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Regioni.it

n. 3644 - martedì 2 luglio 2019

Sommario
- Bonaccini convoca la Conferenza delle Regioni per il 3 luglio alle 10.00
- Consumo del suolo: audizione delle Regioni sui disegni di legge all'esame del Senato
- Mazzuto: rendere più efficace lotta al femminicidio puntando su collaborazione Stato-Regioni
- Lotta alla violenza di genere e al femminicidio: l'impegno delle Regioni
- Musumeci su riforma Province e contro il caporalato
- Puglia: si dimette l'assessore Di Gioia

Documento della Conferenza delle Regioni del 6 giugno

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Lotta alla violenza di genere e al femminicidio: l'impegno delle Regioni

(Regioni.it 3644 - 02/07/2019) La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 6 giiugno, ha approvato una "posizione" da rappresentare alla Commissione d’inchiesta sul femminicidio del Senato della Repubblica in merito ai criteri utilizzati per la ripartizione delle risorse destinate alle attività delle regioni in ordine al fenomeno della violenza di genere, con particolare riferimento ai dati relativi alle risorse riguardanti i centri antiviolenza e le case rifugio.
Si tratta di un documento articolato (di 15 cartelle) che è stato illustrato dall'Assessore del Molise, Luigi Mazzuto, nel corso dell'audizione  che si è svolta il 2 luglio (vedi notizia precedente).
Si riportano di seguito uno stralcio del documento relativo alle  "riflessioni concliusive e le proposte" e il link al testo integrale
RIFLESSIONI CONCLUSIVE E PROPOSTE
• Le Regioni e le Province autonome adottano modelli di governance differenziati di cui occorre tener conto, soprattutto perché non gestiscono direttamente i servizi. L’eterogeneità dei contesti socio culturali dei territori è la giusta espressione della risposta alla domanda che sorge dai diversi territori. Ricondurre a regole comuni l’esistente, soprattutto perché composto per la maggior parte da organismi non pubblici, risulta un’operazione alquanto complessa e necessariamente attuabile con un processo graduale, pur nel rispetto della normativa vigente. Occorre pertanto continuare ad approfondire tutto il lavoro della presa in carico sia dei CAV che dei servizi, a livello nazionale e regionale, al fine di garantire modalità di intervento omogenee, in tutti i territori;
• Il modello di governance territoriale (Reti antiviolenza locali), sia pure lento e difficile da costruire perché richiede processi di consapevolezza e di integrazione tra i diversi soggetti, pubblici e privati, consente di armonizzare le azioni e gli interventi per rendere omogeneo il sistema integrato di accesso, accoglienza, valutazione, presa in carico e percorsi verso l’autonomia della donna, rispettando le peculiarità territoriali;
• Occorre promuovere l’integrazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere e di protezione delle donne vittime di violenza con le politiche sociali e socio-sanitarie, dell’educazione, della formazione, del lavoro, della casa, della tutela, della sicurezza; il Piano Nazionale 2017-2020 in questo segna senz’altro un passo in avanti, ma se i Ministeri non si danno precisi impegni (ad esempio in materia di prevenzione della violenza, di reinserimento lavorativo delle donne inserite in percorsi di fuoriuscita, di tutela dei minori vittime di violenza assistita ed abusi7) e non si dotano di politiche specifiche (con annesse risorse), anche in periferia questa integrazione rimarrà molto difficile da realizzare. Si avverte cioè l’esigenza di rinforzare la strategia nazionale nell’area della prevenzione del contrasto alla violenza, in particolare avviando processi di rete con le Forze dell’Ordine, i Tribunali e le strutture sanitarie, attraverso accordi e interventi chiari e risorse economiche dedicate. Solo in questo modo si potranno individuare soluzioni alternative al solo allontanamento delle donne/figli minori, attraverso programmi di emancipazione lavorativa e formativa, da attuarsi in case/strutture di transizione o servizi diurni di appoggio dedicati, in capo ai servizi socio-sanitari territoriali e al Terzo settore. E’ inoltre fondamentale promuovere un lavoro di rete effettivo tra gli operatori delle Aziende sanitarie, dei servizi sociali e delle Forze dell’Ordine al fine di dare risposte adeguate alle vittime di violenza soprattutto nei casi di alto rischio; a tal fine sono da valorizzare e disseminare le esperienze sperimentali territoriali di lavoro interistituzionale e multidisciplinare presenti nelle Regioni e nelle Province autonome;
• Il Piano Nazionale e più in generale le politiche di prevenzione e contrasto alla violenza di genere debbono essere dotate di risorse certe e stabili, così da consentire una programmazione almeno triennale degli interventi e garantire il consolidamento del sistema dei servizi specializzati finora implementato; tali risorse debbono essere congrue ed erogate con una tempistica adeguata rispetto alle regole contabili di armonizzazione dei bilanci pubblici
• L’asse “Punizione” del Piano, ovvero le questioni legate all’intervento della Magistratura, sono quelle che richiedono il maggior presidio, a causa della conclamata lentezza ed inefficacia (e talvolta anche misoginia) della giustizia. Senza una serie di interventi in questo ambito è difficile che le donne possano aver fiducia nelle Istituzioni e procedere alla denuncia del proprio persecutore. Occorre cioè una maggiore collaborazione del Ministero della Giustizia al fine di conseguire quel ribaltamento di prospettiva indirizzato a lavorare sull’allontanamento dei maltrattanti dalla casa familiare e non viceversa, oltre all’obbligo, sempre per i maltrattanti, anche nelle more della sentenza, di frequentare programmi di ri-educazione psico-relazionale, finanziati – si ripete – con risorse aggiuntive e dopo che il livello centrale abbia definito i requisiti e le caratteristiche dei soggetti e delle strutture deputate ad erogarli. Sarebbe inoltre auspicabile, che l’azione di tutta la Magistratura fosse orientata al rispetto della Risoluzione sulle linee guida in tema di organizzazione e buone prassi per la trattazione dei procedimenti relativi a reati di violenza di genere e domestica, adottata dal Consiglio Superiore della Magistratura con delibera 9 maggio 2018, anche al fine di ridurre o scongiurare del tutto i casi di maltrattamento istituzionale di cui spesso sono vittime le donne e i loro figli;
