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Regioni.it

n. 2676 - giovedì 5 marzo 2015

Sommario
- Rinviato l'incontro delle Regioni con Mattarella
- Medicina convenzionata: Montaldo, verso "riavvio del confronto"
- Renzi: macroregioni non all'ordine del giorno delle riforme costituzionali
- Chiamparino: la sanità piemontese torna credibile
- Rapporto sulla sorveglianza della mortalità materna in Italia
- Gli italiani hanno speso 2,7 mld di euro per assistenza infermieristica

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Gli italiani hanno speso 2,7 mld di euro per assistenza infermieristica

Dati Censis presentati al Congresso nazionale IPASVI

(Regioni.it 2676 - 05/03/2015) La ricerca del Censis “Infermieri e nuova sanità: opportunità occupazionali e di upgrading. Le prestazioni infermieristiche nella domanda di assistenza sul territorio”, elaborata per la Federazione dei Collegi IPASVI è stata presentata in occasione del XVII Congresso nazionale, che si è aperto il 5 marzo a Roma e che per tre giorni vedrà riuniti gli infermieri d'Italia per dibattere sul ruolo di questa figura professionale nella nuova Sanità e per sancire un nuovo patto per l'assistenza con i cittadini.
Sono 8.700.000 gli italiani che nel 2014 hanno usufruito di prestazioni di assistenza infermieristica erogate privatamente e hanno speso per queste, di tasca propria, 2,7 miliardi di euro. Di questi, 6.900.000 di assistiti hanno chiesto prestazioni una tantum, mentre 2.300.000 hanno avuto bisogno di prestazioni continuative. Ad aver bisogno di un’assistenza che il Servizio Sanitario Nazionale non ha garantito sul territorio sono stati il 44,4% dei non autosufficienti (1.400.000 persone), il 30,7% dei malati cronici (2.800.000) e il 25,7% degli ultrasettantenni (2.300.000).
Secondo l’indagine, la necessità per le famiglie di contenere le spese e la propensione a figure professionali non infermieristiche alimenta il fenomeno dell’inappropriatezza delle prestazioni.
Oltre 4.200.000 italiani nei dodici mesi precedenti l’intervista del Censis si sono rivolti a figure non infermieristiche (badanti, familiari, conoscenti, etc.) per avere prestazioni di tipo sanitario per varie ragioni: la fiducia nella persona cui si fa ricorso (42%), il costo eccessivo di un infermiere (33,7%), la convinzione che per alcune prestazioni in realtà l’infermiere non sia indispensabile (31,5%). La maggioranza si dichiara tutto sommato soddisfatta delle prestazioni avute, e giudica gli eventuali danni subiti “residuali”.
Tra coloro a cui si è fatto ricorso, le badanti sono una figura emblematica: nelle case in cui lavorano, gestiscono le terapie farmacologiche (88,8%), fanno iniezioni (32,3%), si occupano di eventuali bendaggi e medicamenti (30,4%), intervengono in caso di esigenze sanitarie che di solito richiedono il ricorso a infermieri (20,5%) e gestiscono un catetere (6,2%). Il 51,5% delle persone che impiegano una badante ritengono che la propria badante sia capace di svolgere prestazioni infermieristiche e il 30,6% la considera in grado di intervenire in caso di emergenze sanitarie.
Dall’indagine Censis emerge anche che esiste una domanda, reale e potenziale, di prestazioni infermieristiche alta e in crescita, e il numero di persone che hanno pagato direttamente di tasca propria è teoricamente ancora molto al di sotto del fabbisogno potenziale di prestazioni sul territorio e a domicilio. Ma nonostante ciò, sono evidenti situazioni di disoccupazione e sottoccupazione di infermieri, che spesso si rivolgono per lavorare a strutture private profit con la conseguenza di ottenere remunerazioni anche molto basse, ma a tariffe tutto sommato elevate per i cittadini.
