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Regioni.it

n. 2187 - lunedì 28 gennaio 2013

Sommario3
- Istat su contratti e fiducia consumatori
- La Giornata della Memoria nelle Regioni: messaggi e interventi
- InfoCamere: dati su natalità e mortalità imprese
- Rom, sinti e caminanti: tavoli regionali per coordinare interventi
- Partenariato in Italia: Regioni su "position paper" servizi Commissione UE
- Fonti rinnovabili: standard formativo per attività installazione impianti

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Istat su contratti e fiducia consumatori

Confindustria: rimbalzo che può dare avvio alla ripresa

(regioni.it) L'Istat rileva che a gennaio 2013 l'indice del clima di fiducia dei consumatori cala a 84,6 da 85,7 di dicembre. E’ il livello piu' basso dall'inizio delle serie storiche cominciate nel gennaio del 1996. ''A gennaio l'indice del clima di fiducia dei consumatori  diminuisce a 84,6 da 85,7 di dicembre. Registrano flessioni sia la  componente riferita al clima personale (da 90,7 a 89,3), sia, in  misura piu' lieve, quella relativa al clima economico generale (da  72,9 a 72,7). Diminuiscono l'indicatore del clima corrente (da 91,4 a  90,9) e quello riferito alla situazione futura (da 78,0 a 77,1).
Peggiorano lievemente sia i giudizi sia le aspettative sulla  situazione economica dell'Italia (da -133 a -135 e da -60 a -61 i  relativi saldi). Aumentano le attese sulla disoccupazione (da 104 a  106 il saldo)''.
L’Istat fornisce anche i dati sullo stato delle retribuzioni contrattuali orarie nel 2012, che sono aumentate dell'1,5% sul 2011, mentre l’inflazione ha il doppio del valore. Si e' infatti allargata di conseguenza la forbice fra i salari e inflazione (+3%), al massimo dal 1995.
Sempre per quanto riguarda il lavoro l'Istat evidenzia che a dicembre erano in attesa di rinnovo 32 accordi contrattuali, relativi a circa 3,7 mln di dipendenti, il 28,4% del totale.
A dicembre le retribuzioni orarie contrattuali registrano un incremento tendenziale del 2,2% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione. I settori che presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: alimentari bevande e tabacco (3,6%); chimiche (3,3%), legno, carta e stampa, acqua e servizi di smaltimento rifiuti (per entrambi gli aggregati 3%).
Si registrano, invece, variazioni nulle per telecomunicazioni e per tutti i comparti della pubblica amministrazione. Nella media del 2012 aumenti significativamente superiori alla media si osservano nei comparti: tessili, abbigliamento e lavorazione pelli; chimiche (per entrambi gli aggregati 2,8%); energia elettrica e gas (2,7%). Nel settore privato, le variazioni piu' contenute si rilevano nel settore agricolo (0,1%) e telecomunicazioni (1,1%). Nella p.a, a eccezione del comparto dei vigili del fuoco in cui l'incremento dell'indice orario e' dello 0,5%, non si sono riscontrati incrementi nel 2012.
L'indice per dipendente delle retribuzioni contrattuali per l'intera economia, proiettato per tutto l'anno sulla base delle disposizioni definite dai contratti in vigore alla fine di dicembre, registrerebbe nel 2013 un incremento dello 0,9%. Con riferimento al primo semestre, in assenza di rinnovi, il tasso di crescita tendenziale da gennaio 2013 sarebbe dell'1%, diminuendo di un decimo di punto da aprile.
Infine Confindustria comincia a vedere la risalita, in quanto l'economia italiana 'sta toccando il fondo della recessione. Si delineano i presupposti di un rimbalzo che può dare avvio alla ripresa'.

                      
 
 
 


( red / 28.01.13 )

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La Giornata della Memoria nelle Regioni: messaggi e interventi

