre la spesa corrente delle Regioni vede ancora una dinamica positiva dovuta a quella dei trasferimenti ad altri enti, e in particolare quelli sanitari, mentre non crescono le altre categorie di spesa. E’ un mutamento di segno che verosimilmente è destinato a protrarsi nel 2012 e nel 2013, a seguito delle misure comprese nelle più recenti manovre di finanza pubblica. Dati i pochi margini di azione sulle entrate, che sono penalizzate dal ciclo economico, i comuni soddisfano i vincoli imposti dal Patto di stabilità contraendo la spesa, in particolare la parte in conto capitale. I comportamenti dei comuni non sono omogenei sul territorio. Gli enti delle Regioni a statuto speciale del Nord rimangono tuttora poco coinvolti dalle profonde riforme che stanno investendo il Paese e non sono chiamati a contribuire sostanzialmente allo sforzo di rientro della spesa pubblica. Il loro modello di finanziamento rimane fortemente derivato dai trasferimenti statali. Dal lato della spesa, le Regioni del Nord e del Sud contraggono la spesa corrente, tanto nell’ultimo anno che nel trend di medio periodo. Mentre i Comuni del centro, tradizionalmente caratterizzati da livelli più elevati di offerta di servizi, stentano a comprimere la spesa corrente. I pagamenti in conto capitale subiscono un’ulteriore contrazione anche quest’anno, ma è più accentuata nelle Regioni centrali del Paese.
Il risanamento attraverso il patto di stabilità e i vincoli imposti dal lato della spesa comportano, già da quest’anno una contrazione dei servizi e una revisione delle modalità di offerta. Il 2011 rappresenta, dunque, un anno di avvio del processo di riassetto della finanza territoriale, che riguarderà importi ben più consistenti nel 2012. In quest’anno si alzano gli obiettivi del Patto di stabilità, i tagli ai trasferimenti si fanno più consistenti mentre aumentano i margini di manovra su alcune compartecipazioni e imposte locali da parte dei comuni.
Per quanto riguarda gli investimenti, la crisi spinge i Comuni a cercare forme di indebitamento che consentono in qualche modo di investire nel territorio. Si osserva una contrazione nell’utilizzo del mutuo, mentre i fondi comunitari continuano a rappresentare “linfa vitale” da parte degli enti locali e territoriali, seppur caratterizzati da forti ostacoli prevalentemente burocratici che ne rallentano la spesa. In aumento sono invece le operazioni di Project Financing, per cui spiccano gli enti delle Regioni del Nord. Una soluzione per accelerare quelle opere che non riescono più a essere completate per carenza di fondi potrebbe provenire dall’introduzione e della messa a regime dei project bond, cioè la generazione di titoli “garantiti” dal sistema finanziario per la realizzazione di infrastrutture. Per quanto riguarda i Fondi Comunitari, vengono illustrate alcune luci e diverse ombre: i principali beneficiari delle risorse sono gli operatori privati; tuttavia gli impieghi mostrano una rilevante polverizzazione, sia tra Comuni che dal punto di vista dell’importo.
La seconda parte del Rapporto esamina un tema dibattuto da sempre: la riorganizzazione del governo locale. Tema che affiora periodicamente nel dibattito istituzionale, non solo in Italia, e che negli ultimi due anni è ritornato nell’agenda politica e legislativa. Tuttavia le misure rivolte al mero controllo della finanza pubblica incidono in modo strutturale sull’intero sistema amministrativo, ma al di fuori di una vera prospettiva di riordino istituzionale mentre, per effetto della crisi economica cui si aggiunge quella politica (con la fine anticipata della legislatura), la riforma dell’amministrazione rischia di essere ulteriormente procrastinata.
Il rapporto esamina i casi di cinque Regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Lombardia, Campania), relativamente ai diversi percorsi verso la gestione associata obbligatoria tra piccoli comuni. Per ogni realtà regionale sono descritte le esperienze pregresse, gli sviluppi della normativa regionale, le prospettive per il riassetto comunale. Emerge una diversità, tra Regioni, nei percorsi fatti, nelle tipologie e negli ambiti di gestione associata, tipologie che comprendono cooperazioni poco strutturate, Unioni di Comuni, Comunità montane, e formule associative specifiche in materia di servizi alla persona. Da tempo sono all’opera politiche regionali che incentivano la gestione associata. Spesso hanno ricorso a incentivi finanziari, una pratica che è risultata incentrata soprattutto sugli input e sul rispetto di una serie di requisiti formali, mentre gli obiettivi delle gestioni associate e risultati effettivi hanno ricevuto, finora, una minor enfasi. Tanto che, almeno in parte, gli incentivi alle Unioni sono da interpretare più come perequazione territoriale impropria verso territori svantaggiati che come sostegno a innovazioni organizzative e istituzionali. Tuttavia l’incisività delle politiche regionali è differenziata nei territori, tanto sulla base del pregresso storico nonché sulla base della prevalenza di piccoli e medi comuni nelle diverse regioni.
