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Regioni.it

n. 2621 - venerdì 5 dicembre 2014

Sommario
- Legge di stabilità: Conferenza delle Regioni il 10 dicembre
- Censis: preoccupazione per fondi strutturali europei
- Censis: servizio sanitario fondamentale per l'86,7% dei cittadini
- Politiche sociali: Rambaudi, da legge di stabilità boccata di ossigeno
- Istat: sale la spesa per le pensioni nel 2013
- Visco: corruzione forte ostacolo all'economia

+T -T
Censis: preoccupazione per fondi strutturali europei

Ritardi nella fase finale della programmazione 2007-13, ancora troppo frammentata quella 2014-20

(Regioni.it 2621 - 05/12/2014) “Il bilancio della Ue vale poco più dell'1% rispetto al Pii europeo, mentre la somma di tutti i bilanci dei singoli Stati membri assorbe una quota del 48%. Quindi, il peso dell'Europa in termini di politiche è minimo, ma le regole relative al debito e al deficit pubblico influenzano in modo decisivo gli investimenti e la spesa sociale dei singoli Paesi” E’ quanto si legge nel 48° rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014, curato dal Censis.
Anche se in termini quantitativi il “peso” dell’Unione Europea è minimo, occorre secondo il Censis, guardare con la lente d’ingrandimento il meccanismo del "dare e avere con l'Europa” perché ha un certo rilievo.
Dati alla mano: negli anni della crisi (2007-settembre 2013) “l'Italia ha versato complessivamente circa 106 miliardi di euro e ha ricevuto accrediti per 65 miliardi di euro, quindi il nostro contributo netto è stato pari a 41 miliardi di euro. Se rapportiamo, con riferimento al 2012, il contributo annuo di 16,5 miliardi di euro al Pil, risultiamo, seppur di poco, il primo fra i grandi contribuenti europei”.
Una parte di questa nostra contribuzione ci “viene restituita” con le politiche di sostegno previste con i programmi comunitari, ma “alla fine del periodo di programmazione 2007-2013 le risorse effettivamente impiegate sono risultate pari al 54%. Nello scampolo di programmazione che ci resta (2014- 2015) dovremmo portare a termine gli interventi per il restante 47%, quasi 14 miliardi di euro, con una capacità di spesa corrispondente a un miliardo al mese, da qui alla fine: obiettivo forse – sottolinea il Censis - difficilmente raggiungibile”.
Non riusciamo a spendere i fondi strutturali (che nel periodo 2007-2013 hanno finanziato oltre 739.000 interventi, per un ammontare pari a 51, 7 miliardi di euro, di cui oltre il 70% destinato al Mezzogiorno) a causa di “un'eredità” che ci portiamo dietro da più programmazioni.
Ma attorno a questo tema ci sono una serie di mistificazioni e di luoghi che andrebbero sfatati. Il primo è quello secondo cui alla fine l’Italia restituisce i soldi comunitari. Ebbene, sentenzia il Censis, “finora non è mai successo (benché ci si sia andati vicino) e speriamo non succeda neanche stavolta”.
A chi vorrebbe barattare i fondi strutturali con un diminuzione della contribuzione italiana all’UE, l’istituto di ricerca ribatte che “diversi studi confermano che i sussidi europei hanno accelerato la crescita del Pil pro-capite”. Non sol, “tale crescita, in alcune regioni” è da attribuire “quasi interamente agli aiuti europei” anche se “sembrerebbe che i fondi siano efficaci solo quando la regione di destinazione è dotata di un elevato capitale umano o è caratterizzata da una buona qualità dei governi locali”.
In ogni caso i fondi strutturali e le politiche di coesione “rappresentano una delle pochissime politiche pubbliche -
se non l'unica - indirizzate oggi a sostenere il rilancio dell'economia italiana (in particolare degli investimenti) e a rafforzare strutturalmente le basi competitive delle imprese e dei territori”.
Va poi tenuto presente – avverte il Censis - che “non siamo solo noi ad avere difficoltà e la crisi ha interrotto in tutta Europa quel processo di riduzione delle disparità regionali obiettivo ultimo dei fondi di coesione”. Fenomeno che appare più chiaro guardando l'andamento occupazionale. “Nel 2000 il tasso di disoccupazione medio, nel 20% delle regioni con maggiore difficoltà, era del 17,6% a fronte del 3,4% per le regioni a maggiore occupazione. Il rapporto tra i due valori era di 5,2; una distanza che si è andata assottigliando fino al 2007, quando tocca il valore minimo di 3,3 per poi risalire fino al. 5,3 del 2013: un valore più alto di quello di partenza, a testimoniare che nel 2013 la disparità regionale, in riferimento all'occupazione, era maggiore di quella del 2000. Questa accentuata divaricazione economica e sociale tra regioni europee sta creando un malcontento diffuso che, se non arginato, non può che scaturire in problemi politici e sociali”.
Con l’introduzione nel 2013 dell'Accordo di partenariato tra i singoli Stati e l'Unione si è stabilito che ogni Stato membro definisce la propria strategia, le priorità e le modalità di impiego dei fondi strutturali europei per il periodo 2014-2020 e senza il suo recepimento non possono essere approvati i Programmi operativi. La seconda bozza dell'Accordo di partenariato italiano è stata trasmessa alla Commissione europea nel mese di settembre, a chiusura del negoziato formale. L’accordo prevede risorse pari a 20,6 miliardi di euro a valere sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), 10,4 miliardi di euro a valere sul Fondo sociale europeo (Fse), 10,4 miliardi a valere sul Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) e 537,3 milioni di euro a valere sul Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (Feamp), per un finanziamento totale vicino ai 42 miliardi di euro.