• Anche l’asse “Prevenzione” del Piano Nazionale richiede una serie di impegni precisi da parte del livello centrale, nonché la previsione di risorse dedicate: occorre cioè orientare fondi a gestione diretta ministeriale verso percorsi educativi/programmi specifici nelle scuole volti ad insegnare a ragazzi e ragazze il rispetto di genere e promuovere l’educazione all’affettività, allo scopo di contrastare gli stereotipi e le discriminazioni di genere8 ; occorre inoltre un maggior controllo (e possibilmente la previsione di specifiche sanzioni) per chi, nei media, continui ad utilizzare linguaggi sessisti e stereotipati. Si tratta di processi necessari ed indispensabili per realizzare il cambiamento culturale di cui c’è bisogno per sconfiggere la violenza degli uomini sulle donne.
In tema di rapporti tra Stato e Regioni/Province autonome:
• le Regioni e le Province autonome intendono il compimento del principio di leale collaborazione come una strada necessariamente percorribile a due sensi di marcia, dal livello Statale a quello Regionale e viceversa; spesso si subiscono interventi sui territori regionali, senza un accenno di coordinamento con quanto già programmato negli stessi (vedi bandi nazionali di marzo e di luglio 2017), rischiando sovrapposizione di interventi e sottrazione di risorse ad altre priorità localmente individuabili. Inoltre talvolta i finanziamenti sono erogati anche a soggetti non riconosciuti dalle regioni e comunque al di fuori delle reti territoriali antiviolenza con una evidente difficoltà di stabilizzare e dimensionare il sistema dei servizi antiviolenza regionali. Nulla da eccepire dal punto di vista della legittima autonomia dell’azione da parte dello Stato, tuttavia occorre riflettere sulle ricadute di una serie di duplicazioni di interventi, insistenti sulle medesime strutture già destinatarie degli stessi e anche delle risorse regionali, oppure su una serie di funzioni attribuite ad organismi nazionali, che invece sono di esclusiva competenza delle strutture territoriali;
• le Regioni e le Province autonome spesso constatano, in occasione di pubblicazioni di dati da parte del Dipartimento, la non corrispondenza con le proprie casistiche e pertanto auspicano e ritengono utile e più produttiva per tutti, prima della pubblicazione, una valida e corretta lettura dei dati da esse prodotte;
• le Regioni e le Province autonome ritengono poi necessaria una modifica della normativa vigente. Come già fatto presente in seno all’Osservatorio Nazionale istituito per l’attuazione del precedente Piano Nazionale, a nostro parere è senz’altro necessario rivedere:
- la legge 119/2013 – si è già detto della richiesta delle Regioni di abrogazione dell’art. 5 bis co. 2 lett. d) e dei motivi che hanno portato a detta richiesta, che diviene vieppiù urgente con il passare del tempo;
- il DPCM del novembre 2014 contenente i requisiti minimi di CAV e CR, poiché l’esperienza regionale, nell’attuazione del medesimo, ha verificato molte incongruenze/necessità di adeguamento, ai fini di una sempre maggior qualificazione del sistema;
- la L. 328/2000, che va integrata prevedendo espressamente la violenza di genere tra i livelli essenziali di prestazione, anche al fine di definire quali interventi indifferibili l’inserimento di donne, sole o con figli, in casa rifugio (spesso i Comuni, soprattutto i piccoli, fanno fatica a sostenere le spese delle rette di inserimento per permanenze che risultano essere troppo lunghe a causa dei ritardi della giustizia e dell’impossibilità di prevedere e fermare le condotte violente del maltrattante);
- vi sono poi numerose altre norme di cui le Regioni hanno chiesta la modifica in seno ai tavoli di lavoro dell’Osservatorio nazionale, siano esse relative al codice civile, al codice di procedura civile e penale, o ad altre fonti legislative, con la finalità di rendere più efficace (anche in giudizio) la tutela della donna offesa e dei suoi figli e figlie, spesso spettatori/spettatrici dei maltrattamenti e come tali vittime di abuso a loro volta.
In sostanza, le Regioni e le Province autonome sono consapevoli che il lavoro svolto in comune tra i due livelli istituzionali, non può che portare a un’evoluzione, non solo nei sistemi di accoglienza e protezione delle donne vittime di violenza, ma anche nella relativa programmazione che deve tenere conto e valorizzare le diverse espressioni di ciascun territorio. Tale percorso contribuirà anche ad una razionalizzazione delle risorse e a una loro migliore allocazione.
Occorre costruire insieme, ciascuno per le proprie competenze senza parcellizzare la programmazione, gli interventi e le relative risorse.
Roma, 6 giugno 2019


Documento della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome del 6 giugno: Posizione delle Regioni da rappresentare alla Commissione d’inchiesta sul femminicidio del Senato della Repubblica in merito ai criteri utilizzati per la ripartizione delle risorse destinate alle attività delle regioni in ordine al fenomeno della violenza di genere, con particolare riferimento ai dati relativi alle risorse riguardanti i centri antiviolenza e le case rifugio



( red / 02.07.19 )
Regioni.it

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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