Si esamina poi la “questione province”, con un rapido riferimento alla situazione e in Italia e in Europa. Si esamina il piano di riordino del governo “Monti”, nelle sue luci e ombre, e si avanzano dubbi sulla possibilità di portare a un vero risparmio. Questa riforma, pur mirata ad obiettivi di efficienza e di riduzione dei costi, non può prescindere da una visione complessiva del riassetto istituzionale, mentre politiche rivolte a singoli segmenti possono avere risultati marginali.
Infine si segnala il bisogno di riprendere le esperienze del federalismo “primigenio”degli USA, per alcune lezioni che emergono. Si evidenzia l’assenza, negli USA, dell’ossessione perequativa europea e la struttura dei grants intergovernativi come veicolo alternativo: in particolare si esamina il caso della perequazione interna ai singoli stati con riferimento al caso dei distretti scolastici. Si esaminano le modalità del confronto Federazione/stati; la ripartizione attuale delle risorse tributarie e dei poteri fiscali tra i livelli; il ruolo diversificato e non trascurabile dei governi locali, in attesa delle Città Metropolitane.
Alcuni “numeri” del Rapporto: la spesa pubblica e il finanziamento degli investimenti
- L’analisi dei dati dei Conti Pubblici Territoriali ha mostrato in primo luogo come, nel corso del 2010, il totale della spesa della Pubblica Amministrazione (PA) in Italia sia risultato pari a 752.107 milioni di euro, con un calo dell’1,27% rispetto all’anno precedente. In termini percentuali, la contrazione della spesa totale nell’anno 2010 è riconducibile in primo luogo alle Amministrazioni Regionali (Amministrazioni Regionali -3,33%) e alle Amministrazioni Locali ( -2,09%), mentre decisamente inferiore è risultato il calo per la Amministrazioni Centrali (Amministrazioni Centrali -0,62%).
- Con riferimento alle diverse tipologie di spesa, la riduzione della spesa totale della PA risulta connessa al ‘crollo’ della spesa per investimenti, che, per l’intero comparto, fa registrare nel 2010 un calo del -10,82% rispetto al 2009, articolato in un -19,33% per le Amministrazioni Regionali, -13,51% per le AL e -6,59% per le Amministrazioni Centrali. Sostanzialmente invariate, invece, a livello complessivo di comparto e per le Amministrazioni Centrali, le spese correnti, che invece sono cresciute del 2,28% per le AL e diminuite del -1,01% per le Amministrazioni Regionali,.
- Rispetto all’analisi territoriale, la contrazione delle spese correnti delle Amministrazioni Regionali ha interessato esclusivamente il Mezzogiorno (-3%, a fronte di un valore sostanzialmente invariato per le regioni del Centro-Nord) ed anche il decremento della spesa in conto capitale è risultato decisamente maggiore nel Mezzogiorno (-35%), rispetto al resto del Paese (-9%).
- Con riferimento alle AL, invece, l’incremento di spesa corrente registrato nel 2010 rispetto all’anno precedente ha interessato in egual misura (+2%) entrambe le ripartizioni territoriali, mentre anche in questo caso la contrazione della spesa per investimenti è stata maggiore nel Mezzogiorno (-16%), rispetto al Centro-Nord del Paese (-12%).
- La sezione dedicata al finanziamento degli investimenti analizza tra l’altro i dati sull’andamento dei Mutui, diffusi quest’anno dalla Ragioneria Generale dello Stato (relativi al 2010); essi mostrano un importante volume di nuovi prestiti concessi, pari a quasi 3,1 miliardi di euro (totale Italia).
- La macroarea in cui si registra il maggior ricorso a tale strumento è il Nord-Ovest con 945 milioni di euro corrispondenti al 30,6% del totale nazionale; seguono il Mezzogiorno con 924 milioni di concessioni (il 29,9% del totale) e il Centro con 638 milioni (20,7%). Gli Enti Locali della Campania, con 371 milioni di euro, sono al primo posto nell’ambito della macroarea (con una quota del 40%) e secondi nella graduatoria nazionale con il 12% del dato complessivo (al primo posto c’è la Lombardia con 680 milioni di euro, il 22% del dato Italia). Dopo la Campania vi sono il Lazio con 265 milioni (8,6% del totale) e la Toscana con 232 milioni (7,5%).
- I dati mostrano una contrazione rispetto all’anno precedente con un -16,6% del Sud e di un -21% a livello nazionale. Il calo ha interessato tutte le tipologie di Enti con la variazione più rilevante per i Comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti che fanno registrare un -34,8%.
- Il settore in cui si concentrano i maggiori investimenti è quello della “Viabilità e trasporti” con un importo di oltre 1,1 miliardo di euro pari al 36,3% del totale Italia. Seguono il comparto dell’“Edilizia sociale” con 477 milioni di euro e quello delle “Opere varie” con 353 milioni di euro.


