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Regioni.it

n. 2438 - venerdì 14 febbraio 2014

Sommario
- Bankitalia: primi segnali positivi dalla nostra economia
- Corte dei Conti: apertura anno giudiziario 2014
- Istat: viaggi e vacanze in Italia e all'estero
- Turismo: Bit, Regioni per una politica nazionale sul turismo
- Costi della politica: Consulta, "no" a ricorsi Friuli e Sardegna
- Piano garanzia giovani: Nappi illustra il modello campano

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Costi della politica: Consulta, "no" a ricorsi Friuli e Sardegna

(Regioni.it 2438 - 14/02/2014) La Corte Costituzionale  con la Sentenza 23/2014 si è espressanei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 2, commi 1, 2, 3, 4 e 5, del decreto-legge 10 ottobre 2012, n. 174 (Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali, nonché ulteriori disposizioni in favore delle zone terremotate nel maggio 2012), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 7 dicembre 2012, n. 213, promossi dalla Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e dalla Regione autonoma Sardegna. L’articolo in questione citato è stato rubricato come “riduzione dei costi della politica nelle Regioni”.
In realtà le Regioni Friuli-Venezia Giulia e Sardegna hanno promosso questioni di legittimità costituzionale su numerose disposizioni del decreto-legge 174/2012, ma  l’esame di questa Corte è limitato alle questioni relative all’art. 2 (restando riservata a separate pronunce la decisione di quelle riguardanti altre disposizioni del decreto).
“L’articolo impugnato – si legge nella sentenza - prevede, per quanto rileva in questa sede: al comma 1, il taglio dei trasferimenti erariali nella misura dell’ottanta per cento, fatta eccezione per quelli destinati al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, delle politiche sociali e per le non autosufficienze e al trasporto pubblico locale, laddove le Regioni non adottino, nei termini ivi indicati, tutta una serie di provvedimenti elencati dalla lettera a) alla lettera m); al comma 2, quale ulteriore sanzione, un taglio pari alla metà delle somme destinate per l’esercizio 2013 al trattamento economico complessivo spettante ai membri del Consiglio e della Giunta regionali; al comma 3, l’obbligo di comunicazione, alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Ministero dell’economia e delle finanze, del rispetto delle condizioni previste dal comma 1; al comma 4, l’operatività, per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome, delle disposizioni del comma 1 compatibilmente con i propri statuti e le relative norme di attuazione; al comma 5, l’assegnazione alle Regioni, in caso di mancato adeguamento nei termini previsti, di un ulteriore termine di novanta giorni, il cui mancato rispetto è considerato grave violazione di legge ai sensi dell’art. 126, primo comma, della Costituzione.
Il comune presupposto interpretativo di tutte le censure – sottolinea la Consulta - risiede nella ritenuta applicabilità, prospettata in termini dubitativi, delle norme impugnate alle Regioni autonome ricorrenti”.
“In un contesto di grave crisi economica, quale quello in cui si è trovato ad operare il legislatore, esso possa discostarsi – prosegue il dispositivo della Sentenza - dal modello consensualistico nella determinazione delle modalità del concorso delle autonomie speciali alle manovre di finanza pubblica (sentenza n. 193 del 2012), fermo restando il necessario rispetto della sovraordinata fonte statutaria (sentenza n. 198 del 2012).  La clausola di salvaguardia in esame, dunque, non può essere considerata lesiva delle prerogative autonomistiche solo perché non prevede una procedura concertata, dal momento che quest’ultima non è costituzionalmente necessitata”.
“Entrambe le ricorrenti – si legge nella Sentenza - lamentano che i tagli previsti ai commi 1 e 2 dell’art. 2 impugnato sarebbero in contrasto con i parametri costituzionali, statutari e interposti, invocati a garanzia della loro autonomia finanziaria”
“È noto, tuttavia, «il costante insegnamento di questa Corte – espresso soprattutto nei giudizi incidentali, ma che vale, per ciò che attiene alla decisione di merito, anche nei giudizi in via principale (sentenza n. 21 del 2013, ordinanze n. 255 del 2012, n. 287 del 2011 e n. 110 del 2010) – che di una disposizione legislativa non si pronuncia l’illegittimità costituzionale quando se ne potrebbe dare un’interpretazione in violazione della Costituzione, ma quando non se ne può dare un’interpretazione conforme a Costituzione» (sentenza n. 46 del 2013). Ebbene, un’interpretazione costituzionalmente conforme impone di ritenere che la locuzione in esame non abbia riguardo anche alle compartecipazioni previste in sede statutaria per le Regioni ad autonomia speciale, il che sarebbe costituzionalmente illegittimo, dal momento che il legislatore ordinario non può imporre limiti o condizioni ad una fonte di rango costituzionale (sentenza n. 198 del 2012). Così circoscritto l’ambito operativo dei meccanismi sanzionatori previsti dal legislatore, deve escludersi che esso contrasti con gli statuti e quindi, in questi termini, la questione non è fondata”.
