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Regioni.it
periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

n. 663 - martedì 31 gennaio 2006

Sommario3
- Liste d'attesa e Ru 486: botta e risposta Storace-Rossi
- Dellai, Galan, Formigoni su federalismo fiscale
- Conferenza Regioni DOC 26/01/06: accesso a documenti amministrativi
- Conferenza Regioni DOC 26/01/06: parere su modifica codice paesaggio
- Conferenza Regioni DOC 26/01/06: tirocini formativi per extracomunitari
- Emergenza gas: si brucia olio combustibile "per decreto"

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Liste d'attesa e Ru 486: botta e risposta Storace-Rossi

(regioni.it) Tutto è cominciato con una “conferenza stampa” di sabato pomeriggio del Ministro della Salute, durante la quale Storace ha annunciato: “Dal primo luglio, attraverso i passaggi che prevede la riforma, le liste d'attesa non saranno più un problema e per far questo occorre che entro marzo si arrivi ad un accordo con le regioni su 100 prestazioni da rendere più veloci. E, se si terrà in conto l'appropriatezza delle prescrizioni e quindi intervenire a monte rispetto all'offerta continuamente crescente avremo la possibilità di soddisfare il cittadino che ora paga privatamente per una prestazione che deve essere garantita dal servizio sanitario nazionale, non dovrà più pagare ma la Asl", ha sottolineato il ministro precisando che il direttore generale della Asl di riferimento, tra aprile e giugno, dovrà prevedere gli elenchi riguardanti le strutture pubbliche e private accreditate con le indicazioni precise dei tempi massimi di attesa e le misure che si adottano le misure venissero sforate. “In particolare per l'intramoenia (libera professione all'interno delle mura ospedaliere) oggi il cittadino paga di propria tasca, da domani se si dovesse ricorrere a questa forma la colpa sarà della Asl che pagherà la prestazione", ha aggiunto Storace che ricorda ancora una nuova regola: "entro il mese di febbraio, anticipando due mesi rispetto alla Finanziaria, sarà istituita la commissione nazionale sull'appropriatezza delle prescrizioni che darà regole chiare a partire dal primo luglio e che consentirà a tutte le regioni e i cittadini il limite dei tempi di attesa".

La Legge finanziaria 2006 garantisce – si legge sul sito del Ministero della Salute - un incremento complessivo delle risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale per servizi, personale, innovazione e ricerca, ma pone limiti e parametri da rispettare per accedere a tali risorse destinati in gran parte alla riduzione dei tempi di attesa per l'accesso alle prestazioni e al rispetto dei bilanci. È questa la novità più rilevante introdotta dalla Legge n. 266 del 23 dicembre 2005 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge finanziaria 2006), che per la sanità rispecchia sostanzialmente il Disegno di legge varato dal Governo a fine settembre.

Le Regioni, per poter usufruire dei 2000 milioni di euro stanziati per il risanamento dei disavanzi 2002-2004, dovranno migliorare in qualità e quantità i livelli essenziali di assistenza e rispettare gli adempimenti dell’Intesa 23 marzo 2005, sottoscrivere il Piano sanitario nazionale 2006-2008, ma soprattutto contenere le liste di attesa, obiettivo per il quale la Legge finanziaria prevede l'elaborazione di uno specifico Piano nazionale, con monitoraggio dei tempi di attesa, realizzazione di Centri unici di prenotazione (Cup), indicazione delle strutture dove tali tempi sono rispettati. La Legge finanziaria dispone inoltre l'eliminazione delle “agende chiuse” (cioè la chiusura delle prenotazioni) e sanzioni per chi viola questa disposizione.

La replica dell’Assessore Rossi, coordinatore della Commissione Salute per la Conferenza delle Regioni si mantiene un tono “istituzionale”: “Le Regioni sono disponibili ad un confronto, ma manifestano perplessità per il metodo adottato dal governo e denunciano le difficoltà legate ai tagli della Finanziaria sul personale e alle insufficienti risorse destinate proprio a ridurre le liste di attesa” ha detto l'assessore Enrico Rossi , aggiungendo ''Le Regioni stanno facendo da tempo la loro parte - ha puntualizzato Rossi - ma occorrono una concertazione maggiore con il governo e soprattutto più fondi”.