Secondo il Vicepresidente dell’Ipres (Istituto pugliese di ricerche economiche e sociali), Mario De Donatis - che ha aperto i lavori del convegno di Presentazione del “Rapporto 2012”, “La finanza territoriale in Italia” – dalla lettura del volume “emerge un quadro allarmante”, rispetto al quale non si tratta tanto di intervenire su singole criticità, con l’obiettivo di ripristinare “scenari feriti”, quanto piuttosto di “costruire un nuovo modello2, partendo proprio dalla “riorganizzazione del governo locale”, lavorando per “ricondurre ad unità” quella “pluralità di ambiti” a cui finora si è dato vita: dalle aree vaste, ai distretti socia sanitari, dai bacini ottimali ai piani integrati territoriali, etc,. Un lavoro che – secondo De Donatis – è possibile partendo da un nuovo scenario che favorisca un equilibrio tra spese ed entrate , riduca i centri di spesa, assicuri un quadro stabile di flussi finanziari. Ma per fare questo occorre una “rivisitazione della spesa” che ridistribuisca i tagli fino ad oggi effettuati.
Secondo Stelio Mangiameli, Direttore dell’ Issirfa (l’ Istituto di Studi sui Sistemi Regionali Federali e sulle Autonomie ''Massimo Severo Giannini'' del CNR) per rendere meno contraddittorio il nostro ordinamento occorrerebbe ripensare le misure interne, cercando di rispettare il disegno istituzionale previsto dalla Costituzione. Nel suo ragionamento mangiameli ha ripercorso molti dei passaggi dell’intervento tenuto in occasione della presentazione del "Piccolo codice del federalismo (La nuova parabola del regionalismo italiano: tra crisi istituzionale e necessità di riforme). Gli stati federali (o regionali) sono – per Mangiameli - uno strumento di governo molto più raffinato, anche culturalmente, degli stati unitari, perché consentono una flessibilità maggiore, oltre che strumenti di controllo più efficaci: perseguono la dimensione nazionale, ma rispettano anche la diversità regionale; conoscono nelle loro storie fasi alterne, a volte con la prevalenza del centro, altre volte con quella della periferia; centralizzano e decentralizzano, secondo le esigenze storiche ed economiche. Insomma, lo stato federale (o regionale) è uno strumento che può suonare più note di quanto non sia concesso allo stato unitario e, sul piano politico, presenta degli sviluppi positivi che sono in genere negati allo stato centrale, come la prossimità, l’autogoverno e un più diretto coinvolgimento della responsabilità dei cittadini.
La differenza tra l’Italia e stati autenticamente federali è però considerevole e denota l’alto tasso di devoluzione dei compiti attribuiti alla periferia propria dei sistemi federali, connotati dal c.d. federalismo di esecuzione. In tali ordinamenti, peraltro la devoluzione dei poteri non impedisce al governo federale, dal punto di vista interno, di monitorare i comportamenti degli stati membri, di svolgere delle politiche perequative dei territori più articolate e, soprattutto, esercitate in collaborazione e di agire in via sostitutiva nel caso di inadempimenti che possano pregiudicare lo svolgimento delle politiche federali.
Si può prospettare in Italia una risposta alla crisi, meno contraddittoria dal punto di vista interno, sia con riferimento alla situazione finanziaria, che a quella costituzionale, mediante il completamento del decentramento funzionale a favore delle regioni e delle autonomie locali. Infatti, sembra doversi dire che ciò che è mancato negli anni 2010-2012 sia la capacità di riforma che, in qualche misura, è stata invece presente negli anni 1997-2001, contribuendo a permettere all’Italia di cogliere il successo della moneta unica. In quella fase, peraltro, si è puntato proprio alla ripresa e al rafforzamento del regionalismo, mentre in questa si sta mirando alla compressione delle regioni e alla riduzione delle autonomie locali.
Il sistema emerso dalla revisione del Titolo V non era di certo perfetto e completo, né le regioni sono state sempre in grado di utilizzare al meglio la maggiore autonomia loro conferita dalle nuove disposizioni costituzionali; tuttavia, la direzione di marcia della trasformazione della Repubblica era certamente quella giusta. La circostanza che il processo riformatore si sia arrestato, è visibile sia dal punto di vista costituzionale (riforma del parlamento e delle altre istituzioni della Repubblica) e dell’attuazione costituzionale (soprattutto, il federalismo fiscale), che da quello dell’amministrazione statale, rimasta in pratica eguale, per consistenza e spesa, a prima della riforma costituzionale. Si