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Regioni.it

n. 3057 - lunedì 28 novembre 2016

Sommario
- P.A.: sentenza Corte Costituzionale su riforma Madia
- Zaia su Consulta: sentenza storica
- Decisione Consulta su riforma P.A.: De Luca, Rossi e Serracchiani
- Mobilità sanitaria: schema per accordi bilaterali tra Regioni
- Mangimi: parere sul decreto per sanzioni delle violazioni
- La Bioeconomia nella strategia nazionale di specializzazione intelligente
- II Assemblea nazionale sull'amianto il 29 novembre

Documento della Conferenza delle Regioni del 10 novembre

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La Bioeconomia nella strategia nazionale di specializzazione intelligente

(Regioni.it 3057 - 28/11/2016) La Conferenza delle Regioni del 10 novembre ha approvato un documento di posizionamento sulla bioeconomia.  Il testo vuole essere un "contributo regionale - ha scritto il presidente Stefano Bonaccini, inviando il documento al sottosegretario De Vincenti e ai ministri Calenda e Martina - all'attuazione della Strategia nazionale di specializzazione intelligente".
Si riporta di seguito il documento (senza le note e la tabella 2). Il testo integrale è stato pubblicato nella sezione "Conferenze" del sito www.regioni.it.
Documento delle Regioni e delle Province autonome di posizionamento sulla bioeconomia in attuazione della strategia nazionale di specializzazione intelligente (Snsi)
Obiettivi del documento
In questo documento è individuato il ruolo ed il contributo che le Regioni possono fornire alle prospettive di crescita del settore italiano della Bioeconomia, all’interno del quadro di riferimento nazionale ed europeo.
Introduzione e contesto
La Bioeconomia vuole favorire la transizione da un sistema produttivo economico energivoro, basato sulle risorse fossili non rinnovabili e con accentuato impatto ambientale, ad un sistema più sostenibile fondato su un utilizzo razionale ed integrale delle risorse biologiche (biomasse in senso lato). La Bioeconomia si propone pertanto di promuovere lo sviluppo di un’economia a minore impatto ambientale, che rigeneri gli ecosistemi naturali anziché impattarli, e maggiormente efficiente dal punto di vista delle risorse nel un più ampio contesto di sviluppo dell’economia circolare.
Come riportato in un recente studio pubblicato dalla Ellen MacArthur Foundation, “Growth Within: A circular economy vision for a competitive Europe”, l’economia circolare sarà in grado di creare in Europa un beneficio netto di € 1.8 trilioni entro il 2030, traducendosi in un incremento del PIL dell'11% entro il 2030 (rispetto al 4% nel percorso di sviluppo attuale), permettendo una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 48% entro il 2030 rispetto ai livelli attuali (e dell’83% entro il 2050). Nel quadro di uno sviluppo verso un modello di economia circolare, il comparto della Bioeconomia, come descritto all’interno della strategia “Innovating for Sustainable Growth: A Bioeconomy for Europe”, ha un peso economico di circa 2.000 miliardi di euro e oltre 22 milioni di persone impiegate, che rappresentano il 9% dell’occupazione complessiva dell’UE. Viene inoltre stimato che per ogni euro investito in ricerca e innovazione nella Bioeconomia, con adeguate politiche di sostegno a livello nazionale e comunitario, la ricaduta in valore aggiunto nei settori del comparto biobased sarà pari a dieci euro entro il 2025 (cfr. Ellen MacArthur Foundation, the McKinsey Center for Business and Environment, and SUN).