(regioni.it) Si è celebrata il 27 gennaio in tutto il mondo la Giornata della Memoria: “fermiamoci a pensare e a ricordare dove e a cosa puo' condurre la brutalita' del male perchè non accada mai più'', dichiara il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, in merito alle celebrazioni per il Giorno della Memoria.
Il Presidente dimissionario della Regione Lazio, Renata Polverini, sottolinea come ''nel celebrare il Giorno della  Memoria il nostro pensiero va ai milioni di persone vittime dei campi di sterminio e a quanti sono sopravvissuti all'orrore della Shoah. Tenere vivo il ricordo deve essere un impegno quotidiano di tutti, per evitare che simili tragedie possano ripetersi e per radicare la cultura del rispetto e della tolleranza, soprattutto tra i giovani perché essi siano testimoni della memoria anche per le future generazioni''.
Roberto Formigoni, presidente dimissionario della Regione Lombardia, afferma che "La memoria e' il filo che deve  legare le generazioni, tracciando un percorso nella coscienza  collettiva, perche' ognuno impari a combattere l'indifferenza, a  ripudiare ogni forma di integralismo e di estremismo, per costruire  una societa' fondata sul rispetto della dignita' di ogni essere umano, perche' non possa mai piu' accadere cio' che allora e' accaduto".
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha sottolineato come ''i fantasmi del passato tornano e tornano soprattutto nei periodi di crisi quando c'e' difficolta', disoccupazione, quando i diritti sociali si comprimono e la democrazia sembra restringersi e quelli che vogliono giocare sulla paura ritirano fuori i fantasmi del passato, i fantasmi del razzismo, l'odio per il diverso se e' nero, se e' donna o omosessuale. Questo corrompe il tessuto sociale e puo' portare a quei fenomeni abominevoli e aberranti che possiamo vedere visitando i campo di sterminio. Bisogna quindi tenere aperto il circuito della memoria per rinsaldare dentro di noi
prima di tutto la consapevolezza dell'impegno che dobbiamo profondere per tutelare la democrazia e la Costituzione nel nostro Paese e anche per costruire un'Europa diversa. Abbiamo bisogno non solo di un'Europa che parla di moneta e di spread, abbiamo bisogno di un'Europa che parli di lavoro, di diritti della persona e anche di democrazia se pensiamo cosa avviene in alcuni Stato che aderiscono all'Europa, come l'Ungheria e la Romania e non solo''.
La creazione del Memoriale della Shoah a Milano e' utile ''per ricordare il passato e proiettarci verso un futuro in cui non ci siano violenze cosi' estreme come quelle che si sono verificate, e per costruire una societa' fondata sul bene e sul rispetto reciproco'', ha spiegato ancora Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni.
'Sono qui a portare la solidarieta' della Regione Veneto. – ha dichiarato il presidente Luca Zaia - Le porte Aushwitz non si dovranno piu' richiudere. Il negazionismo e' una realta' e noi dobbiamo opporci a queste tesi''. Zaia ha aggiunto: ''La cosa che fa piu' male dei fatti di Napoli sono le date di nascita, ragazzi che hanno sposato il negazionismo, che considerano gli ebrei come nemici. Io penso che l'interesse di ebrei e palestinesi sia quello della pace, del dialogo e della convivenza pacifica, e che bisogni prendere posizione, a livello nazionale, di quello che sta accadendo. In tempi di crisi simili a questa nascevano correnti di pensiero che si sono trasformati in campi di concentramento. 2016 500 anni dalla fondazione del ghetto di Venezia''.
Per il presidente della regione Marche, Gian Maria Spacca, “sono trascorsi 68 anni da quando l’orrore dei campi di sterminio nazisti è stato disvelato al mondo. In questi 68 anni sono state le parole e gli sguardi dei sopravvissuti a raccontarci quanto profonda possa essere la brutalità dell’uomo, quali tragedie e sofferenze l’intelletto posto al servizio del male possa generare. Nei decenni molti di loro, purtroppo, se ne sono andati, altri ci lasceranno negli anni a venire. La scomparsa dei testimoni diretti e il tempo non devono però diventare una barriera tra il nostro passato, per quanto duro, e il nostro futuro. E’ compito delle istituzioni e dei singoli raccogliere l’eredità del racconto. Dobbiamo, tutti, fungere da cinghia di trasmissione della memoria per le nuove generazioni. Con la parola ma soprattutto con le azioni. Oggi, domani e per sempre”.
Nel messaggio del Presidente della regione Molise, Michele Iorio, si afferma che ''quella di oggi e' un'occasione importante per ricordare le milioni di vittime del genocidio nazista e per dimostrare che il nostro Molise, al pari dell'Italia, della Germania, dell'Europa e del mondo libero del 2013, ha realmente compreso quanto Primo Levi scriveva su Auschwitz in 'Se questo e' un uomo': 'Se dall'interno di un lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case cio' che a noi viene inflitto qui'''. ''In tante parti del mondo oggi si ricordano quegli eventi; tutti siamo chiamati ad onorare coloro i quali trovarono la fine della loro esistenza terrena ad opera dei nazisti, non prima di aver subito violenze, prevaricazioni, oltraggi, umiliazioni e soprusi di ogni genere''.  ''Una memoria che deve essere collettiva - dice ancora Iorio - e da cui deve scaturire l'impegno di tutti i Paesi del mondo, ma anche dei loro singoli cittadini, ad accettare l'invito di Levi, a fare in modo che nessuno abbia a subire nelle proprie case, ma anche in qualsiasi altro luogo del mondo, cio' che venne inflitto in quei lager. Mi auguro dunque che oggi, e nella prossima settimana, nelle scuole e nei punti di incontro istituzionali e civili, si possa vivere la memoria della Shoah con partecipazione, con commozione e con umana condivisione''.
“Ignorare la storia ci condanna due volte”. E’ quanto recita il “manifesto” voluto dalla Regione Umbria per celebrare il Giorno della memoria. “Oltre 7000 gli ebrei deportati dall’Italia. Morirono in 5970”. Anche il presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, scrive un messaggio, nel quale si ricorda che “furono sei milioni gli ebrei di tutta Europa – ricorda la presidente - che vennero uccisi nelle camere a gas ed i cui corpi vennero bruciati nei forni crematori: con loro anche zingari, omosessuali, malati di mente, comunisti, oppositori politici, testimoni di Geova, teologi protestanti, come Dietrich Bonhoeffer, preti cattolici, come padre Kolbe…... Ma questo è solo una parte di quanto avvenne: pagine e pagine di libri, migliaia di fotografie, riprese filmate, testi teatrali , testimonianze come quella di oggi non sono state ancora sufficienti a raccontare tutta la storia ……”
“Come ha profeticamente scritto Tullia Zevi – aggiunge il presidente Marini -, prima di lasciarci, nel 2011, all’età di 92 anni: ‘Il tempo della testimonianza volge alla fine ed è giustificato il timore che, con lo spegnersi della memoria dei sopravvissuti, la verità storica venga manipolata o peggio negata e si vanifichi quindi la lezione che da quegli eventi le generazioni future dovrebbero trarre: la coscienza degli errori e degli orrori del passato e la consapevolezza dei pericoli che sempre incombono. Pericoli che si manifestano, oggi, nell’intolleranza, nel razzismo, nel perdurare del pregiudizio antisemita, nella violenza criminale e terroristica’”.
 


( red / 28.01.13 )

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InfoCamere: dati su natalità e mortalità imprese

(regioni.it) Sono stati diffusi da Unioncamere i dati sulla natalità e mortalità delle imprese, provenienti dal Registro delle imprese sulla base di Movimprese. Si tratta di una rilevazione statistica condotta da InfoCamere, la societa' di informatica delle Camere di Commercio italiane.
Sono 383.883 le imprese nate nel 2012, il valore piu' basso degli ultimi otto anni e 7.427 in meno rispetto al 2011, a fronte delle quali 364.972 aziende, pari a mille ogni giorno, sono quelle che hanno chiuso i battenti, un aumento di 24mila unità rispetto all'anno precedente. Rimangono 18.911 imprese, il  secondo peggior risultato del periodo considerato e vicino, dopo due  anni consecutivi di recupero, a quello del 2009, l'anno peggiore  dall'inizio della crisi. Considerando anche le cancellazioni delle imprese ormai non operative da piu' di tre anni, al 31 dicembre dello scorso anno lo stock complessivo delle imprese esistenti ammontava a 6.093.158 unita'.
Il conto piu' salato del 2012 lo paga il Nord che – Lombardia esclusa - perde complessivamente circa 6.600 imprese, i tre quarti delle quali (poco meno di 5mila unita') nel solo Nord-Est.
Giovani under 35, immigrati e donne, attivita' del turismo, del commercio e dei servizi alle imprese e alle persone sono le tipologie di imprenditori e i settori di attivita'  per i quali nel 2012 spunta un pallido segno positivo (+0,3%).