“la restante parte della censura, comune a entrambe le Regioni autonome e relativa ai trasferimenti erariali diversi dalle spettanze finanziarie previste dagli statuti speciali, è inammissibile per genericità e indeterminatezza dell’oggetto[…].  L’assunto che i tagli incidono sull’autonomia finanziaria delle ricorrenti, sottraendo ad esse risorse indispensabili per l’esercizio delle rispettive funzioni, non è sorretto da qualsivoglia sforzo argomentativo […] volto a chiarire, quanto meno, l’incidenza della disposizione impugnata sui rispettivi bilanci”.
Quanto alla possibile violazione l’articolo 3 della Costituzione “nella misura in cui l’imposizione degli oneri in esame costituirebbe una irragionevole compressione dell’autonomia finanziaria delle Regioni ad autonomia speciale”, La Corte Costituzionale precisa che “il comma 1 censurato, introdotto nel notorio quadro di necessario rispetto dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’appartenenza all’Unione europea e dell’equilibrio di bilancio, prevede innanzitutto una serie di risparmi relativi al funzionamento del sistema politico che possono essere senza dubbio ricondotti ad una «scelta di fondo» (sentenza n. 151 del 2012) del legislatore nazionale.  Ebbene, tale scelta può essere considerata un principio di coordinamento della finanza pubblica, poiché, secondo la giurisprudenza di questa Corte, «la stessa nozione di principio fondamentale non può essere cristallizzata in una formula valida in ogni circostanza, ma deve tenere conto del contesto, del momento congiunturale in relazione ai quali l’accertamento va compiuto e della peculiarità della materia […], in quest’ottica, «possono essere ricondotti nell’ambito dei principi di coordinamento della finanza pubblica “norme puntuali adottate dal legislatore per realizzare in concreto la finalità del coordinamento finanziario, che per sua natura eccede le possibilità di intervento dei livelli territoriali sub-statali”. Pertanto, le prescrizioni dell’art. 2, comma 1 “non possono considerarsi una irragionevole limitazione dell’autonomia finanziaria regionale”. “Si tratta, in particolare, delle disposizioni relative alla fissazione del numero massimo dei consiglieri e degli assessori regionali, alla commisurazione del trattamento economico dei primi all’effettiva partecipazione ai lavori del Consiglio, alla definizione dell’importo delle indennità di funzione e di carica, nonché delle spese di esercizio del mandato, alla regolamentazione dell’assegno di fine mandato, al divieto di cumulo di indennità o emolumenti, alla gratuità per i consiglieri della partecipazione alle commissioni, all’obbligo di introdurre modalità di pubblicità e trasparenza dello stato patrimoniale dei titolari di cariche pubbliche elettive e di governo, alla definizione dell’importo dei contributi in favore dei gruppi consiliari e delle spese per il relativo personale, al passaggio al sistema previdenziale contributivo dei consiglieri regionali e all’esclusione dell’erogazione del vitalizio in favore di chi sia stato condannato in via definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione”.
“Si tratta – spiega la Consulta - di una vasta congerie di disposizioni ispirate da successive manovre finanziarie e accomunate solo dall’esigenza di contenimento della spesa pubblica. Esse presentano tecniche e contenuti precettivi differenti, incidendo su svariati settori pubblici e su materie non omogenee (a titolo esemplificativo: dalla riduzione del numero delle società sottoposte a controllo pubblico, all’entità dei gettoni di presenza, alla gratuità della partecipazione a commissioni, all’acquisto, la manutenzione, il noleggio e l’esercizio di autovetture, all’acquisto di buoni taxi, all’imposizione di limiti nell’assunzione di personale, alla soppressione e/o riduzione di enti, agenzie e organismi), sicché è impossibile procedere allo scrutinio della loro legittimità costituzionale in assenza di argomentazioni specifiche delle ricorrenti”.
“Non fondata è anche la censura di violazione delle norme statutarie riferita alle disposizioni relative alla determinazione del trattamento economico dei consiglieri e alla percezione di indennità o altri emolumenti comunque denominati”. “Gli statuti, infatti, si limitano a prevedere la fissazione, mediante legge regionale, di una indennità di carica (art. 26 dello statuto della Sardegna) o di presenza (art. 19 dello statuto del Friuli-Venezia Giulia), tacendo sulla loro misura e su altre eventuali spettanze.
Per questi ed altri motivi la Corte Costituzionale ha dichiarato “non fondate” o “inammissibili” le questioni di legittimità costituzionale sollevate.


( red / 14.02.14 )
Regioni.it

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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