Il settore della bioeconomia dovrà però affrontare sfide enormi su scala globale. Sull’uso delle risorse biologiche convergono, infatti, sia la domanda di cibo di una popolazione mondiale sempre crescente, sia la domanda di produzione di materiali e composti per l’industria, che in prospettiva dovranno sostituire i materiali sintetici ottenuti dalla chimica del petrolio. Nutrire il pianeta in modo sicuro e sostenibile è un obiettivo strategico definito dai governi di tutti i Paesi del mondo, recentemente posto all’attenzione dell’opinione pubblica con l’iniziativa Expo2015. Si calcola che nel 2050 ci saranno almeno 9 miliardi di persone e che per fornirle di cibo a sufficienza le produzioni agricole dovranno crescere almeno del 70%. Contemporaneamente alcune delle materie prime tradizionali e non rinnovabili iniziano a scarseggiare. Attualmente, infatti, si calcola un consumo di risorse naturali come se avessimo a disposizione una Terra e mezza e le proiezioni dicono che, se tutto il mondo utilizzasse le risorse naturali come la media dei Paesi OCSE, si dovrebbero avere a disposizione tre Terre invece di una. Si dovrà quindi produrre di più con meno risorse, il tutto in un contesto di accentuati cambiamenti climatici causati dall’aumento in atmosfera dei gas serra. Dalle biomasse, oltre che cibo ed alimenti, dovranno essere prodotti materiali per l’industria, per la chimica fine, per la farmaceutica, sfruttandone al massimo la composizione biochimica attraverso sistemi di separazione e valorizzazione di tutte le componenti utili, soprattutto riutilizzando come risorsa gli scarti delle produzioni alimentari, senza incidere in modo significativo sull’uso dei suoli, sulla qualità degli agroecosistemi e sulle produzioni agroalimentari. Le biomasse, derivanti dall’agricoltura o dalle foreste, impiegano, tra l’altro, importanti risorse naturali, suolo ed acqua, di cui bisogna preservare rispettivamente fertilità e qualità, attraverso un loro impiego parsimonioso e razionale. 
Per vincere queste sfide si rende necessaria una vera e propria rivoluzione copernicana dei sistemi economico-produttivi, sviluppando innovazioni tecnologiche, sociali ed organizzative a più livelli. Il ruolo della ricerca in questo scenario appare determinante. Fondamentale sarà il contributo dalle scienze biotecnologiche, dalle “omiche” (genomica, metabolomica, proteomica, fenomica) per la conoscenza dei sistemi biologici, del loro metabolismo fine, della loro capacità ad adattarsi alle mutate situazioni climatiche ed ambientali. Grazie a tali conoscenze, per esempio, potranno essere scoperti biomateriali e composti naturali utili per la salute dell’uomo, per lo sviluppo di biopolimeri o per la produzione di intermedi di interesse industriale. Sviluppi importanti si attendono in agricoltura soprattutto in campo genetico, con il miglioramento continuo delle varietà coltivate, la comprensione dei cicli biogeochimici e della funzionalità dei suoli, nella sostituzione dei fertilizzanti di origine sintetica, nella difesa delle colture con minimo impiego di insetticidi e anticrittogamici, nelle tecniche di coltivazione che riducano erosione, perdita di sostanza organica e fabbisogni energetici. Un altro contributo determinante per la sostenibilità dei processi produttivi in agricoltura potrà derivare dagli sviluppi delle applicazioni ICT nel cosiddetto precision farming, ossia nell’applicazione intensa di sensori, tecnologie di analisi immagine da telerilevamento, droni, per la gestione accurata degli input.
Anche il settore agroalimentare, che già ora rappresenta in Europa quasi il 50% del fatturato dei settori compresi nel concetto di Bioeconomia, vede aprirsi enormi possibilità di innovazione e crescita. L’innovazione riguarda le proprietà nutrizionali degli alimenti e la loro relazione con la salute e il benessere, settore già ora di grande interesse e dinamismo, ma anche le tecniche di conservazione, il packaging, la logistica, con l’ottica di una riduzione degli sprechi e degli scarti. Anche la relazione tra qualità e disponibilità di cibo, abitudini alimentari, stili di vita e salute rientrano in un concetto allargato di Bioeconomia.
Centrale poi, nello sviluppo industriale della bioeconomia, è il concetto di bioraffineria, ossia di un sistema integrato di processi estrattivi, di purificazione, di modifica biochimica, in grado trasformare la biomassa in molteplici prodotti con diverse sbocchi di mercato. Si impone quindi un nuovo patto virtuoso tra sistema produttivo agroforestale e nuova industria “biobased”. Un sistema agroforestale che diventa determinante per lo sviluppo dell’industria ed un’industria che apre nuovi sbocchi di reddito al sistema agricolo.