tratta di una delle principali criticità del paese. La svolta pertanto deve venire da questi elementi e con una ripresa soprattutto culturale animata dall’idea che uno degli interventi che agevolerebbe il superamento della crisi è rappresentato da una seria presa in considerazione del regionalismo e del sistema delle autonomie locali. In questo senso, la ripresa del federalismo dovrebbe essere avvertita, pur nella diversità che contraddistingue le regioni, tanto al nord, quanto al sud e avere un carattere nazionale. Ciò non implica peraltro che lo stato centrale possa rimanere inerte rispetto al divario territoriale. Infatti, quanto sin qui detto dovrebbe comportare un riesame dei parametri della spending review, compresi quelli adottati nel decreto legge n. 95 del 2012, al fine di favorire, non la ricentralizzazione della legislazione e dell’amministrazione, ma un riassetto dei poteri legislativi e delle funzioni amministrative, più dinamico e sensatamente basato sul riparto costituzionale delle competenze, possibilmente rivisitato per renderlo quanto più adeguato possibile alla logica del regionalismo e dell’autonomia locale. Infine, sembra necessaria una revisione dei meccanismi di raccordo delle funzioni, dal Senato federale, alla riforma del sistema delle Conferenze, intesa a dotare la cooperazione di autentiche forme federali di collegamento tra le funzioni statali e quelle regionali. La Repubblica italiana potrebbe così realizzare finalmente un regionalismo maturo, nel quale – conclude Mangiameli - il riconoscimento dei rispettivi ruoli dello stato e delle regioni trovi un giusto equilibrio, il cui punto di chiusura dovrebbe essere rappresentato dall’esercizio efficace dei poteri sostitutivi dello stato.
Alessandro Panaro (responsabile infrastrutture, finanza pubblica , public utilities e comunicazione di S.R.M. - Studi e Ricerche per il Mezzogiorno) si è fermato sul tema degli investimenti degli Enti Locali, sottolineando la loro progressiva riduzione. Guardando ai singoli strumenti, osserva Panaro, notiamo “una contrazione nell’utilizzo del mutuo, mentre i fondi comunitari continuano a rappresentare ‘linfa vitale’ da parte degli enti locali e territoriali. In calo è anche l’andamento dei prestiti obbligazionari mentre è in aumento il ricorso al Capitale privato attraverso operazioni di Project Financing. Infine secondo Panaro, per quanto riguarda i fondi comunitari gli enti assorbono oltre la metà dei contributi pubblici complessivamente assegnati a valere sui POR FESR. Nello specifico il 23.3% degli stessi ha come destinatario i comuni, il 18.9% le Regioni il 4% le Province; la principale categoria coinvolta resta comunque quella degli operatori provati che ne assorbe una quota di oltre il 40%. Si sottolinea la progressiva quota di utilizzo di derivati anche perché al centro di molteplici discussioni, non solo per l’aspetto normativo ma anche per quello tecnico, in ogni caso – secondo l’articolo firmato da Alessandro Panaro e Agnese Casolaro (contenuto ne ‘La finanza territoriale in Italia - Rapporto 2012’ ) prosegue il dark period del finanziamento degli investimenti degli enti locali”.
Le conclusioni sono state tratte dal Segretario Generale della Conferenza delle Regioni, Marcello Mochi Onori che ha sottolineato l’importanza e la centralità di momenti di riflessione come quello che ha caratterizzato la presentazione del Rapporto dedicato alla finanza territoriale in Italia. Sono occasioni – ha sottolineato Mochi Onori – che possono arricchire di contenuti la stessa azione politica e istituzionale della Conferenza delle Regioni.
Le riflessioni del Segretario Generale hanno poi toccato il tema del contributo che Regioni ed enti locali hanno dato al contenimento della spesa pubblica, più elevato rispetto a quello fornito dall’amministrazione statale, e il tema del riordino delle Province che, al di là dei ragionevoli dubbi sulla costituzionalità del provvedimento, se si fosse concretizzato avrebbe dato luogo, in molte realtà locali, a situazioni difficilmente gestibili.
Mochi Onori ha poi promesso la prosecuzione dell’impegno per ricercare più spesso momenti di confronto sul regionalismo, preannunciando per il prossimo anno la realizzazione di alcuni incontri seminariali promossi e organizzati dal Cinsedo (il Centro interregionale studi e documentazione che per statuto assicura le attività di segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome
).
il Programma del convegno
la nota per la stampa
dal sito dell'Irpet:presentazione di Patrizia Lattarulo