( red / 28.01.13 )

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Rom, sinti e caminanti: tavoli regionali per coordinare interventi

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha avanzato (nel corso della seduta del 24 gennaio) la proposta di costituire tavoli regionali per il coordinamento degli interventi locali nell’ambito della strategia nazionale di inclusione dei rom, sinti e caminanti.
Il documento sul tema (approvato dalla Conferenza e pubblicato sul sito www.regioni.it , sezione “Conferenze”) è stato inviato a tutti i Presidenti delle Regioni e delle Province autonome.
Si riporta di seguito il testo integrale.
Con la Comunicazione n. 173 del 5 aprile 2011, recante “Quadro dell’UE per le strategie nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020”, la Commissione Europea ha affermato l’improcrastinabile esigenza di superare la situazione di emarginazione economica e sociale della principale minoranza d’Europa.
Muovendo dalla considerazione che l’inclusione dei Rom comporterà non solo vantaggi sociali, ma effetti positivi sul piano economico sia per i Rom, sia per le comunità di appartenenza, le istituzioni europee hanno sollecitato gli Stati membri all’adozione di una Strategia globale per la loro integrazione e per il sostegno di alcuni specifici obiettivi di rilevanza primaria: accesso all’istruzione, all’occupazione, all’assistenza sanitaria e all’alloggio.
In tale contesto, è stata elaborata la Strategia nazionale di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti sulla quale il 22 maggio scorso la Commissione Europea si è espressa positivamente, invitando gli Stati membri dell’Unione ad attuare misure adeguate per migliorare l’integrazione economica e sociale dei Rom in Europa.
Nella Strategia nazionale sono stati, quindi, individuati quattro assi di intervento al fine di favorire l’inclusione sociale delle popolazioni Rom: istruzione, lavoro, salute e casa.
In particolare, la Strategia prevede nel settore dell’istruzione l’aumento delle opportunità educative, del numero degli iscritti a scuola, “favorendo la frequenza, il successo scolastico e la piena istruzione”, anche attraverso processi di pre-scolarizzazione, puntando sulla partecipazione dei giovani all’istruzione universitaria, all’alta formazione e alla formazione-lavoro anche mediante prestiti d’onore, borse di studio e altre agevolazioni previste dalla legge.
Per quanto concerne il lavoro, il citato Documento pone al primo posto la promozione della formazione professionale e l’accesso al lavoro, la regolarizzazione del lavoro irregolare o precario, lo sviluppo imprenditoriale, la promozione del lavoro autonomo e di percorsi di inserimento specifici per donne e under 35 anni.
In ordine alla salute, l’obiettivo centrale della Strategia è l’accesso ai servizi sociali e sanitari sul territorio, l’implementazione della prevenzione medico-sanitaria con particolare attenzione a donne, ragazzi, anziani e disabili con interventi mirati a favorire la salute riproduttiva e coinvolgere i servizi sociali nei programmi di cura medica, anche mediante l’inserimento di mediatori culturali.
Sul fronte casa, il testo indica come priorità anche quella di “aumentare l’accesso a un ampio ventaglio di soluzioni abitative in un’ottica partecipativa di superamento definitivo di logiche emergenziali e di grandi insediamenti monoetnici, nel rispetto delle opportunità locali, dell’unità familiare e di una strategia fondata sull’equa dislocazione”.
Al fine di perseguire le suddette finalità, la Strategia - oltre ai Tavoli nazionali - prevede l’opportunità di costituire i Tavoli Regionali, coordinati dalla figura istituzionale regionale direttamente competente per materia, che prevedano la partecipazione degli altri uffici regionali interessati, nonché la partecipazione di rappresentanti delle amministrazioni periferiche statali, dell’insieme degli enti locali (Province e Comuni) a partire da quelli più direttamente interessati dalla problematica Rom, unitamente al coinvolgimento delle associazioni e degli enti della società civile impegnati nella tutela delle comunità Rom, Sinti e Caminanti.
In particolare, i Tavoli Regionali dovrebbero avere il compito di sensibilizzare le autorità comunali e provinciali e monitorare l’attuazione della Strategia a livello locale. I Tavoli costituiranno il luogo di elaborazione di Piani locali che verranno sperimentati, in via prioritaria, nei territori in passato ricompresi nella gestione emergenziale (Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto), nelle regioni che vivono specifiche problematiche di esclusione sociale delle comunità rom e presso le città delle Regioni rientranti nelle priorità dell’Obiettivo Convergenza della programmazione dei fondi strutturali 2007-2013.
Inoltre, in vista della prossima programmazione dei fondi strutturali 2014-2020 e dell’esigenza di un coordinamento degli interventi che, a livello locale e regionale si potranno predisporre per l’inclusione di Rom e Sinti, il Tavolo regionale avrà un importante ruolo di programmazione e orientamento della progettazione locale su fondi strutturali, che prevede una specifica priorità tematica rivolta all’inclusione delle suddette comunità, di monitoraggio degli interventi, canalizzazione dell’informazione e valutazione degli sforzi profusi.
In considerazione di quanto sopra, le Regioni si impegnano ad attuare la strategia nazionale in ambito regionale e di promuovere la costituzione dei tavoli di lavoro regionali, comunicando all’UNAR (segreteriaunar@governo.it; tel 06/67792267) entro il 28 febbraio 2013 il nominativo del Coordinatore e la composizione del Tavolo.


( red / 28.01.13 )

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Partenariato in Italia: Regioni su "position paper" servizi Commissione UE