Per il ministro si tratta, però, di polemica: “Mi preoccupa la polemica reiterata e continuata dell'assessore alla Salute della Regione Toscana”, ha detto il ministro della Salute Francesco Storace durante una conferenza stampa a Firenze. Dopo aver definito la Toscana ''la regina dell'incentivo all'aborto”, Storace ha sottolineato come sulla polemica relativa  alla pillola abortiva la Toscana sia stata “tristemente protagonista”. Il ministro ha poi ricordato che non si può fare una battaglia politica o culturale sulla RU486, anche perché ha evidenziato, ''in alcuni paesi ha avuto effetti letali”. “Mi dispiace che la regione capofila in materia di sanità si  distingua per questo tipo di polemiche”, ha osservato Storace. “Il cavallo di Troia per fare entrare  in Italia la pillola abortiva”, cioè il decreto del 1997 che permette di importare farmaci ancora non autorizzati in Italia, sarà –secondo quanto annunciato dal Ministro - modificato in senso restrittivo. All'atto del nulla osta, ha spiegato il ministro delle Salute, Francesco Storace, gli uffici chiederanno le motivazioni cliniche ed epidemiologiche a tutela della salute delle donne ''perché c'è chi sta scherzando con la loro salute. Deve esserci una necessità, un bisogno oggettivo, non può essere una materia politica. Solo in Toscana c'è questo bisogno”. Ecco perché per il ministro la Toscana è la “regina dell'aborto”.

La modifica non dovrebbe essere tecnicamente complessa. Infatti basterà ribadire che la possibilità di importare i farmaci dovrà essere legata ad esigenze di cura, come in parte affermato anche nel parare espresso a dicembre dal Consiglio Superiore di Sanità. E l'aborto, non e' una cura per una malattia.  Per l’assessore Rossi le dichiarazioni “rendono ancora più imbarazzanti i rapporti tra istituzioni che invece dovrebbero collaborare” ha risposto l'assessore regionale alla salute, Enrico Rossi, alle parole del ministro. “Se avessimo aggirato le leggi vigenti in tema di interruzione volontaria di gravidanza come sembra pensare il  ministro - ha proseguito Rossi - non ci sarebbe bisogno di cambiarle. Sono passati oltre tre mesi da quando in Toscana si è iniziato ad utilizzare il farmaco Ru 486, il ministro non è intervenuto in alcun modo, ora annuncia di volerlo fare: vedremo come. Noi abbiamo lavorato nel rispetto della legge”. Quanto alla Toscana come ''regina dell'incentivo all'aborto'', ''il ministro dovrebbe smettere di usare queste  espressioni. Sono parole offensive non tanto per l'assessorato ma per tutti gli operatori sanitari della Toscana, che operano con coscienza e nel pieno rispetto delle persone e delle leggi. Nella nostra regione dal 1980 in poi gli aborti sono diminuiti del 50% e i dati del 2004 sono addirittura inferiori a quelli del 2001. Abbiamo fatto di recente una verifica sull'attivita' dei consultori, da cui emerge che la stragrande maggioranza delle attività che vi si svolgono sono di prevenzione, informazione e di sostegno alla genitorialità responsabile”.

''Il ministro della Salute Francesco  Storace chieda scusa alle donne toscane e al sistema sanitario della Regione Toscana che ha criminalizzato, accusando i responsabili di non rispettare le procedure sulla 194. Si assuma la responsabilità di vietare l'uso della pillola Ru486, ma eviti di modificare un decreto, quello che ho firmato nel  97, perché altrimenti complichera' la vita di molti malati. poi evidente che sta facendo una volgare campagna elettorale alimentando la paura e la diffidenza nei confronti degli immigrati'', dice Rosy Bindi, responsabile politiche sociali della Margherita, intervistata da “La Repubblica”.