Uno dei paradigmi della bioeconomia è che essa genera sviluppo e lavoro laddove siano presenti le biomasse, un’occasione importante dunque per le Regioni di poter sviluppare l’economia e lo sviluppo.
In un quadro di riferimento così sfidante e di grande prospettiva è importante che i Paesi membri europei si dotino di strategie nazionali che favoriscano l’uso di materie prime rinnovabili, lo sviluppo di tecnologie innovative legate all’efficienza delle risorse e la creazione di filiere sostenibili.
Molti Paesi europei (Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia, e recentemente Spagna) e mondiali (Giappone, Russia, USA) hanno già adottato strategie nazionali sulla bioeconomia, testimoniando il rilevo strategico di questo importante settore economico.
In Italia, virtù della disponibilità delle risorse naturali presenti sul territorio, la dimensione regionale appare determinante per implementare modelli di sviluppo ad hoc nell’ottica della bioeconomia per i vari territori, valorizzandone le tipicità e le caratteristiche qualitative, puntando alla sostenibilità ambientale ed economica. In questo senso risultano strategiche le indicazioni contenute nei vari documenti di Specializzazione Intelligente (RIS3/S3) elaborati come condizionalità ex ante per l’utilizzo dei fondi europei da parte delle Regioni Italiane, così risulta fondamentale l’armonizzazione degli strumenti di supporto agli investimenti ed alle attività rappresentati dai fondi FESR, FEASR ed FSE 2014-2020.
I cluster e le filiere tecnologiche-produttive che si stanno sviluppando sui territori regionali, si prestano a fare da volano alla rivoluzione della bioeconomia, in quanto puntano a far coesistere territorialmente eccellenze scientifiche e imprenditoriali, creando e consolidando nel tempo reti di collaborazione e cooperazione in ambiti strategici per la crescita economica.
Un ulteriore contributo che le regioni possono dare allo sviluppo della bioeconomia nazionale riguarda le azioni che possono incoraggiare il cambiamento in abitudini e consumi, con adeguate iniziative in campo formativo e di sensibilizzazione, che coinvolgano il sistema scolastico e gli strumenti di sostegno alla formazione specialistica e post-universitaria attraverso l’FSE.
Appare infine interessante la possibilità che le regioni possano sviluppare una specifica domanda, sotto forma di public procurement, che incentivi buone pratiche nel campo della sostenibilità ambientale e dell’utilizzo di tecnologie e prodotti bio-based.
La Bioeconomia in Italia
Come descritto in precedenza il settore della Bioeconomia poggia essenzialmente su 3 pilastri produttivi:
1. il comparto agricolo, zootecnia, pesca, acquacoltura e foreste ;
2. l’industria alimentare;
3. l’industria bio-based della chimica e fuels da fonti rinnovabili.
L’Italia detiene oggi un’importante posizione di leadership nella Bioeconomia europea che la pone al terzo posto per Produzione Lorda Vendibile (PLV) e numero di addetti, dietro a Germania e Francia, con circa 250 milioni di euro di PLV e due milioni di posti di lavoro.
Il settore agricolo nazionale è caratterizzato da una Superficie Agricola Utilizzata (SAU) di circa 12,7 milioni di ettari con 1,7 milioni di aziende agricole. Il settore agroalimentare produce un giro di affari annuale di 26,58 miliardi di euro, di cui 14 in agricoltura, 11,4 in zootecnia ed 1,18 in acquacoltura, con un’occupazione totale di circa 600.000 unità lavorative.