( sm / 14.12.12 )

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Lavoro: nella Legge di stabilità la copertura per la Cig in deroga

(regioni.it) Nelle ultime battute che stanno accompagnando l’iter della legge di stabilità arriva una nuova copertura per gli ammortizzatori in deroga che potranno contare su 1,5 miliardi più 200 'potenziali'. 800 milioni già sono previsti; si aggiungono 500 mln del Fondo di coesione per le regioni obiettivo convergenza; 200 mln dal fondo decontribuzioni (residui) e 240 mln dal fondo Brunetta ma dopo verifica.
Salta dunque il 'prelievo' sui fondi per la formazione che era stato molto criticato. Il relatore del Pd, Giovanni Legnini, spiega che “di concerto con il governo e ministro Fornero abbiamo individuato una nuova copertura per gli ammortizzatori sociali in deroga. Quantitativamente è più estesa e rilevante di quella che era stata individuata e qualitativamente e' differente. Riteniamo - prosegue - che la soluzione individuata risponda, per gran parte, alle esigenze prioritarie che avevamo posto nella Legge di Stabilità, cioè dotare in modo significativo questo fondo”. Legnini quindi spiega che 800 milioni sono gia' previsti percgli ammortizzatori in deroga dal testo originario. Altri 500 milioni vengono attinti dal fondo di coesione per le Regioni obiettivo convergenza (analoga norma era già comparsa nel decreto Sviluppo). 200 milioni arriveranno dal fondo produttività. Che però non sarà intaccato se non in minima parte: si tratta infatti di 200 milioni per la maggior parte non spesi (residui). Infine 246 milioni 'potenziali' arriveranno dai fondi professionali (fondo 'Brunetta') ma solo dopo un monitoraggio (a giugno 2013) dell'andamento della Cig.
 [Agenzie] L.Stabilità: Dichiarazioni e commenti - 14.12.2012 

 ++ L.STABILITA': FINO A 1,7 MLD FONDO PER AMMORTIZZATORI ++



( red / 14.12.12 )

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Cnel: Relazione annuale al Parlamento e al Governo