L’accordo recepisce gli impegni assunti con la presentazione del documento "Metodi e obiettivi per un uso efficace dei fondi comunitari 2014-2020" e i riferimenti del position paper della Commissione europea sul nostro Paese”.
E il “Consiglio mantiene alta l'attenzione sul tema dell'efficienza della Pubblica Amministrazione per il cui miglioramento si richiedono ulteriori sforzi, anche sotto il profilo di una maggiore precisazione del riparto di competenze tra livelli di governo. Nell'ambito di questa raccomandazione viene ribadita l'esigenza di garantire una migliore gestione dei fondi europei, a livello nazionale e regionale, in particolare nelle regioni del Sud (in termini di capacità amministrativa, trasparenza, valutazione e controlli di qualità).  Nella sostanza, si è evidenziato l'eccessivo numero di oneri burocratici che rendono molte procedure estremamente gravose per i cittadini e le imprese, l'assenza e/o la scarsa efficacia di meccanismi di prevenzione e contrasto dei fenomeni di corruzione, l'implementazione spesso inefficace del principio di trasparenza, lo scarso o inefficace utilizzo delle moderne tecnologie sia per la gestione dei processi interni alle amministrazioni sia nella fase di erogazione di servizi ai cittadini, la debolezza dei processi di pianificazione, programmazione, controllo e valutazione, le inefficienze nel funzionamento complessivo del sistema giudiziario”. Quasi l’impietosa  “fotografia dei mali italiani”.
“Le cause del pessimo impiego dei fondi strutturali, come fanno notare alcuni, sono da ricercare nella scarsa attenzione politica a tali questioni e a una serie di errori che vengono sistematicamente compiuti. Il problema di fondo sembra ravvisarsi nell'assenza di grandi politiche nazionali, anche nell'utilizzo dei fondi strutturali: non abbiamo un piano dei trasporti o un piano della ricerca. In tali condizioni i vari livelli decisionali sono costretti, con le programmazioni legate ai fondi europei, a inventarsi politiche che non ci sono.
E se “è vero che alcune amministrazioni regionali sono particolarmente deboli”, il vero punto di debolezza è che mancano le politiche ordinarie. In Paesi dove queste ci sono, i fondi strutturali costituiscono una dotazione finanziaria aggiuntiva per potenziare le politiche ordinarie creando un effetto moltiplicatore. In Italia, invece, e questo vale soprattutto per le regioni meridionali, i fondi strutturali sostituiscono ormai la mancata spesa ordinaria e spesso disegnano azioni che non si raccordano agli interventi nazionali e non acquistano continuità nel tempo, rimanendo legate a una dotazione finanziaria straordinaria.
Vi è, dunque, soprattutto un ritardo politico nella definizione delle specifiche azioni da realizzare con una conseguente frammentazione delle stesse che finisce per renderle ingestibili. Basti qui ricordare che gli oltre 739.000 interventi finanziati con la programmazione 2007-2013 non sono dei veri e propri progetti o lotti funzionali, ma un universo estremamente eterogeneo e variegato di iniziative che vanno dalla realizzazione di opere infrastrutturali (il cui costo è di qualche centinaio di milioni di euro) fino a piccole spese autorizzate a valere sui fondi strutturali di poche centinaia di euro”.
Per il Censis ci sono responsabilità dell’Italia, ma anche della Commissione europea. Se è vero che “con i fondi comunitari in Italia si fa di tutto”, è anche vero che “una parte delle colpe è in capo alla Commissione europea, che chiede di scegliere e concentrare le risorse su alcune priorità, ma al tempo stesso impone di prevedere un gran numero di possibili opzioni e invita gli Stati membri a non trascurare tutta una serie di interventi che essa stessa ritiene importanti. Ciò malgrado, ci si sarebbe aspettati una migliore capacità di concentrazione, invece i risultati attesi, citati nell'Accordo di partenariato presentato dall'Italia, sono ben 70:
un numero decisamente elevato rispetto alle dotazioni, pure non piccole, dei programmi; e i grandi obiettivi sono tradotti in un numero straordinariamente alto di azioni previste: addirittura 336.
In tali condizioni le amministrazioni, centrali e soprattutto regionali, non sembrano in grado di realizzare tutti· questi interventi in tempi ragionevoli e con una qualità accettabile”.
“Insomma – conclude il Censis - i fondi strutturali non si possono sostituire a politiche che non ci sono: il rischio è di ritrovarci tra qualche anno a questionare sulle nostre incapacità, che conosciamo, ma alle quali non siamo stati in grado di porre un argine”.


( Stefano Mirabelli / 05.12.14 )
Regioni.it

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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Direttore responsabile: Stefano Mirabelli
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