Le produzioni agroalimentari italiane presentano un forte carattere identitario e distintivo apprezzato sul mercato con il marchio “Made in Italy”, a cui i consumatori associano aspetti positivi legati alla qualità, diversità e legame con gli aspetti culturali dei territori. L’Italia detiene il primato in ambito europeo per il numero di prodotti, 219 nel 2010 (Dati ISTAT di qualità DOP, IGP, ed STG registrati a marchio). Un ulteriore caratteristica, particolarmente apprezzata, ma non ancora pienamente valorizzata, è la presenza di una forte biodiversità per alcune produzioni di particolare pregio, tra cui l’olivicoltura e la viticoltura.
L’industria alimentare e delle bevande italiana è al terzo posto in Europa, dopo Germania e Francia, con un giro d’affari annuale di 234 miliardi di euro, caratterizzato da un buon tasso di esportazione che ammonta a 28,6 miliardi. Il settore dell’industria alimentare conta oltre 55.000 imprese che impiega 385.000 persone. Il tessuto delle imprese è caratterizzata dalla forte presenza di PMI, con solo 6.845 che contano più di 9 persone (Stime da Federalimentare 2015).
Il settore forestale italiano è rilevante e si basa su circa 30 milioni di ettari, presenta un giro di affari annuale di circa 0,54 miliardi di euro per la forestazione e di 28 miliardi di euro derivati dall’industria del legno e dei prodotti derivati dal legno. Il settore occupa annualmente 200.000 addetti diretti nella forestazione e 410.000 addetti nell’industria del legno e derivati.
Per quanto riguarda l’industria biobased, l’Italia, rispetto ad altri Paesi, presenta tutta una serie di precondizioni che favoriscono il passaggio verso la bioeconomia, secondo un modello di economia circolare; passaggio che integri più efficacemente il settore della chimica da fonti rinnovabili, date dalle condizioni geografiche, dalla struttura del settore agricolo, dalle industrie, dalle infrastrutture e dal know-how di ricerca. Analizzando nello specifico la filiera di eccellenza della chimica da fonti rinnovabili, Il nostro Paese, forte anche di un modello distintivo e virtuoso di collaborazione tra mondo agricolo e delle imprese, è inoltre oggi già impegnato in progetti di riconversione di siti industriali in crisi in bioraffinerie per la produzione di bioprodotti e biochemicals da fonti rinnovabili, con ricadute positive dal lato occupazionale, ambientale, di redditività dei prodotti e di integrazione con i prodotti della chimica da petrolio per una loro maggiore specializzazione e competitività.
L’Italia vanta attualmente nel settore 5 impianti pilota, 2 impianti dimostrativi e 3 siti industriali con 5 produzioni industriali (flagship) di avanguardia in Europa. Nello stesso ambito operano oltre 1.600 ricercatori in centri di ricerca dedicati presenti in almeno 9 Regioni. Il settore ha grandi potenzialità di crescita economica e occupazionale nel nostro Paese. In quattro regioni (Piemonte, Lombardia, Umbria, Sardegna e Veneto) è concentrata la maggior parte degli investimenti, anche in virtù di siti industriali recuperati. Sono tre le Regioni del Sud Italia (Campania, Puglia, Sardegna) che ospitano importanti iniziative.
Un ulteriore settore economico rilevante per la Bioeconomia è l’industria del mare. L’Italia, con i suoi circa 8 mila km di coste, la sua tradizione marinara, la sua peculiare posizione nel Mediterraneo, e l’ampiezza delle proprie attività industriali e di ricerca nel settore marino e marittimo, può trarre grandi vantaggi dal mare che deve però saper anche salvaguardare da fenomeni di degrado ecologico-ambientale. I cantieri navali e il trasporto marittimo, i porti e la pesca sono le attività marittime principali del settore unitamente al turismo costiero e marittimo; queste, nell’insieme, contano più di 200 mila imprese e garantiscono al Paese 40 miliardi di euro di valore aggiunto prodotto annuale con circa 500 mila posti di lavoro diretti e legati alle attività dell’indotto. Il settore presenta grandi potenzialità di crescita economica e occupazionale, attraverso azioni di R&I a sostegno dell’industria marittima, della pesca e dell’acquacoltura, della cantieristica e del settore crocieristico. Tale patrimonio deve essere tutelato e gestito anche e soprattutto per fini produttivi. I mari circostanti la Sardegna si prestano in particolar modo per una razionale gestione delle risorse, per la tutela della biodiversità, per l’incremento della variabilità genetica degli stocks ittiologici sfruttati, per la messa a punto di attrezzi altamente selettivi che consentano di ridurre gli scarti di pesca e creare aree di tutela biologica che permettano un ripopolo per le specie in sofferenza. E’, inoltre, indispensabile promuovere attività che consentano di valorizzare economicamente le molte specie non oggetto di sfruttamento.