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 24 gennaio 2013, ha preso posizione sul “position paper” relativo allo sviluppo dell’accordo di partenariato in Italia, documento elaborato dai Servizi della Commissione Europea.
Il testo elaborato e approvato dalla Conferenza delle Regioni (pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it) è stato poi inviato dal Presidente Vasco Errani al Ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca.
Si riporta di seguito il testo integrale.
Il documento della Commissione (Position Paper – PP) fornisce elementi di chiarezza al quadro negoziale che si aprirà nel 2013 offrendo una sintesi efficace dei vincoli allo sviluppo e alla crescita che potranno condizionare il prossimo periodo di programmazione nel contesto nazionale.
Le Regioni condividono l’esigenza manifestata dai rappresentanti dei Servizi della Commissione Europea di favorire la partecipazione attiva e la più ampia condivisione sui contenuti del PP (come ufficialmente definito e richiesto dal Comitato delle Regioni nel parere sulla bozza di regolamento generale adottato nella sessione plenaria del 3-4 maggio 2012) anche attraverso modifiche ed integrazioni volte a rafforzare il negoziato in corso ed in particolare l’efficacia complessiva della futura programmazione.
Le riflessioni che seguono riguardano alcuni passaggi chiave del documento e, al tempo, stesso richiamano e sviluppano analisi e contributi di natura più generale sul processo di negoziato, in parte già emersi nel confronto tra Regioni e Amministrazioni centrali. Tale contributo è pertanto da inquadrare nel più ampio percorso di predisposizione e condivisione dell’Accordo di Partenariato, che dovrà configurarsi come il risultato di un efficace negoziato e di una stretta cooperazione tra autorità centrali e regionali; è quindi opportuno ricordare che le Regioni riconfermano l’esigenza che tale Accordo preveda l’approvazione della Conferenza Stato-Regioni prima della sua trasmissione alla Commissione europea.
Le “main challenges
L’analisi sconta alcuni limiti dovuti probabilmente alla necessità di operare una sintesi a livello “Paese”. Primo fra tutti quello di proporre una visione non sufficientemente allineata all’approccio place-based che dovrebbe ispirare la futura politica di Coesione e di risentire di alcuni schematismi non sempre funzionali all’attuale situazione economica. Ad esempio il gap infrastrutturale che si evidenzia tra regioni “più sviluppate” e “meno sviluppate” è senz’altro vero in un’ottica nazionale, ma è del tutto inadatto a descrivere specificità regionali.
In altri casi alcune analisi sembrano parziali e possono far presupporre che l’obiettivo sia di voler preparare la via alle ricette e alle soluzioni forzatamente uniformi poi proposte. E’ il caso evidente del venture capital per ricerca e sviluppo. Il problema italiano, risalente a ben prima della crisi, è la razionalizzazione della provvista del credito in generale alle imprese e non solo la disponibilità o meno di strumenti finanziari ad hoc.
In definitiva, pur condividendo l’esigenza di procedere all’orientamento dei finanziamenti comunitari verso le sfide delineate dal PP, le Regioni sottolineano la necessità di una maggiore considerazione delle priorità e delle specifiche esigenze di carattere strutturale - soprattutto a livello regionale - che le molteplici e profonde ripercussioni della crisi in atto pongono con grande risalto nei diversi territori del Paese. Ciò anche in riferimento alle relazioni con attori esterni al circuito istituzionale, quali gli istituti bancari, che determinano fortemente le condizioni di accesso al credito, indipendentemente dalle azioni poste in essere grazie all’intervento dei Fondi. A questo proposito potrebbe essere opportuno sollecitare la possibilità di accordi, relazioni, protocolli con soggetti fortemente impattanti sulla crisi, magari a livello paese, con impegni da ribaltare sulle singole Regioni.
Le scelte strategiche suggerite (priorities for funding).
L’individuazione di alcune priorities for funding alle quali ricollegare gli obiettivi tematici rischia di non tener sufficientemente in conto la dimensione regionale. L’indicazione generica di cosa finanziare e cosa no mal si concilia, come anticipato, con la filosofia place-based; le opzioni proposte dovrebbero, quindi, restare indicative e non vincolanti proprio al fine di tener in conto “le caratteristiche territoriali”. Ad esempio, non appare comprensibile scoraggiare in generale l’intervento su alcuni temi (sport, turismo, ecc.) quando tali azioni si inseriscono opportunamente in una cornice più ampia di misure finalizzate alla crescita della competitività di un territorio. Analogamente, la decisione di escludere gli interventi stradali dalla nuova programmazione, ad esempio, non appare condivisibile in quanto pregiudica la possibilità di rafforzare la dotazione infrastrutturale di base in alcune aree, dove continua a rivestire un’elevata importanza dal punto di vista produttivo ed imprenditoriale. A riguardo, si propone la riconferma di questa tipologia di interventi sia in termini di nuove realizzazioni che di messa in sicurezza delle infrastrutture esistenti.
Con particolare riferimento al tema dell’innovazione, non è sempre chiara la distinzione tra piano strategico (dove si deve intervenire) e strumentale (come si deve intervenire). Le stesse proposte sembrano non tener conto pienamente delle esperienze acquisite nell’attuale programmazione che dimostrano ad es. lo scarso appeal di determinate misure (es. venture capital). Inoltre non c’è alcun riferimento alle smart specialization strategies ed alla possibilità di creare reti di innovazione.
Peraltro, qualora divenissero indicazioni vincolanti, le “priorities for funding” potrebbero rappresentare un ulteriore appesantimento dei processi negoziali e dell’architettura dei nuovi documenti programmatici ad oggi prevista dai regolamenti, andandosi a sommare a una già nutrita schiera di elementi strategici di cui i POR devono farsi carico (obiettivi tematici, priorità di investimento, azioni chiave, obiettivi EU 2020, raccomandazioni specifiche nazionali dei PNR, ecc.). Anche per questo, si rende particolarmente opportuno, un tempestivo confronto tra Regioni ed Autorità centrali al fine di individuare soluzioni volte a ridurre gli oneri eccessivi derivanti dalle proposte comunitarie e introdurre gli elementi di semplificazione che, seppur annunciati, sembrano ancora mancare.
I fattori di successo per l’attuazione
Il PP riprende in sostanza quanto riportato dalle proposte di regolamento sulle condizionalità ex ante. Le Regioni confermano innanzitutto la propria contrarietà all’applicazione di una condizionalità legata ai principi della stabilità macroeconomica che interessano lo Stato Membro e che avranno conseguenze immediate sui pagamenti delle Regioni e, pertanto, sulla loro capacità finanziaria; esse auspicano invece una maggiore contestualizzazione delle condizionalità ex ante per l’Italia.
A livello più generale si ribadisce la posizione ufficiale delle Regioni italiane che sottolinea come le condizionalità non dovrebbero aumentare i vincoli, ma individuare gli adempimenti propedeutici ad un’attuazione corretta e coerente della politica di coesione.
A tal proposito si richiama come le regioni italiane stesse abbiano da tempo avviato una riflessione sui cd. fattori esterni, ovvero su alcune condizioni esterne alla gestione dei Fondi che incidono in maniera significativa sulla capacità di conseguimento degli obiettivi fisici e finanziari dei programmi ,soprattutto in riferimento alla necessità di rispettare gli orizzonti temporali prefissati. Tra i punti già indicati nel documento approvato in Conferenza Stato-Regioni si segnalano in primis:
 la normativa sugli appalti pubblici e le richieste collegate di certificazioni di regolarità contributiva, camerali ecc. che, rallentando i tempi di realizzazione, genera effetti negativi che vanno a sommarsi a quelli della crisi in termini di contrazione degli investimenti pubblici.