Anche le dichiarazioni sulla legge 180 non sono state prive di conseguenze. Una lettera aperta, promossa da  due allievi di Franco Basaglia - il direttore generale dell'Azienda per i servizi sanitari Triestina, Franco Rotelli, e il direttore del Dipartimento di salute mentale della stessa, Giuseppe Dell' Acqua - sarà inviata ai presidenti delle Regioni  italiane, perché  valutino se finora la loro Regione si e' fatta carico dei propri compiti in materia di assistenza psichiatrica, e loro stessi delle loro responsabilità nel settore, oppure dichiarino apertamente che la legge 180 del 1978 va cambiata. L'iniziativa e' stata assunta in occasione del forum di Milano  sulla salute mentale, che si svolgerà dal 2 al 4 febbraio. Nella lettera Rotelli e Dell' Acqua, facendo riferimento all'annuncio del ministro delle Sanità, Francesco Storace, di voler rivedere la legge 180, sottolineano di non capire “chi si schiera politicamente, culturalmente e tecnicamente a favore della legge, ma non adotta comportamenti adeguati, provvedimenti coerenti, politiche organiche e strumenti amministrativi idonei all' effettiva applicazione della legge'', offrendo così “argomenti non di poco conto agli oppositori della 180”. In particolare, Rotelli e dell'Acqua rilevano che solo in  poche Regioni si destina ai servizi di salute mentale, come previsto in vari documenti, una quota orientativamente dell'ordine del 5% dell' intera spesa sanitaria, mentre in molte Regioni si usano di norma e sotto le più varie denominazioni cliniche private per il ricovero di pazienti psichiatrici, in difformità con quanto previsto dalla legge 180.

(stefano mirabelli/31.01.06)

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Dellai, Galan, Formigoni su federalismo fiscale

(regioni.it) I presidenti Lorenzo Dellai (presidente della Provincia autonoma di Trento), Giancarlo Galan (presidente della regione Veneto) e Roberto Formigoni (presidente della regione Lombardia), dopo l’intervista di quest’ultimo al Corriere della Sera (intervista Formigoni al Corsera del 30.01.06...                    ), discutono di federalismo fiscale.

Motivo del contendere i presupposti “vantaggi” economici del Trentino, rispetto a chi - leggi le confinanti Lombardia e Veneto – sente sbilanciati all’indietro i propri parametri di redistribuzione delle risor­se statali.

Ricordiamo che il problema era stato già sollevato dal presidente della regione Veneto Giancarlo Galan. Infatti il 16 gennaio Galan e Dellai si erano incontrati trovando dei punti d’accordo. Galan predisporra' un disegno di legge-voto finalizzato a dare alla Regione Veneto autonomia fiscale. Dellai ha appoggiato l' iniziativa. “Con questa iniziativa nel 2006 - ha detto Galan - il Veneto deve avere il proprio federalismo fiscale''. ''Il Trentino – aveva affermato Dellai - e' disponibile a lavorare assieme al Veneto per raggiungere l' obiettivo del federalismo fiscale. Va premiata la logica della cooperazione e della collaborazione''.

Logica rilanciata da Dellai: ''E' curioso che i presidenti delle regioni del Nord Italia appartenenti alla Casa delle Liberta', a poche settimane dalle elezioni, e di fronte al palese fallimento delle strategie federaliste avviate dal Governo Berlusconi, se la prendano con l'Autonomia speciale del Trentino Alto Adige''.

Per il presidente Lorenzo Dellai: ''Dopo Galan - dice Dellai - sembra essere ora la volta del presidente della Regione Lombardia Formigoni. La cosa comunque non mi preoccupa: come il suo collega veneto - al quale pochi giorni fa ho spiegato come il Trentino non sia affatto contrario alle legittime esigenze di autogoverno avanzate da altri territori, ma anzi sia pronto ad appoggiarle - anche Formigoni e' destinato a ravvedersi. Specie se avra' la pazienza di confrontarsi con noi e di capire da che cosa veramente si origina l'Autonomia del Trentino Alto Adige e quale impegno comporti per le amministrazioni provinciali che sono chiamate a gestirla''.