Iniziative nazionali e regionali rilevanti per la bioeconomia
La costituzione dei Cluster Tecnologici Nazionali è stata promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nell’ottica di identificare delle realtà – aggregazioni organizzate di imprese, università, istituzioni pubbliche o private di ricerca e soggetti attivi nel campo dell’innovazione, presenti in diversi ambiti territoriali, con valenza interdisciplinare e internazionale – che potessero agire da propulsori della crescita economica sostenibile dei territori e dell’intero sistema economico nazionale, in linea con le agende strategiche comunitarie e con gli obiettivi di Horizon 2020, il Programma Europeo per la ricerca e l’innovazione per il periodo 2014/2020. Tra gli otto cluster identificati, quelli della Chimica Verde (SPRING) e dell’Agrifood (CLAN) sono perfettamente coerenti con il settore della Bioeconomia. SPRING e CLAN rappresentano due piattaforme nazionali a sostegno delle filiere industriali innovative basate sull’innovazione nei processi dell’industria alimentare e di filiere innovative basate sulla chimica da fonti rinnovabili, integrate e multisettoriali, in grado di contribuire ad una rigenerazione territoriale e alla crescita economica all’interno di un più ampio modello di Bioeconomia.
Il Cluster SPRING nasce per iniziativa di Biochemtex, Novamont e Versalis, tre realtà industriali che si sono distinte negli ultimi anni per lo sviluppo di tecnologie e processi fortemente innovativi e per la messa a punto di materiali e prodotti da fonti rinnovabili, e di Federchimica, che rappresenta l’intera industria chimica italiana e la sua vocazione alla sostenibilità. I soggetti aderenti al Cluster, costituito come Associazione senza scopo di lucro, sono tutte realtà che a diverso titolo operano nel campo della bioeconomia e che rappresentano l’intera filiera italiana della chimica “verde”, dall’agricoltura alla ricerca nel campo della chimica da fonti rinnovabili e delle biotecnologie industriali, alla realizzazione di materiali e bioprodotti, all’industria di trasformazione e infine alla fase di smaltimento, a garanzia di un approccio multisettoriale fondamentale per lo sviluppo del settore. Tra i soci figurano grandi player industriali, PMI, università, e tutte le principali organizzazioni di ricerca pubbliche italiane operanti nel settore della trasformazione e della raccolta della biomassa. Ad essi si aggiungono numerosi soggetti attivi nel campo del trasferimento tecnologico e della comunicazione ambientale – poli regionali di innovazione, parchi tecnologici, consorzi, associazioni di categoria e territoriali, agenzie di sviluppo, fondazioni -, tutti interlocutori privilegiati per la diffusione, anche sul medio e lungo termine, delle attività e delle iniziative del Cluster. Nel dicembre del 2012 il cluster SPRING è stato riconosciuto come cluster tecnologico nazionale in seno all’Avviso indetto dal MIUR, e rappresenta importanti stakeholder. Sono 8 le Regioni che hanno già firmato l’Accordo di Programma con il MIUR per la definizione e messa a sistema delle attività complementari e/o funzionali allo sviluppo, alla valorizzazione e alla promozione del Cluster SPRING nell’ambito dei territori dalle Regioni sottoscrittrici (Basilicata, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Umbria e Veneto).