 il patto di stabilità, che contribuisce in misura rilevante alla citata riduzione degli investimenti pubblici; non appaiono a tal proposito sufficienti alcune recenti misure atte a mitigare il peso del patto, quali ad es. l’esclusione delle quote di cofinanziamento nazionale nei limiti di 1 mld (per l’intero Paese) prevista dal decreto “salva Italia”. Anche le soluzioni per regionalizzare il patto non sono apparse risolutive dal punto di vista degli enti locali a causa di un’inadeguata azione informativa e alla mancata finalizzazione delle stesse (ad es. introducendo un vincolo di priorità per i pagamenti che gli enti sono tenuti ad effettuare nell’ambito delle operazioni cofinanziate).
Rispetto al documento presentato dalle Regioni, nel frattempo si sono aggiunti nuovi fattori che rischiano di incidere sull’efficacia dei fondi: l’incertezza sul destino e sulle competenze degli enti locali (le province in primis)ha infatti un peso rilevante, non solo per le politiche legate alla formazione e al mercato del lavoro ma altresì per i progetti territoriali nella nuova declinazione proposta dai regolamenti (ITI e Sviluppo locale) e anche sui soggetti in house.
Anche se la questione non viene affrontata direttamente nel PP, è opportuno richiamare come l’incertezza sul futuro bilancio e sulla dotazione della politica di coesione 2014-2020 rappresenta un ulteriore elemento che può incidere sulla capacità di programmazione e di attuazione in una duplice prospettiva: la prefigurata riduzione delle risorse assegnate alle regioni “meno sviluppate”; l’impossibilità, per tutte le regioni, di provvedere ad un’adeguata preparazione degli interventi in assenza di un quadro di risorse certo e definito. A tali questioni si ricollega anche la ventilata ipotesi di riduzione del cofinanziamento a carico del Fondo di rotazione che rischia di aggravare i tagli ai programmi del sud e incide anche sulla dotazione destinata ai programmi delle Regioni più sviluppate che, al contrario, non sembrano penalizzate dalla proposta di MFF 2014-2020. Le Regioni italiane ritengono necessario pertanto che il livello del cofinanziamento nazionale venga mantenuto ai livelli attuali.
Un altro punto su cui concentrarsi è senz’altro l’indicazione generale da parte dei servizi della Commissione a favore di un accentramento della gestione dei fondi attraverso un aumento dei programmi gestiti dai ministeri. Su questo aspetto, se in un primo momento le Amministrazioni centrali avevano mostrato una certa cautela, gli sviluppi successivi del dibattito sembrano invece sostanzialmente accogliere di tali posizioni, prefigurando la creazione di un apposita agenzia per assicurare il presidio nazionale sui fondi.
Le Regioni sottolineano che l’evoluzione verso una crescente responsabilizzazione e partecipazione delle Regioni e delle Amministrazioni territoriali verso la programmazione, attuazione e gestione degli investimenti cofinanziati dai fondi comunitari intrapresa a partire dal 2000 ha dimostrato in molti casi di essere la scelta più opportuna per interpretare e rispondere ai fabbisogni di sviluppo dei territori. In Italia più che altrove sono molto forti le differenze regionali, rendendo necessaria una maggiore differenziazione delle politiche. E’ poi ampiamente riconosciuto che le politiche e gli investimenti territoriali assumono un diverso significato ed impatto a seconda che si tratti: a) dell’esito di politiche centrali rivolte verso il locale sotto forma di risorse da distribuire, norme ed orientamenti da indirizzare ecc., come accaduto in passato per vari decenni nel Mezzogiorno e nel resto del Paese; b) di politiche che nascono dal territorio e, mettendosi in rete con altre, contribuiscono a costruire scenari maggiormente orientati alla soluzione degli specifici problemi esistenti. Inoltre, la gestione “centralizzata” non è sempre la più funzionale: in molti casi le regioni hanno assicurato ai loro territori interventi mirati e tempestivi in termini di impatti, efficacia ed efficienza della spesa, anche in termini di una miglior organizzazione del sistema di monitoraggio e controllo (si veda l’esperienza degli Organismi pagatori regionali) che ha assicurato minori tagli di spesa ex post.
Pertanto va assicurato che la collocazione della gestione debba ricollegarsi ai risultati attesi e alle competenze istituzionali che, in ottemperanza al principio di sussidiarietà costituzionale, meglio possono assicurare il conseguimento degli stessi. Ferma restando la parificazione costituzionale delle istituzioni repubblicane e i limiti di potere definiti nella costituzione, si è disponibili a valutare la collocazione, limitatamente ad alcune tipologie di interventi, ad un livello più ampio rispetto ai ritorni che ne avrebbero i beneficiari (es: gestione del rischio FEASR a livello nazionale o anche comunitario). In ogni caso una eventuale partecipazione delle regioni a programmi nazionali dovrà avvenire non su imposizione ma su base volontaria come nel Piano d’Azione e Coesione, attivato solo per alcune realtà territoriali al di fuori delle regioni convergenza. E anche nei casi in cui la gestione centralizzata risulti la più adeguata in relazione agli obiettivi prescelti (PON), tali interventi dovrebbe essere comunque in linea con la programmazione regionale. Appare infine auspicabile che l’Amministrazione centrale favorisca progetti e interventi interregionali sull’esempio dell’esperienza fatta nel FSE nella programmazione 2007-2013.
Tali considerazioni non escludono invece la “centralità” dell’azione qualora venga intesa come attività di accompagnamento dello Stato nei confronti di quei programmi le cui performance non consentirebbero di evitare il disimpegno automatico, com’è avvenuto ad esempio in questa programmazione proprio con il Piano d’azione e coesione.
Con riferimento all’analisi sui sistemi di gestione e controllo, ci si sarebbe aspettati che il PP fosse maggiormente allineato al nuovo regolamento finanziario (reg 966/2012) che sul punto prospetta alcune fondamentali aperture che, auspichiamo, siano riprese nei regolamenti specifici della politica di coesione: gli organismi di gestione e controllo sono designati al livello appropriato (senza più alcun riferimento ad un accreditamento “ministeriale”) e viene incoraggiato il mantenimento dei sistemi in uso nel periodo in corso se rivelatisi efficienti. A questo proposito si ricorda che le attività di controllo di II livello sui fondi comunitari sono stati nel tempo oggetto di interventi legislativi e regolamentari tali da renderli sempre più aderenti ai principi internazionali di revisione che ne costituiscono il naturale riferimento normativo. L’impegno profuso al termine della programmazione 2000-2006 e durante quella 2007-2013 ha consentito di avere risorse umane competenti ed in grado di realizzare le complesse attività di audit che i Regolamenti CE impongono consentendo il raggiungimento degli obiettivi. La permanenza del personale contrattualizzato garantirebbe quella stabilità in grado di evitare rallentamenti o, addirittura, interruzioni della realizzazione dei programmi. Del resto le esperienze condotte fino ad oggi indicano che la permanenza all’interno delle stesse amministrazioni gestori dei programmi non costituisce elemento di debolezza, né diminuisce il livello di indipendenza delle strutture; uno degli aspetti più rilevanti riguarda proprio l’adeguata dotazione umana e di competenza delle stesse. Al contrario il PP auspica una maggiore “vigilanza” da parte del MISE e del Ministero del Lavoro. In generale, si rende particolarmente opportuno un confronto tra Regioni e autorità centrali al fine di individuare soluzioni volte a ridurre gli oneri eccessivi derivanti dalle proposte di regolamenti comunitari in materia di gestione e controllo.
Infine, il PP richiama l’approccio integrato come elemento necessario per assicurare il coordinamento e la complementarietà trascurando come in realtà questi aspetti non necessariamente richiedano un’integrazione tra le fonti finanziarie. Anche sulla base delle esperienze pregresse, si ritiene che il coordinamento tra i programmi che insistono sullo stesso territorio possa essere efficacemente attuato anche in assenza di una logica plurifondo. Laddove, invece, una Regione scelga una programmazione plurifondo è necessario prevedere misure volte a facilitarne l’attuazione.