''Chi non ci conosce continua a parlare della nostra Autonomia come di un privilegio - prosegue Dellai - mentre in realta' essa e' una conquista della democrazia italiana, ottenuta da Alcide De Gasperi nel Secondo dopoguerra al tavolo delle trattative di pace. E' un'Autonomia che ha garantito in una zona di confine particolarmente delicata e difficile oltre sessant'anni di pace, convivenza e sviluppo, come tutto il mondo oggi ci riconosce. Essa rappresenta in primo luogo un modello per la tutela delle minoranze linguistiche, ma al tempo stesso attribuisce ai governi locali competenza su praticamente tutte le materie importanti ad eccezione della difesa e della giustizia. Questo significa che il Trentino gestisce da se' la scuola, la sanita', le politiche sociali, gli aiuti all' industria, le  strade e le ferrovie di interesse provinciale, la ricerca scientifica, la cultura e tutte le altre materie che altrove spettano allo Stato. Non si tratta, come si vede, di un privilegio, ma di un impegno fortissimo. Bene farebbero le altre regioni - che gia' oggi in alcuni campi potrebbero esercitare maggiori competenze, e non lo fanno - a tracciare una loro strada verso l'autonomia e l'autogoverno, anziche' parlare male di chi quel percorso gia' lo ha fatto, e bene, come riconosce lo stesso Formigoni''.

''Il Trentino - conclude Dellai - e' pronto a dare il suo contributo, perche' non pensa alla sua Autonomia come ad una trincea, dietro alla quale chiudersi un po' egoisticamente, macome ad un ponte. Appoggeremo quindi sempre i percorsi autonomistici degli altri territori, purche' questi non mettano in discussione quanto da noi faticosamente ottenuto nel corso dei decenni''. 

Risponde Formigoni a Dellai: “che il presidente della Regione Trentino-Alto Adige abbia replicato alla mia intervista di oggi (ndr 30 gennaio) al Corriere della Sera senza averla letta'' - ribatte il presidente lombardo - ''altrimenti si sarebbe accorto che non avevo affatto contestato, ma anzi confermato, i buoni motivi che furono all'origine dell'autonomia privilegiata della sua Regione - aggiunge Roberto Formigoni -  e soprattutto delle due Province di cui si compone. Un'autonomia che, come lo stesso Dellai ricorda nella sua replica, venne ottenuta 'nel secondo dopoguerra al tavolo delle trattative di pace'. Il fatto e' che tali buoni motivi appartengono a un passato ormai decisamente remoto: si puo' anzi dire che appartengono a un'epoca storica del tutto diversa da quella che stiamo vivendo oggi''.

''Il dovere di contribuire alle spese comuni dello Stato italiano - secondo Formigoni - dovrebbe valere per tutti i cittadini italiani. Questo invece non avviene nel caso del Trentino Alto Adige: ricordo che lo Stato italiano versa complessivamente ai Governi locali della Regione 124 euro per ogni 100 euro pagati dai suoi cittadini a titolo di imposte, e cio' vuol dire che questi 24 euro in piu' pro capite sono pagati dai cittadini delle altre Regioni, innanzitutto la Lombardia''.

Inoltre, prosegue, ''lo Stato italiano spende altre consistenti somme in Trentino Alto Adige per garantire le proprie funzioni, sempre prelevandole dalle tasche dei cittadini delle altre Regioni''.

''Sono lieto - conclude il presidente lombardo - di vedere che Dellai afferma che 'il Trentino-Alto Adige non pensa alla sua autonomia come a una trincea dietro alla quale chiudersi un po' egoisticamente' ed e' disponibile ad appoggiare 'sempre i percorsi autonomistici degli altri territori'. Mi auguro che ne tiri le dovute conseguenze''.

Si inserisce nel dibattito Galan: ''E' bello scoprire di non essere soli. Accadde per primo a  Robinson Crusoe. E' bello sapere che anche Formigoni e' sbarcato 'nell'isola di Robinson' per dire basta ai privilegi del Trentino Alto Adige''. Il presidente del Veneto Giancarlo Galan afferma: ''E' bello sapere che in Lombardia -sottolinea Galan -  c'e' un comune che ha per nome un nome splendido: Bagolino, e con questo nome quel comune ha chiesto di essere annesso al Trentino Alto Adige. Non e' bello pero' accorgersi che l'Amico Lombardo, cioe' il Formigoni Roberto, crede di sapere cose che invece non sa. Infatti, nessun comune del Veneto 'e' gia' passato dall'altra parte'. Piuttosto e' triste sentire Formigoni dire cose come se fossero le ultime novita' scoperte da lui, quando sono mesi e mesi che articoli, saggi, interviste, documenti votati dal Consiglio Regionale, quello del Veneto, vengono dedicati alla gran questione ora lanciata al mondo dal Pirellone”.