(regioni.it) “In sede di coordinamento degli Assessorati alle politiche sociali le Regioni hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di rinforzare l’attuale assetto dell’offerta di welfare e di conseguire una più puntuale regolazione dei diritti civili e sociali”.
Il Cnel, nella Relazione  annuale al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualita' dei  servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni centrali e locali alle imprese e ai cittadini del Cnel (Consiglio nazionale economia e  lavoro), sottolinea alcuni aspetti che interessano la sanità, il welfare e l’ambiente.
In particolare viene lanciato un allarme per il Servizio Sanitario Nazionale per il problema dei debiti verso i fornitori. Sono 40 miliardi per l’acquisto di beni e servizi necessari a far funzionare la macchina della sanita': dai farmaci ai dispositivi medici, dai servizi di  lavanderia a quelli di ristorazione.
Il Cnel ha preso come riferimento la rilevazione della Corte dei  conti sulla finanza regionale del 2011. "Nel complesso - riferisce la relazione del Cnel - il debito ammonta a 35,5 miliardi  nel 2010 di cui quasi il 50% (oltre 16 miliardi) fa capo alle Regioni  commissariate o sottoposte a piani di rientro dal deficit. Nello  specifico, il Lazio ha debiti per 7,5 miliardi, la Campania per 6,5 e  la Sicilia per 2".
Alla luce di questo quadro, "se si ipotizza per il 2011 un andamento dei debiti dichiarati per il 2010 dalle cinque Regioni che non hanno fornito ancora i dati per la rilevazione (Lazio, Campania, Sicilia, Calabria e Abruzzo), il debito - si legge nella Relazione - si attesta a 37 miliardi. Se invece, piu' verosimilmente, si valuta che il dato delle cinque Regioni possa essere cresciuto al ritmo fatto registrare nelle altre, la cifra raggiunge i 40 miliardi".
Per quanto riguarda il welfare e l’ambiente il Cnel sottolinea come il quadro di riferimento restrittivo della politica economica generale e di bilancio, sul quale sono ulteriormente intervenuti i tagli della spending review che è stato impossibile fondare su una valutazione rigorosa dell'impatto sulle prestazioni finali ai cittadini, hanno seriamente limitato il grado di tutela dei diritti sociali affidato alle politiche sociali ed ambientali, allontanando le caratteristiche della economia e della società italiana dai modelli di equilibrio solidale e sostenibile ed aggravando in modo preoccupante la distanza fra Mezzogiorno e resto del Paese.
Il panorama di un welfare caratterizzato da una generalizzata arretratezza nel Mezzogiorno, rispetto al resto dell'Italia, è comune a tutti i comparti della politica sociale, tanto da segnalare una vera e propria emergenza. Il riscontro è offerto dagli indicatori e dalle valutazioni chiaramente espresse nei capitoli di parte speciale di questa Relazione.
Una seconda criticità che percorre l'intero welfare è identificabile nella insufficiente attenzione verso i criteri di equità fissati dalle istituzioni europee in materia di equità e qualità dei servizi (Social Protection Committee, “A Voluntary European Quality Framework for Social Services”) e in tema di lotta alla povertà (Commissione UE,"Piattaforma di lotta alla povertà e all'esclusione sociale). In questa direzione si sottolinea la necessità di una integrazione fra sanità e servizi alle persone, ispirata ad una concezione integrata dei servizi sociali intesi come servizi erogati direttamente alle persone che completano e sostengono il ruolo delle famiglie in ambiti di cura e assistenza, attraverso la adozione di modelli organizzativi che valorizzino il rapporto fra enti erogatori ed utenti e assicurino il coordinamento fra amministrazioni e parti sociali.
Gli indirizzi da seguire in termini di equità, equilibrio sociale e territoriale, efficacia, sostenibilità delle politiche sociali possono identificarsi attorno a due priorità: livelli essenziali di assistenza (e, congiuntamente, costi standard); controllo dei risultati ed accountability.

Relazione annuale al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni centrali e locali alle imprese e ai cittadini -13.12.2012



( red / 14.12.12 )

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Istat: Rapporto su inclusione persone con limitazioni dell'autonomia