Le Regioni confermano la piena condivisione dell’esigenza di assicurare la complementarietà tra gli interventi finalizzati allo sviluppo, nonché la necessità di prevedere meccanismi di coordinamento tra i Fondi del QSC, dei Fondi con le altre politiche e altri strumenti dell’Unione, nonché con le attività di cooperazione. Tale coordinamento richiederà anche un’opportuna cooperazione tra le Autorità di Gestione e tra queste e gli altri soggetti responsabili dell’attuazione degli interventi, al fine di garantire una efficace definizione e attuazione dei Programmi Operativi, nonché lo sviluppo di virtuose sinergie. Le Regioni ritengono tuttavia opportuno evidenziare che per la definizione degli strumenti e dei meccanismi operativi per il coordinamento, le indicazioni del QSC debbano essere intese come esemplificative e non vincolanti, nel rispetto delle specifiche esigenze legate alle diverse modalità organizzative degli Stati membri e delle Autorità di gestione.
Elementi di dettaglio su modalità e contenuti della programmazione
1) E’ da condividere senz’altro il richiamo al coinvolgimento pieno delle autorità regionali nella fase di programmazione. Questo in parte contrasta con l’approccio del Ministero per la Coesione territoriale circa il ruolo di “presidio nazionale” sopra menzionato. Infatti la “non contrattabilità delle regole e degli indirizzi generali”, recentemente prospettata dal Ministero, si concilia con il percorso di programmazione condiviso proposto dal Position paper solo in caso di una forte condivisione delle regole e degli indirizzi all’origine del processo di programmazione. La partecipazione attiva delle Regioni può contribuire infatti alla definizione delle modalità anche attuative di integrazione dei fondi strutturali (investimenti territoriali integrati, grandi progetti, piani d'azione comuni, approccio community-led local development) e dei criteri di selezione delle aree-bersaglio per gli interventi di sviluppo urbano.
2) E’ altresì molto utile l’indicazione sull’uso dei sistemi di sviluppo locale (CLLD) che sembrano rispondere bene alla necessità di una governance sub regionale, anche alla luce dei cambiamenti istituzionali in corso.
3) In particolare sul tema innovazione, vi sono elementi contrastanti che non aiutano a definire strategie coerenti.
4) Sarebbe opportuno prevedere la possibilità di interventi di innovazione tecnologica negli ambiti della sanità territoriale e delle strutture ospedaliere.
5) Con riferimento al tema dell’internazionalizzazione, il PP non assume una posizione chiara e sembra limitare in ogni caso il ricorso a questo tipo di azioni prioritariamente a favore delle produzioni agricole nelle Regioni meno sviluppate. Fermo restando che internazionalizzazione non è mai da intendersi come mera promozione, le Regioni auspicano sulla questione un ritorno alla lettera originaria del regolamento FESR che, nell’ambito dell’obiettivo tematico 3, prevede come priorità d’investimento lo sviluppo di “nuovi modelli di business per le PMI, in particolare per l'internazionalizzazione” e ritengono che tale priorità debba essere finanziabile anche sui programmi delle Regioni del Centro-Nord.
6) Va altresì preservato il ruolo delle politiche regionali di aiuto agli investimenti industriali a completamento degli interventi nei settori della ricerca, dell’innovazione e dell’internazionalizzazione, perseguendo una strategia di crescita complessiva che, solo su scala regionale, può trovare un livello ottimale di integrazione.
7) Si segnale inoltre come la selezione delle priorità di investimento operata con riferimento all’obiettivo tematico 6 sia penalizzante per le regioni italiane: viene infatti eliminato ogni riferimento ai temi della cultura e del patrimonio culturale, la cui non finanziabilità sembra limitare la portata dei possibili interventi sia in ambito urbano sia nello sviluppo locale partecipativo. Le stesse iniziative promosse nel campo della promozione turistica si sono rivelate determinanti nel sostenere l’attrazione di investimenti esterni e lo sviluppo di nuove iniziative economiche in grado di generare molteplici ricadute in termini di reddito (si veda il peso crescente dell’economia turistica sul PIL delle regioni italiane) e di occupazione. Peraltro, le politiche di intervento sul tema della cultura e la crescente interdipendenza tra questa e l’innovazione, con il conseguente sviluppo dell’industria creativa, possono diventare strumento per perseguire gli obiettivi di Europa 2020 attribuendo quanto più possibile contenuti e valore alla funzione trasversale svolta dalla cultura quale strumento di sviluppo locale e regionale di rigenerazione urbana, di sviluppo rurale e di occupabilità , tra l’altro fortemente sostenibile.
8) Altro tema rilevante a livello nazionale, e di esclusiva competenza regionale, è la riqualificazione energetica del patrimonio abitativo pubblico (obiettivo 4) anche tramite la mobilitazione di strumenti specifici (per esempio, la previsione di strumenti finanziari di carattere rotativo a lungo periodo).
9) Gli aspetti relativi all’inclusione sociale sembrano confermare come la stessa vada interpretata come integrazione dei soggetti più deboli nel mercato del lavoro, in linea con la tradizionale finalità occupazionale del FSE.
10) La mancata selezione da parte del PP della priorità d’investimento riguardante l’adattabilità dei lavoratori può risultare particolarmente penalizzante in alcune Regioni, anche in un’ottica di integrazione e complementarietà tra FSE e FESR.
11) Con riferimento alla capacità istituzionale, il PP sembra offrire elementi di apertura, eliminando alcuni dubbi circa la possibilità di utilizzare questo obiettivo tematico anche nelle regioni competitività;
12) Per ciò che attiene alla strategia macroregionale adriatico-ionica, è auspicabile che la stessa possa sviluppare, accanto ai temi specifici legati alla dimensione marina, anche altri aspetti quali, ad esempio, quelli legati alla blue economy e al turismo cultuale rivierasco.
Considerazioni specifiche in relazione ai PO CTE
Premesso che la CTE è divenuta a pieno titolo uno degli obiettivi della politica di coesione (e a tal fine la Commissione ha ritenuto di farne oggetto di uno specifico Regolamento) e, considerata la pluralità dei programmi di cooperazione cui l’Italia partecipa, sorprende lo scarso rilievo dato a tale obiettivo nel Position Paper.
Le indicazioni fornite per la cooperazione transfrontaliera si limitano alle seguenti azioni:
a. a rimuovere gli ostacoli principali nel settore dei trasporti migliorando, così, l’accessibilità (in particolare lungo le frontiere marittime);
b. rimuovere gli attuali ostacoli alla mobilità dei lavoratori; aumentare il sostegno alla ricerca e allo sviluppo;
c. favorire lo scambio di conoscenze e progetti congiunti innovativi prendendo in carico altresì il settore sanitario.
Sebbene tali azioni siano significative, non tengono conto della specificità dei bisogni territoriali affrontati nei diversi programmi e nel documento è del tutto assente una valutazione complessiva della partecipazione italiana ad essi. In primo luogo non vi è evidenza dei diversi programmi transfrontalieri cui l’Italia partecipa non solo come partner, ma anche in qualità di Autorità di gestione, programmi che verranno replicati anche nel prossimo periodo di programmazione, con l’aggiunta di uno nuovo dovuto all’ingresso della Croazia nell’Unione.
Analoga considerazione vale anche per quanto concerne la cooperazione transnazionale dove le azioni, in aggiunta a quelle sopra riportate sono:
a. promuovere l’adattamento ai cambiamenti climatici;
b. la prevenzione dei rischi e la gestione condivisa delle risorse ambientali (acqua, rifiuti, natura e biodiversità);
c. promuovere l'internazionalizzazione delle PMI.
La scarsità e la generalità di indicazioni per la CTE appaiono contrastare sia con l’impianto strategico e fortemente integrato previsto sull’utilizzo dei Fondi, sia in rapporto al dettaglio per le azioni di mainstreaming dell’intero documento. Per le Regioni e le Province autonome italiane, la CTE rappresenta però uno strumento rilevante e complementare alle politiche di sviluppo locale.
La pluralità dei rapporti che, data la particolare posizione geopolitica, l’Italia mantiene e sviluppa sia con i paesi membri che con quelli esterni, la qualificano come uno stakeholder privilegiato nel processo di integrazione europea ed i numerosi progetti di cooperazione cui partecipa ne sono la testimonianza.


