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Regioni.it

n. 3290 - lunedì 18 dicembre 2017

Sommario
- Rapporto Enpam-Eurispes sul Servizio Sanitario Nazionale
- L'innovazione tra miti e spettri, indagine Censis-Agi
- Grieco agli Stati Generali dell’Alternanza scuola-lavoro
- Contenzione meccanica: analisi mostra passi in avanti sulla prevenzione
- Basilicata: misure contro il gioco d'azzardo
- Atti della Conferenza Stato-Regioni del 14 dicembre

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Rapporto Enpam-Eurispes sul Servizio Sanitario Nazionale

(Regioni.it 3290 - 18/12/2017) “In Italia il bene-salute è accettabilmente garantito, pur tra le difformità e gli squilibri che nei inficiano l'immagine complessiva”. Nell’ultimo Rapporto Enpam-Eurispes sul nostro Servizio Sanitario Nazionale si rileva che, pur restando fra i migliori al mondo, sono ancora presenti dei margini di miglioramento.
Gian Maria Fara, presidente Eurispes, sottolinea come occorra “soprattutto ricordare che, nonostante i ritardi e i problemi, il nostro Sistema sanitario nel confronto internazionale rimane uno dei migliori al mondo per la capacità di assicurare la salute dei nostri cittadini”.
In particolare viene evidenziato il problema del blocco del turn over che impedisce un ricambio di personale negli ospedali, creando così un fenomeno di precarizzazione di figure qualificate come medici, assistenti sanitari e tecnici.
Nel 2011 si rileva che nelle strutture della sanità pubblica operavano almeno 35mila precari, tra cui 10mila medici, con lavoro a gettone.
Dal Rapporto, evidenziano i curatori, “risulta un quadro che apparirà sorprendente a chi ritiene, sulla base dell'informazione pubblica e di quella del web, che la situazione italiana sia decisamente peggiore delle altre per l'inefficienza, gli sprechi, le carenze organizzative, l'assenteismo, le prassi corruttive, che ne caratterizzano l'attività. E invece così non è”.
L'Italia investe il 14,1% della spesa pubblica per mantenere il proprio sistema sanitario, l'1,1% meno della media europea. L'Irlanda è il paese che vi dedica la quota più alta (19,3%), ma questa spesa incide solo per il 5,7% del proprio Pil, dato che per l'Italia sale al 7%. Cipro è il paese che spende per la sanità la percentuale più bassa della spesa pubblica, pari al 2,6% del proprio Pil.Gli operatori impegnati nella sanità rappresentano una quota di lavoro rilevante nel nostro Paese. Nel 2015 gli occupati nel comparto sono stati 1.796.000. Considerando la quota di lavoro nero e grigio che si annida soprattutto nell'area della cura alla persona, è legittimo ritenere che a questi si debbano aggiungere tra le 300.000 e le 400.000 unità, portando il totale a circa 2.200.000 addetti, ovvero ad una quota vicina al 10% del totale occupati del Paese.
In Italia operano 37.047 medici odontoiatri (Istat-Rcfl-2016). In confronto ad altri paesi europei la quota degli odontoiatri che lavorano nella sanità pubblica è tra le più basse, e sempre per il 2016 si assesta al 2,9%, ovvero a meno di 1.100 unità. Le cure dentarie sono dunque sostanzialmente a carico delle famiglie, incidendo fortemente sulla spesa sanitaria totale.
I liberi professionisti sono 31.604, e a loro volta generano lavoro per decine di migliaia di assistenti alla poltrona, igienisti e addetti alla segreteria.
Le statistiche elaborate dagli organismi internazionali (Ocse e Ue) fanno rientrare l'Italia nei range medi di diffusione delle cattive pratiche e dell'illegalità. Le stime più accreditate circa il tasso medio di corruzione e frode in sanità stimano nel 5,59%, con un range che spazia tra il 3,29 e il 10%. Se si applicassero questi valori alla situazione italiana, che per ciò che riguarda la spesa pubblica vale circa 113 miliardi di euro l'anno, ciò si tradurrebbe in un danno di circa di 6,5 miliardi di euro l'anno. Se poi alla stima dell'impatto della corruzione sommiamo quella dell'inefficienza della spesa pubblica nel comparto sanitario (che inciderebbe per il 3% del totale) e il peso degli sprechi, valutato nell'ordine del 18% della spesa totale, l'insieme delle pratiche corruttive, degli sprechi e delle inefficienze, costerebbero annualmente al nostro Paese ben 23,6 miliardi di euro.