''Caro Roberto, di quella strada, cioe' della strada del federalismo fiscale, perche' e' di questo che stiamo parlando, qui nel Veneto - evidenzia Galan - ne abbiamo gia' percorsa tanta e l'abbiamo percorsa in parte anche assieme all'opposizione, non escluso l'amico Lorenzo Dellai con cui ho gia' piu' volte parlato e assunto comuni decisioni. Disponiamo ormai di 'materiali costituzionali' elaborati apposta per noi e che fra poco porteremo a Roma, in Parlamento e al Governo. Se vuoi fare il viaggio in riva al Tevere in nostra compagnia,  sarai il benvenuto. Sai, Bagolino e' Bagolino, ma se si vogliono  dare risposte serie, soprattutto concrete, ai ''bagolini'' di  tutt'Italia, sarebbe saggio da parte tua tenerti al corrente e  tenere il passo di chi e' gia' in viaggio da tempo''.

''Un ultimo consiglio: fatti dare - conclude il presidente veneto - la ricerca dell'Ufficio Studi della Cgia di Mestre sui bilanci dei comuni veneti confinanti con le regioni a statuto speciale. Potresti anche chiedere udienza a Giuseppe Bortolussi, capitano informato e saggio della gran squadra nota come Associazione degli Artigiani di Mestre. A parte, invece, sara' mia cura far giungere al Pirellone una mirata rassegna stampa accompagnata dai risultati raggiunti dai nostri costituzionalisti''.

Intanto il deputato trentino dei Verdi Marco Boato, presidente del Gruppo misto della Camera, ha presentato oggi una ¨interrogazione a risposta immediata¨ sulla intervista del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, relativa all¨autonomia speciale del Trentino-Alto Adige.

L’interrogazione sarà discussa in diretta televisiva nel ¨Question time¨ di domani, mercoledì 1 febbraio, a partire dalle ore 15.

(gs/31.01.06)

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Conferenza Regioni DOC 26/01/06: accesso a documenti amministrativi

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni del 26 gennaio si è espressa, con un documento, sullo Schema di regolamento recante integrazioni e modifiche del DPR  27 giugno 1992, n. 352 (Regolamento per la disciplina delle modalità di esercizio e dei casi di esclusione del diritto di accesso ai documenti amministrativi), ai sensi dell’articolo 23, comma 2, della legge 11 febbraio 2005, n. 15 (Punto 19 Odg Conferenza Unificata)

“A seguito della riunione tecnica tenutasi il 28 settembre 2005 presso la Segreteria della Conferenza unificata, nel corso della quale è stato esaminato lo schema di regolamento in oggetto, è stato redatto dalle regioni un documento sintetico “Osservazioni tecniche delle regioni e province autonome” , che ad ogni buon fine si allega, e che in buona sostanza riassume le questioni affrontate e le posizioni espresse dalle parti presenti nel corso della riunione stessa.

Nonostante il sostanziale accordo espresso dai rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei Ministri presenti nella riunione, il Dipartimento per il coordinamento amministrativo ha fatto seguito con la nota n° DICA/8639/2.4.5.2.1. del 10 ottobre u.s., nella quale si sostiene invece la piena applicabilità alle regioni ed agli enti locali del regolamento in oggetto, in quanto, avendo la legge ricondotto la materia dell’accesso nell’ambito dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m) della Costituzione, si tratterebbe di materia di esclusiva competenza dello Stato, cui spetterebbe come conseguenza anche la potestà regolamentare ex articolo 117, comma 6, della Costituzione.

Al fine di ulteriormente chiarire il punto di vista delle regioni, si ricorda che l’articolo 29 della legge n. 241/1990 come modificata dai recenti interventi legislativi (Legge n. 15/2005 e DL n. 35/2005 convertito con modifiche dalla Legge n. 80/2005) prevede:

“1. Le disposizioni della presente legge si applicano ai procedimenti amministrativi che si svolgono nell’ambito delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali, e, per quanto stabilito in tema di giustizia amministrativa, a tutte le amministrazioni pubbliche.