( red / 28.01.13 )

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Fonti rinnovabili: standard formativo per attività installazione impianti

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome (nella seduta del 24 gennaio) ha approvato un documento sullo standard formativo per l’attività di  installazione e manutenzione straordinaria di impianti energetici alimentati  da fonti rinnovabili (fer).
Il testo integrale è stato pubblicato nella sezione Conferenze del sito www.regioni.it .
Si riporta di seguito il documento senza l’allegato.
CONTESTO E RIFERIMENTI NORMATIVI
Il presente documento disciplina i corsi di formazione finalizzati al conseguimento dell’attestato di qualificazione professionale di “Installatore e manutentore straordinario di tecnologie energetiche alimentate da fonti rinnovabili”, ai sensi del comma 2 dell’articolo 15 del Decreto Legislativo 3 marzo 2011, n.28, emanato in attuazione della Direttiva 2009/28 CE del Parlamento Europeo.
Il DM 22 gennaio 2008, n. 37 – cui rimanda il suddetto D.lgs. 28/2011 per i requisiti tecnico professionali degli installatori - stabilisce all’articolo 3 che l’imprenditore individuale o il legale rappresentante ovvero il responsabile tecnico, ai fini dell’esercizio delle attività di cui all’art. 1 del DM stesso, deve possedere i requisiti professionali di cui al successivo art. 4.
L’articolo 15, individuando i requisiti tecnico-professionali dei soggetti qualificati con riferimento all’articolo 4, lettere a), b) e c) del D.M. 22 gennaio 2008 n.37, specifica che, per i soli soggetti di cui alla lettera c), deve essere attivato un sistema basato sull’acquisizione di un idoneo titolo di qualificazione professionale.
Pertanto, dal 1 agosto 2013, per tali soggetti la qualificazione di installatore e di manutentore straordinario di impianti FER si acquisisce a seguito di un periodo di formazione, svolto ai sensi del punto 4 dell’Allegato 4 del D.lgs. 28/2011, e del superamento del percorso formativo di qualificazione professionale di cui alle presenti Linee guida.
Specificamente, invece, tutti i soggetti di cui all’articolo 4, lettere a), b) e c) del D.M. 22 gennaio 2008 n.37 devono frequentare percorsi di aggiornamento, come meglio declinato al successivo punto 5.
La formazione degli installatori è di competenza delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e di Bolzano, che provvedono alla definizione degli standard dei percorsi formativi secondo i criteri di cui all’allegato 4 del D.Lgs. 3 marzo 2011 n.28, nonché alla programmazione dei corsi sulla base dei fabbisogni localmente rilevati, nel rispetto degli elementi minimi comuni definiti dal presente documento e sulla base delle disposizioni vigenti in materia di formazione professionale.
I corsi di formazione sono erogati dalle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano direttamente o attraverso soggetti accreditati, in conformità al modello definito ai sensi dell’Accordo Stato-Regioni e Province Autonome del 20/03/2008, e/o attraverso soggetti specificamente autorizzati, in base alle disposizioni adottate da ciascuna Regione e Provincia Autonoma.
Le Province Autonome di Trento e Bolzano provvedono alle finalità del presente documento nell’ambito delle competenze ad esse attribuite dallo statuto speciale e dalle norme di attuazione e secondo quanto disposto dai rispettivi ordinamenti.
1. REQUISITI DI AMMISSIONE AL CORSO
Al percorso formativo accede chi possiede un titolo o attestato nel settore di competenza conseguito, ai sensi della legislazione vigente, in materia di formazione professionale, al termine di un percorso formativo, come stabilito al punto 4 dell’allegato 4 al D.lgs. 28/2011.
Per gli stranieri è inoltre indispensabile una buona conoscenza della lingua italiana orale e scritta che consenta di partecipare attivamente al percorso formativo. Tale conoscenza deve eventualmente essere verificata attraverso un test di ingresso da effettuarsi presso l’ente di formazione, che lo conserva agli atti.
2. ARTICOLAZIONE DEL CORSO DI FORMAZIONE
Data la diversa tipologia di impianti previsti (stufe, caminetti e generatori di calore alimentati da biomasse, sistemi solari fotovoltaici e sistemi solari termici, sistemi geotermici poco profondi e pompe di calore) sono individuati quattro standard specifici a valle di un Modulo unico propedeutico.
Il corso è articolato in due fasi metodologiche: una teorica, erogabile anche in modalità FAD, ed una pratica da svolgere presso strutture che rispettino i requisiti di cui all’Allegato 1).
Il Modulo unico comune e propedeutico concerne l’inquadramento generale delle problematiche legate allo sfruttamento delle fonti rinnovabili nel panorama nazionale ed europeo con gli opportuni richiami di normativa generale, tecnica e di sicurezza che riguardano l’installazione e la manutenzione, anche straordinaria, di impianti alimentati da FER.
I Moduli specifici per ogni macrotipologia impiantistica prevedono una parte di teoria ed una di pratica.
La fase pratica si sostanzia nelle attività inerenti l’installazione fisica degli impianti e della loro manutenzione straordinaria.
Gli standard formativi di cui all’Allegato 1) costituiscono il punto di riferimento per la progettazione dei percorsi, che dovranno riferirsi specificamente a ciascuna macrotipologia impiantistica di cui allo schema che segue.
3. DURATA DEL CORSO
Il percorso formativo ha una durata minima di 80 ore così suddivise:
- 20 ore per il modulo comune;
- 60 ore per i moduli specifici, di cui almeno 20 di pratica.
Le Regioni nell’ambito dei propri sistemi possono definire specifici criteri per il riconoscimento dei crediti formativi acquisiti in contesti formativi e/o professionali.