(regioni.it) dal Rapporto dell'Istat sull'''Inclusione sociale delle persone con limitazioni dell'autonomia personale'' si evidenzia che il 17% degli italiani con handicap non ha assistenza domiciliare: “Considerando congiuntamente l'assistenza sanitaria domiciliare e gli aiuti per la vita quotidiana, emerge la presenza di una quota consistente di persone che non beneficia di questo tipo di sostegno (16,9%)”.
L’Istat rileva quindi che buona parte delle persone con limitazioni dell'autonomia personale non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare e di aiuti per la vita quotidiana.
Il rapporto sottolinea inoltre che il 38,4% delle persone con limitazioni funzionali ha difficoltà ad accedere agli edifici per mancanza di supporti o assistenza, il 25,3% non riesce ad uscire di casa quando vorrebbe per motivi di salute ed il 14,1% è limitato nell'utilizzo del proprio veicolo per gli stessi motivi, con percentuali più elevate se le limitazioni sono gravi.
Tra le persone con limitazioni funzionali è più alta la quota di quanti riferiscono di non essere completamente autonomi. Si tratta di 2 milioni 819 mila persone, pari al 71,4%, con prevalenze più elevate nella popolazione anziana (75,3% tra i 65 e gli 87 anni).
Il 68,8% dichiara di avere difficoltà nella mobilità e nella locomozione e la quota sale all'89,1% tra quanti sono colpiti da limitazioni gravi. Le persone con limitazioni sensoriali, cioè difficoltà di vista, udito o parola, sono il 57,6% del collettivo, con una percentuale più elevata tra quanti hanno limitazioni funzionali gravi.
Nel complesso, 1 milione 462 mila persone con limitazioni funzionali, pari al 37,1%, riferisce di non essere in grado di svolgere almeno una delle attività essenziali della vita quotidiana se non con l'aiuto di qualcuno.
L'aiuto da parte di familiari è quello su cui si conta più spesso, sia in termini di persone su cui fare affidamento in caso di bisogno (l'83,1% degli intervistati infatti conta sui parenti in caso di necessità), sia in termini di aiuto effettivamente fornito (il 55% riceve aiuti da familiari conviventi o non conviventi).
Il rapporto dell'Istat evidenzia infine che più della metà degli occupati con limitazioni funzionali lavora nel settore pubblico mentre circa 69 mila persone non hanno mai cercato lavoro per problemi di salute.

 

 

Inclusione sociale delle persone con disabilità

Circa 4 milioni di persone tra 11 e 87 anni già intervistate nel 2005 dichiarano nel 2011 di avere limitazioni funzionali
Periodo di riferimento: Anno 2011
Pubblicato: venerdì 14 dicembre 2012
Argomento: Salute e sanità
Tipo di documento: Comunicato stampa
Tag: anziani, assistenza, giovani, occupati, salute, sanità, statistica report, tempo libero, viaggi

 



( red / 14.12.12 )

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Ministero dell'Economia: precisazioni su dati Fiaso

(regioni.it) Anche in riferimento all'articolo pubblicato ieri sul numero 2165 di Regioni.it (Fiaso: per il 95% delle Asl  il rigore si tradurrà in meno servizi) il ministero dell'Economia ha precisato alcuni dati prodotti dalla Fiaso:
In riferimento a quanto riportato ieri da note d’agenzia e ripreso anche da articoli di stampa del 14 dicembre, secondo cui la FIASO (Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere), rielaborando una tabella di fonte Ragioneria Generale di Stato (RGS), stimerebbe un “buco” di 18 mld per il SSN per l’anno 2014, si precisa quanto segue. Tale risultato deriverebbe dal differenziale fra il finanziamento ordinario (posto pari a 110.79 mld) e il livello di spesa (posto pari a 129.19 mld di euro). Al riguardo si rappresenta che quanto rielaborato dalla FIASO presenta diversi errori e imprecisioni, il più rilevante dei quali consiste nel livello di spesa indicato, dal momento che il livello di spesa previsto dalla RGS per l’anno 2014, inglobante le ulteriori misure di contenimento previste nel disegno di Legge di Stabilità 2013 è pari a 112,42 mld di euro, come indicato nel Conto delle PA (quadro programmatico) contenuto nella Nota tecnico-illustrativa al citato disegno di Legge di Stabilità 2013 e inglobante gli effetti dello stesso disegno di legge. Tale livello di spesa è l’unico che possa considerarsi come dato ufficiale della spesa sanitaria prodotto dalla Ragioneria Generale dello Stato.


LIVELLO PER LA SPESA SANITARIA PRECISAZIONE RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO SU ALCUNI DATI ERRATI DIFFUSI DALLA FEDERAZIONE ITALIANA AZIENDE SANITARIE E OSPEDALIERE



( red / 14.12.12 )
Regioni.it

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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