Header
Header
Header
         

Regioni.it

n. 2821 - venerdì 30 ottobre 2015

Sommario
- Legge di stabilità: Conferenza delle Regioni il 2 novembre alle 14.30
- Mattarella: nelle politiche pubbliche va considerata sostenibilità funzioni
- CREA: il mancato aumento del fondo sanitario è un taglio
- Scuola: al via Piano nazionale digitale
- Delrio, De Luca ed Emiliano sull'Alta velocità Napoli-Bari
- Assemblea Anci: gli interventi degli esponenti del Governo
- Seminario "Better regulation" nella UE: principi, obiettivi e strumenti

+T -T
CREA: il mancato aumento del fondo sanitario è un taglio

Antonini (Presidente Copaff) : la sanità è uno dei pochi settori pubblici in cui l'Italia si trova ai primi posti nelle classifiche internazionali

(Regioni.it 2821 - 30/10/2015) “Dobbiamo uscire dalla logica che il mancato aumento al fondo non sia un taglio perché non è corretto”, non fa troppi giri di parole Federico Spandonaro , Professore aggregato presso la l'Università degli studi di Roma Tor Vergata, in occasione della presentazione dell'11° Rapporto annuale Crea Sanità (curato dal consorzio Crea, il gruppo di lavoro dell’Università di Tor Vergata, diretto proprio da Federico Spandonaro). A questo punto occorre una “moratoria a medio termine di ogni tentativo di contrarre ulteriormente la crescita del finanziamento sanitario”. Una richiesta precisa che si leva dal mondo accademico e sostenuta da diversi esperti proprio, nel momento in cui la legge di Stabilità, con il mancato incremento del fondo sanitario per 2 miliardi inizia il suo percorso in Senato.
“Il mancato aumento – ha spiegato all'Ansa Spandonaro - è un taglio perché ci distanzia sempre più dai livelli di spesa degli altri Paesi Europei e riduce la percentuale di Pil destinata alla Sanità. E a pagare sono i cittadini, in particolare, la classe media”.
L'Italia, infatti, emerge dal rapporto, ha una spesa sanitaria che è del 28,7% inferiore a quelli di altri Paesi europei e, in prospettiva, il rischio, denunciano, è quello “di registrare l'impossibilità di mantenere livelli di risposta assistenziale paragonabili a quelli dell'Ue”. E le conseguenze del progressivo disinvestimento nella sanità si inizia a tradurre in pratica