La Guardia di Finanza per il 2016 ha segnalato che le frodi più ingenti hanno interessato le procedure di accreditamento di strutture sanitarie, per un valore economico di oltre 50,4 milioni di euro, seguite in questa non esaltante classifica dalle truffe legate alle indebite percezioni di rimborsi e pagamenti da parte del Servizio Sanitario Nazionale (27 milioni di euro) e alle illecite attività lavorative svolte da dipendenti (7,1 milioni di euro).
Inoltre la Guardia di Finanza è riuscita ad individuare solo nell'ultimo biennio ben 885 soggetti che, tramite false autocertificazioni, hanno beneficiato di prestazioni farmaceutiche e specialistiche per oltre 800.000 euro.
Tra le contraddizioni più stridenti-  evidenzia ancora il Rapporto - quella della lunghezza delle liste di attesa per le visite specialistiche e per i ricoveri ospedalieri che ha prodotto riflessioni critiche sul ruolo ed il reale funzionamento dell’intramoenia, che finisce col generare una forte disparità nell’erogazione della cura su base censuaria, oltre che dilatare i tempi di accesso alle visite specialistiche per chi non vi fa ricorso. Inoltre il Rapporto segnala che se la spesa delle famiglie in ticket per il 2015 è di 1.403.626.000 euro, gli italiani hanno sborsato nello stesso anno per l’intramoenia ben 1.118.395.000 euro.
Attualmente dall’intramoenia entra nelle casse pubbliche poco più 10% dei volumi generati dall’intramoenia stessa: circa 150 milioni di euro. La quota di ricavo lordo risulta inoltre progressivamente in discesa: circa il 15% nel triennio 2005-2007, intorno al 13% nel 2008. "Nel Lazio i volumi complessivi di intramoenia producono più di 137.000.000 di euro, ma nelle casse della sanità regionale rimangono solo circa 13.000.000 di euro. In Lombardia si spendono in intramoenia circa 262.000.000 di euro, ma alle casse della Regione ne giungono solo circa 18.000.000".
Su 570 casi di presunti errori monitorati, 117 si sono verificati in Sicilia, 107 in Calabria, 63 nel Lazio, 37 e in Campania, 36. Oltre la metà dei decessi (232, il 58%) è riferibile alle regioni del Sud e Isole (Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna). Questi dati evidenziano le forti differenze territoriali in quanto ad emersione di casi di malasanità, con le Regioni del Nord che registrano meno criticità rispetto al Sud, e quelle sotto Piano di rientro che ne sono maggiormente esposte.
“Di fronte alle ristrettezze dei bilanci regionali, - rileva il Rapporto - non sorprenderebbe scoprire nella sanità italiana un parco tecnologico carente e non “aggiornato” rispetto alle nuove tecnologie, come conseguenza di un sistema impoverito e caratterizzato da bassi investimenti. E invece la presenza di apparecchiature tecnico- biomediche (nelle strutture ospedaliere e territoriali) risulta in aumento nel settore pubblico, anche se la loro disponibilità è fortemente variabile a livello regionale. Esistono, ad esempio, circa 106,2 mammografi ogni 1.000.000 di abitanti con valori che superano i 150 in due Regioni (Valle d’Aosta, Umbria). La regione che registra il rapporto minore tra apparecchiature tecnico-biomediche e abitanti è la Campania.
L’evoluzione pur faticosa dei piani di rientro di molte regioni, il varo dei nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza) e delle nuove politiche vaccinali, fanno ritenere che, comunque, il sistema non sia “immobile”, e che per alcuni versi siano state imboccate le strade giuste in un rapporto più equilibrato tra autonomia ragionale e Ministero della Salute”.

 



( gs / 18.12.17 )
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Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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