2. Le regioni e gli enti locali nell’ambito delle rispettive competenze, regolano le materie disciplinate dalla presente legge nel rispetto del sistema costituzionale e delle garanzie del cittadino nei riguardi dell’azione amministrativa, così come definite dai principi stabiliti dalla presente legge.”

Tale disposizione, di per sé esplicita in quanto alla necessaria autonomia degli enti territoriali di implementazione dei principi contenuti nella legge 241, deve essere letta in maniera integrata con quanto previsto dall’articolo 22, comma 2, della stessa legge:

“L’accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza, ed attiene ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione. Resta ferma la potestà delle regioni e degli enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze, di garantire livelli ulteriori di tutela.”

Dalla lettura integrata delle norme riportate, risulta quindi che esiste un ambito di applicazione diretta esteso alle regioni e agli enti locali delle norme in materia di accesso delineato e delimitato da quanto espressamente stabilito a livello legislativo dalla stessa 241.

Il riferimento della materia ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, va letto nel senso che la regolamentazione degli enti territoriali deve, come minimo, garantire i livelli di garanzia dell’accesso delineati nella stessa legge, potendo evidentemente elevare il livello delle garanzie, come di fatto è avvenuto in recente legislazione regionale. Basti qui citare la legge regionale della Regione Friuli Venezia Giulia  20 marzo 2000, n. 7 recante il “Testo unico delle norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso” , con la quale la Regione garantisce con tutta evidenza ulteriori livelli di tutela rispetto a quanto previsto dalla normativa statale.

In materia si è formata ormai copiosa giurisprudenza costituzionale. Basti ricordare la recente sentenza n. 50 del 2005, che ha affermato che la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni non è una materia, bensì una competenza che lo Stato ha di dettare norme per la fissazione di un livello minimo di soddisfacimento di diritti civili e sociali, ribadendo quanto già esplicitato nella sentenza n. 19 del 2002,  rispetto agli stessi livelli essenziali: “… non si tratta di una “materia” in senso stretto, ma di una competenza del legislatore statale idonea ad investire tutte le materie, rispetto alle quali il legislatore stesso deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle”.

E’ evidente che, data la trasversalità della fissazione dei livelli essenziali, una interpretazione estensiva del principio potrebbe portare ad uno svuotamento della potestà legislativa regionale e ad una lesione grave all’autonomia degli enti territoriali in generale.

Nella sentenza n. 13 del 2003, la Corte costituzionale ha affrontato proprio il problema della compatibilità di questo strumento attribuito al legislatore statale al fine di garantire il mantenimento di una adeguata uniformità di trattamento sul piano dei diritti di tutti i soggetti con un sistema caratterizzato da un livello di autonomia regionale e locale decisamente accresciuto.

Si legge in proposito nella stessa sentenza: “La conseguente forte incidenza sull'esercizio delle funzioni nelle materie assegnate alle competenze legislative ed amministrative delle Regione e delle Province autonome impone evidentemente che queste scelte, almeno nelle loro linee generali, siano operate dallo Stato con legge, che dovrà inoltre determinare adeguate procedure e precisi atti formali per procedere alle specificazioni ed articolazioni ulteriori che si rendano necessarie nei vari settori.”.

Orbene, la legge n. 241/90 non ha previsto alcun meccanismo di successiva specificazione dei livelli essenziali delle prestazioni atte a garantire il diritto di accesso. Scelta peraltro logica dato l’estremo dettaglio della disciplina dell’accesso contenuta nella legge n. 241/1990, che vi dedica l’intero Titolo V (Definizioni e principi in materia di accesso).

Alla luce delle considerazioni di cui sopra ed alla stregua della giurisprudenza costituzionale, si ritiene che non sia configurabile un potere regolamentare dello Stato in materia di accesso, se non nei confronti delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali. Si ribadisce pertanto la richiesta di inserire nello schema di regolamento in oggetto una norma che esplicitamente definisca tale ambito di applicazione.