Secondo l’Ipasvi, forte dei dati forniti dal Censis, tale situazione è anche il frutto del blocco delle assunzioni nel pubblico, che chiuderebbe molti sbocchi per gli infermieri. “La crisi economica ha danneggiato i cittadini ma anche diversi settori come quello infermieristico, spingendo verso un blocco del turn-over – commenta Carla Collicelli, Vice Direttore Generale del Censis – oggi il mercato è fermo, assunzioni non se ne fanno e i giovani laureati non trovano facilmente sbocchi nel pubblico; d’altra parte l’infermiere si vede prioritariamente come dipendente pubblico e non è particolarmente incline a entrare nel mondo del privato secondo regole precise. Bisognerebbe rafforzare la cultura imprenditoriale quindi: da un lato, le strutture sanitarie pubbliche per prime dovrebbero attivarsi al fine di favorire la continuità assistenziale post-ricovero, dall’altro gli infermieri devono iniziare a far propria l'idea dell'esercizio libero professionale sul territorio che può aprire importanti sbocchi lavorativi e soddisfare la grande domanda”. L’attività libero professionale o autonoma è considerata ancora dagli infermieri “una seconda istanza”, se non addirittura un ripiego, una fase di passaggio verso la “vera occupazione” da dipendente, possibilmente nel pubblico. Così, in attesa di sbocchi migliori, tanti infermieri si collocano in posizione subordinata e di debolezza nell’ambito delle prestazioni infermieristiche di territorio, sviluppando un’attività fondata su reti parentali, relazionali e di vicinato, o accettando collocazioni a basso reddito nelle strutture di intermediazione, dalle cooperative alle agenzie di intermediazione. E di debolezza ancora maggiore verso le agenzie (cooperative o imprese) che fanno incontrare la domanda dei cittadini con l’offerta di infermieri. Che la funzione di fare incontrare domanda e offerta sia strategica in questa fase lo testimoniano i dati della ricerca: il 25,4% degli italiani ha difficoltà a trovare un infermiere privato sul territorio in cui vive, molti ricorrono all’intermediazione di reti informali, parenti, amici e conoscenti.
“Dovremmo intervenire nel settore – commenta la senatrice Annalisa Silvestro, Presidente della Federazione IPASVI – per scongiurare quegli atteggiamenti a cui gli assistiti sono costretti per soddisfare il proprio bisogno di assistenza e per evitare che i nostri professionisti si trovino in situazioni di disagio e opacità lavorativa. D’altra parte che l’assistenza sul territorio sia carente e inevasa appare chiaro anche dai dati sull’applicazione del nuovo Patto per la salute, così come è evidente al contrario la necessità dei cittadini che questa decolli. Credo sia nostro compito intervenire. Non solo per ridare appropriatezza e continuità alle prestazioni infermieristiche, ma anche per mettere in sicurezza il cittadino nei casi in cui ricorre a persone al di fuori della professione. Potremmo coinvolgere il Parlamento per una proposta di legge che defiscalizzi le prestazioni assistenziali sanitarie se effettuate da infermieri e le Aziende sanitarie perché inseriscano e mantengano strutturalmente nel territorio infermieri educatori per informare, educare ed addestrare i familiari o i loro sostituti ad un accudimento informato, corretto e sicuro dei loro cari. In questo modo si potranno sostenere concretamente e rapidamente le tante famiglie italiane in difficoltà”.
“C’è un numero considerevole di cittadini che ha bisogno di assistenza e si impegna economicamente per ottenerla, rivolgendosi in quota parte agli infermieri. Ma - avverte la Presidente Silvestro - c’è anche chi utilizza un fai-da-te pericoloso, fino alla ricerca di soluzioni su internet, cosa che porta spesso chi la fa a ricorrere poi al pronto soccorso. E c’è una parte che si rivolge a personale non professionale e impreparato (badanti, familiari, conoscenti): anche questo è un gruppo su cui varrebbe la pena di riflettere perché si tratta di persone con tanta disponibilità, ma senza competenze e che per questo può far aumentare il rischio di manovre sbagliate e di impatti avversi per l’assistito”.


( red / 05.03.15 )
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