Nonostante il generale buon livello di salute degli italiani, secondo il rapporto "stiamo velocemente perdendo il nostro vantaggio in termini di salute e il processo di convergenza sui livelli (peggiori) degli altri Paesi sembra avere accelerato negli ultimi 10 anni". In particolare ad esserne colpiti sono gli anziani con malattie croniche e, soprattutto, la classe media, penalizzata dalla crisi e dagli aumenti delle compartecipazioni. Tanto che il numero di chi rinuncia a curarsi è salito, nel 2014 a 2,7 milioni di persone. Continua ad aumentare infatti la spesa out of pocket (+14,5%), e la riduzione del disavanzo finanziario delle regioni in rosso del 43,7% tra il 2010 e il 2014 non è stato raggiunto grazie al riordino del sistema ma all’aumento di aliquote e Irpef.
La spesa sanitaria degli ultimi anni è in picchiata. Una discesa libera che ci porta indietro come livello di finanziamento di almeno il 30% rispetto agli altri Paesi dell’Europa, per lo meno del gruppo dei 14 paesi rapportabili al nostro.
“Nell'ultimo decennio siamo passati da valori che sono stati anche inferiori al 18%, per poi sfiorare il 30% (il 28,7 % come si è detto), con gli anni più recenti, quelli segnati dalle spending review, in cui il gap aumenta di oltre il 2% annuo (quasi il 3% fra il 2012 e il 2013)”.
E neppure le esigenze di risanamento della finanza pubblica sembrano più giustificare questi trend, spiegano: "malgrado la stagnazione del Pil, l'impegno degli italiani per la propria salute rimane sotto il 9% (tendendo a ridursi ancora), mentre EU14 ha ormai superato il 10% (differenza che è in percentuale rilevante ma ancora di più in termini nominali: e ricordiamo che in EU14, insieme ai Paesi più ricchi, abbiamo anche Grecia, Portogallo e Spagna, e quindi lo scarto dipende, e appare inferiore, anche per effetto dei minori livelli di spesa di questi ultimi Paesi)".
Secondo il Crea a sostenere il peso di questa situazione sono state le famiglie, soprattutto del ceto medio, e delle “solite” Regioni in difficoltà.
Per fotografare efficacemente l’impatto della situazione, il Crea ha elaborato un indice di equità, calcolato sulla percentuale di popolazione che rinuncia alle cure, la percentuale di famiglie impoverite a causa della spesa sociosanitaria sostenuta direttamente (out of pocket) dai cittadini e la quantità di spese “catastrofiche”, ossia improvvise ed elevate. Il quadro che ne viene fuori è di meno famiglie che sono andate in “bancarotta” per le cure sanitarie, ma per il solo fatto di aver rinunciato alle cure. Per 2,7 milioni di italiani il problema della salute è stato rinviato a tempi migliori, lasciando perdere pillole e dottori. E la situazione non è in miglioramento, visto che è in crescita costante la percentuale di chi paga di tasca propria (almeno 1,6 milioni nel 2013 e +14,5% nel 2014) per farmaci, visite ed esami diagnostici.
Non solo: il risanamento finanziario della sanità è pesato sui cittadini anche dal punto fiscale, penalizzando nei fatti quelli che risiedono nelle Regioni che non riescono a mantenere l'equilibrio finanziario del Ssn. Per questo non appare affatto casuale che la quasi totalità delle Regioni sottoposte a Piano di rientro (e in alcuni casi, come il Lazio, con i deficit più elevati) siano anche quelle in cui si osserva la maggior pressione tributaria locale tanto in termini di addizionale regionale Irpef che di Irap.
Spandonaro non cede però alla moda recentemente diffusasi di porre sul banco degli accusati esclusivamente le Regioni: “vorremmo evitare interpretazioni che possano far pensare ad una adesione alla posizione, che si tramuta facilmente in una sterile deriva antifederalista, per cui il vero attentato all'Universalismo risiede nella creazione di 21 sistemi sanitari regionali, la cui diversità, effetto degli “egoismi” e delle “inefficienze” locali, genererebbe di per sé grave nocumento all'Universalismo e al diritto dei cittadini alla tutela della salute. Posizione che non possiamo condividere di fronte all'evidenza che gli obiettivi del federalismo, primo fra tutti quello della responsabilizzazione finanziaria regionale, ma anche quello della razionalizzazione dell'offerta, sono stati in larga parte raggiunti: e anzi, è proprio in alcuni nodi irrisolti a livello centrale che risiedono, a nostro parere, rischi di tenuta del sistema. In continuità con i precedenti Rapporti Sanità, sposiamo la tesi per cui la complessità (intrinseca nel settore sanitario) è naturalmente permeata di fattori di “diversità”, che non è corretto combattere per “ragioni di principio”; sono infatti enzimi essenziali per una evoluzione del sistema, purché adeguatamente governati”.
“Finché rimarrà in cima all'agenda politica il tema dell'inefficienza difficilmente si determinerà un incentivo al vero cambiamento: posizione assolutamente miope in base ai dati disponibili, ma certamente dominante. Si tratta di una idea che permea la cultura politica (e in parte tecnica) del Paese, tant'è che non c'è anno (o finanziaria o legge di stabilità che sia) in cui non fioriscano i rumors, con relative smentite, di nuovi tagli al finanziamento della Sanità pubblica; ex post duole poi ammettere che per lo più i rumors “vincono” sulle smentite, e qualche taglio si verifica sempre, ovviamente sempre “tecnicamente” giustificato dalla riduzione degli sprechi”, conclude Spandonaro.
Chi da molto tempo ha a che fare con le Regioni, con i loro conti, con il loro impegno, difficilmente cede alla tentazione demagogica di una facile colpevolizzazione. Così Luca Antonini, Presidente della Commissione per il federalismo fiscale (Copaff) ha puntualizzato – in un breve intervento pubblicato su “Panorama” del 29 ottobre - su ruoli e criticità prendendo spunto da alcune esternazioni del Ministro della salute. “Secondo il ministro Lorenzin è stato «un erro re fatale» aver delegato la sanità alle Regioni. Sta dando i numeri? No, sta solo facendo affermazioni fuori luogo perché i numeri – scrive Antonini - dimostrano il contrario: la sanità è uno dei pochi settori pubblici in cui l'Italia si trova ai primi posti nelle classifiche internazionali: secondo l'Ocse infatti si colloca al 2° posto per qualità e all’11° per livello di spesa. Ben diversa la prestazione dei tre settori pubblici di competenza dello Stato centrale. Quanto alla giustizia l'Italia nella classifica Doing Business è 109sima (su 188 Paesi) in compagnia di Gabon e Guinea. Per l'Ocse, quanto all'istruzione, dove l'Italia ha un rapporto tra docenti e studenti sopra la media, è in fondo alla graduatoria dei Paesi con i migliori livelli di istruzione; per la sicurezza è al 27° posto su 36 Paesi. Certo, nella sanità ci sono Regioni che funzionano benissimo e altre malissimo: il rimedio non è ricentralizzare tutto ma – conclude antonini - applicare davvero i costi standard”.


( Stefano Mirabelli / 30.10.15 )
Regioni.it

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

Proprietario ed Editore: Cinsedo - Centro Interregionale Studi e Documentazione
Direttore editoriale: Marcello Mochi Onori
Direttore responsabile: Stefano Mirabelli
Capo redattore: Giuseppe Schifini
Redazione: tel. 064888291 - fax 064881762 - email redazione@regioni.it
via Parigi, 11 - 00185 - Roma
Progetto grafico: Stefano Mirabelli, Giuseppe Schifini
Registrazione r.s. Tribunale Roma n. 106, 17/03/03

Conferenza Stato-Regioni
Conferenza Stato-Regioni

Conferenza delle Regioni e Province autonome
Conferenza delle Regioni

Conferenza Unificata (Stato-Regioni-Enti locali)
Conferenza Unificata



Go To Top