4. ESAME FINALE E ATTESTATO DI QUALIFICAZIONE
Ai fini dell’ammissione all’esame è obbligatoria la frequenza ad almeno l’80% delle ore complessive del corso.
La prova finale è costituita da una prova teorica e da una prova pratica. Quest’ultima mira a verificare la corretta installazione dell’impianto FER.
La prova finale deve essere organizzata e gestita secondo principi di trasparenza e tracciabilità delle procedure dall’ente di formazione.
Al superamento positivo dell’esame viene rilasciato l’attestato di qualificazione professionale di “Installatore e manutentore straordinario di impianti energetici alimentati da fonti rinnovabili”, ai sensi dell’articolo 15, comma 2 del Decreto Legislativo 3 marzo 2011 n. 28.
Al fine di favorire il riconoscimento e la libera circolazione delle persone sul territorio, l’attestato di qualificazione deve contenere i seguenti elementi minimi comuni:
- Denominazione del soggetto accreditato e/o autorizzato alla formazione ed alla certificazione
- Dati anagrafici del titolare dell’attestato
- Titolo del corso e normativa di riferimento
- Specifica macrotipologia impiantistica cui si riferisce la formazione
- Durata del corso
- Firma del soggetto formatore.
Le Regioni provvedono alla definizione della composizione delle commissioni d’esame e delle prove di esame nel rispetto della propria regolamentazione.
Il riconoscimento del titolo di qualificazione professionale rilasciato da altro Stato membro è effettuato sulla base dei principi e criteri di cui al Decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, nel rispetto dell’Allegato IV.
5. AGGIORNAMENTO OBBLIGATORIO
L’aggiornamento è obbligatorio, a norma del comma 1, lett. f dell’allegato 4 al D.lgs. 3 marzo 2011 n. 28.
Pertanto, coloro che hanno conseguito la qualificazione di cui all’art. 15, comma 1 del D.lgs. 28/2011, sono tenuti a partecipare ad attività formative di aggiornamento ogni 3 anni, che decorrono quindi dal 1 agosto 2013.
La durata minima dell’aggiornamento è pari a 16 ore e può essere realizzato anche attraverso modalità FAD, secondo le indicazioni di ciascuna Regione. La frequenza del corso è obbligatoria al 100% ed al termine viene rilasciato un attestato di frequenza.
6. REQUISITI DI STRUTTURE ED ATTREZZATURE
L’ente di formazione deve disporre delle adeguate strutture e attrezzature per poter impartire la necessaria formazione frontale e pratica.
Nello specifico i laboratori per l’erogazione delle attività pratiche devono disporre di attrezzature specifiche dedicate ad ogni singolo percorso oggetto di qualificazione.
La formazione a carattere pratico si sostanzia di esercitazioni in aula e in laboratorio, su attrezzature e circuiti a carattere didattico e/o su simulatori, in condizioni di sicurezza, dimostrative ed esemplificative relative ai processi di lavoro dell’installatore:
- scelta della componentistica
- condizioni, controllo e modalità di funzionamento dell’impianto
- collaudo
- manutenzione.
I laboratori devono garantire la realizzazione di esercitazioni finalizzate all’utilizzo di strumenti, procedure e tecniche di montaggio tipici dell’impiantistica idraulica, meccanica ed elettrica, come all’effettuazione di misure termoidrauliche, elettriche, di temperatura, di pressione, ecc. Devono disporre inoltre delle attrezzature necessarie ad effettuare le operazioni di intervento meccanico, termoidraulico ed elettrico relative al montaggio dei componenti e di messa in opera dell’impianto.
Fatta salva la presenza di attrezzature, macchinari, strumenti di misura, di controllo, di monitoraggio, apparecchiature per la misura delle grandezze elettriche, e fisiche (idrauliche, pressione, temperatura, etc..) i laboratori si caratterizzano in modo specifico per ogni singolo percorso, mettendo a disposizione di docenti e partecipanti diversi modelli di apparecchi con differenti tecnologie da individuare tra le più attuali e diffuse, sistemi impiantistici completi e potenzialmente funzionanti che prevedano la possibilità di simulazione di verifiche, montaggi e manutenzioni dei singoli componenti, simulando anche eventuali guasti.
I laboratori inoltre dovranno rispettare la vigente normativa sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. I laboratori potranno non essere di proprietà dell'organizzatore del percorso formativo, ma all'atto della pubblicazione del corso occorrerà dichiarare quali laboratori saranno utilizzati ed averne regolare disponibilità.
Le Regioni o Province Autonome potranno verificare a campione l'idoneità dei laboratori, anche attraverso enti o società controllate o partecipate di supporto tecnico.
7. REQUISITI DEI FORMATORI
I formatori devono essere in possesso sia di una esperienza documentata, almeno quinquennale, nella progettazione e/o gestione e/o manutenzione di impianti FER, sia di una conoscenza adeguata della legislazione e della normativa, nell’ambito della specifica tematica oggetto della docenza.
Possono svolgere l’attività di formatore anche i tecnici che operano presso i produttori di tecnologie con almeno 5 anni di esperienza lavorativa nel settore.


( red / 28.01.13 )
Regioni.it

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

Proprietario ed Editore: Cinsedo - Centro Interregionale Studi e Documentazione
Direttore responsabile: Stefano Mirabelli
Capo redattore: Giuseppe Schifini
Redazione: tel. 064888291 - fax 064881762 - email redazione@regioni.it
via Parigi, 11 - 00185 - Roma
Progetto grafico: Stefano Mirabelli, Giuseppe Schifini
Registrazione r.s. Tribunale Roma n. 106, 17/03/03

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