Il CL.USTER A.GRIFOOD N.AZIONALE CL.A.N. è stato promosso, in risposta all’Avviso MIUR del 2012, da Federalimentare - Federazione Italiana dell’Industria Alimentare e dall’Aster - Consorzio tra Regione Emilia Romagna, Università, Enti di ricerca, ed Associazioni imprenditoriali, assieme ad Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, all’ENEA (entrambi membri dell’Ufficio di Presidenza del Cluster) e agli altri 22 componenti dell’Organo di Coordinamento e Gestione. Dal 2 ottobre 2013 il Cluster è un’Associazione senza fini di lucro che conta oltre 80 soggetti aderenti, tra imprese di grandi e medio-piccole dimensioni, università e centri di ricerca, associazioni imprenditoriali, distretti tecnologici, organizzazioni non governative e altri stakeholder attivi nel settore del agroalimentare. Il Cluster può contare sull’esperienza acquisita dagli Associati già coinvolti in importanti iniziative multi-stakeholder, quali la Piattaforma Tecnologica Europea “Food for Life”, la Piattaforma Tecnologica Nazionale “Italian Food for Life”, successivamente confluita nel Cluster, e il Consorzio FoodBest - FoodNexus, creato per rispondere al bando dell’European Institute of Technology volto a finanziare una “KIC” (Knowledge and Innovation Communities) sul food. Altrettanto rilevante è la rappresentatività del Cluster a livello territoriale. Sono, infatti, ben dodici le Regioni che sono in procinto di firmare l’Accordo di Programma con il MIUR per la definizione e messa a sistema delle attività complementari e/o funzionali allo sviluppo, alla valorizzazione e alla promozione del Cluster CL.A.N. nell’ambito dei territori dalle Regioni sottoscrittrici (Abruzzo, Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria).
E’ da segnalare che il MIUR Lo scorso 17 agosto ha emanato l'avviso (Decreto Direttoriale 3 agosto 2016 n. 1610) da 3 milioni di Euro per il sostegno all’avvio dei 4 nuovi Cluster Tecnologici Nazionali (CTN) che, congiuntamente agli 8 CTN già esistenti favoriranno la presentazione di progetti di ricerca industriale e cooperazione pubblico-privata agli avvisi che stanziano oltre 300 milioni entro la fine del 2016 e il primo trimestre del 2017 (comunque non oltre un mese e mezzo dalla chiusura della valutazione dei progetti relativi ai quattro nuovi CTN). Tra i nuovi cluster individuate, rilevante ai fini della strategia sulla Bioeconomia e per il posizionamento delle Regioni è il Blue Growth, il cluster che si occuperà di innovazione e valorizzazione delle risorse idriche e marine.
Finalità del documento e prima mappatura regionale
Il presente documento è stato elaborato sulla base di una discussione delle Regioni per l’armonizzazione delle politiche industriali e di ricerca legate al settore della Bioeconomia, al fine di stabilire un posizionamento rispetto alle iniziative condotte a livello nazionale. Allo stesso tempo il documento favorisce il compito di monitorare, orientare ed analizzare le iniziative più idonee per la corretta e profittevole implementazione della Strategia per la Specializzazione Intelligente a livello regionale e nazionale.
Il lavoro si è sviluppato dapprima con una mappatura dei settori tecnologici già elaborati e contenuti nei documenti programmatici regionali, riportati nella Tabella 1, sulla base dei contributi pervenuti dalla Regioni: 

 
 

Un’analisi più attenta, condotta tramite richiesta di contributi alla Regioni, sulle traiettorie tecnologiche contenute nei documenti S3 ha consentito di rilevare una serie di informazioni di dettaglio che si riportano nella Tabella 2.
Relativamente ai contributi il campione di Regioni analizzato è stato inferiore al 50%. Tuttavia il campione è significativo per la tipologia di temi affrontati, molti dei quali sono simili e centrati su nodi cruciali dei sistemi produttivi.


Link al documento integrale:
Documento Approvato - BIOECONOMIA: posizione sull'ATTUAZIONE STRATEGIA NAZIONALE DI SPECIALIZZAZIONE INTELLIGENTE (SNSI)



( sm / 28.11.16 )
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Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

Proprietario ed Editore: Cinsedo - Centro Interregionale Studi e Documentazione
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