******

Fermo restando l'avviso espresso sullo schema di regolamento, non ci si esime dall'osservare - nel rispetto del principio di leale cooperazione ed al fine di addivenire ad una soluzione condivisa che consenta la migliore tutela dei diritti individuali e risponda altresì all'esigenza di omogeneità dell'ordinamento - che l'obiettivo di pervenire ad una garanzia uniforme su tutto il territorio nazionale potrebbe essere raggiunto mediante la posizione legislativa di una disposizione del seguente tenore:

Entro un anno dall'entrata in vigore del regolamento per la disciplina delle modalità di esercizio e dei casi di esclusione del diritto di accesso ai documenti amministrativi emanato ai sensi dell'articolo 23, comma 2, della legge 11 febbraio 2005, n. 15, le Regioni, nell'esercizio dei propri poteri legislativi e regolamentari, adegueranno la propria normativa ai principi stabiliti dagli articoli 22, 23, 24, 25 e 26 della legge 7 agosto 1990, n. 241, come modificata ed integrata, in ultimo, dalla legge 11 febbraio 2005, n. 15, e, in quanto applicabili, alle norme del richiamato regolamento.

Roma, 26 gennaio 2006”

(red/31.01.06)

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Conferenza Regioni DOC 26/01/06: parere su modifica codice paesaggio

(regioni.it) la Conferenza delle Regioni del 26 gennaio ha approvato un “Parere sullo schema di decreto legislativo recante disposizioni correttive ed integrative del Codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in relazione al paesaggio. Punto 33) Odg. Conferenza Unificata:

“Parte Terza del Decreto Legislativo recante disposizioni correttive e integrative del Codice dei beni Culturali e del paesaggio (D.lgs n. 42/04 – Codice Urbani)

Premessa

Dalla lettura del testo di modifica del Codice predisposto dagli Uffici del Ministero ed esaminato preventivamente dal Consiglio dei Ministri in data 18 novembre scorso, le Regioni unanimemente esprimono i seguenti rilievi:

-        preliminarmente,  si evidenzia che il testo ora vigente del Codice Urbani è stato il frutto di un lungo e faticoso lavoro di rilettura dei testi normativi in materia di paesaggio, svolto congiuntamente dalle Regioni e dal Ministero, con l’obiettivo di razionalizzare il sistema di tutela e di valorizzazione alla luce della Convenzione Europea del Paesaggio del 2000 (in corso di ratifica da parte dello Stato) e in coerenza con il nuovo assetto costituzionale. Pertanto, il testo vigente del Codice è stato concordato avendo trovato il punto di mediazione per il quale, ad un ampliamento delle forme di collaborazione e di coinvolgimento del Ministero nell’esercizio delle funzioni di pianificazione e gestione dei vincoli, corrisponde la significativa semplificazione amministrativa del sistema di tutela. Lo schema del decreto legislativo proposto, invece, mantiene detti poteri aggiuntivi al Ministero e contestualmente fa venir meno gli aspetti innovativi richiamati;

-        si evidenzia, pertanto, che viene disatteso l’accordo consolidato, con palese violazione del principio di leale collaborazione, riaprendo in tal modo la lunga stagione conflittuale tra Stato e Regioni in materia di gestione del paesaggio, che si era conclusa con l’adozione del Codice Urbani. Ciò avverrebbe ingiustificatamente e senza nemmeno attendere un congruo periodo per monitorare e valutare gli esiti e gli effetti delle disposizioni del Codice vigente, tenuto conto che le Regioni sono in regola con i tempi fissati dal Codice stesso per svolgere la verifica e l’eventuale adeguamento dei piani;

-        tale iniziativa, per la quale le Regioni non sono state messe in condizione di partecipare ai lavori di elaborazione del testo, dimostra chiara diffidenza nei confronti di tutte le Amministrazioni regionali e locali, anche di quelle che in questi mesi di prima applicazione del Codice vigente si sono già adoperate ad attuarlo con la propria legislazione, ovvero hanno posto in essere gli atti propedeutici alle verifiche e aggiornamenti dei piani paesaggistici. Difatti lo schema di decreto propone il passaggio a un sistema che vede il Ministero al centro di tutti i momenti decisionali relativi alla tutela del paesaggio, e lo qualifica al tempo stesso soggetto proponente, partecipante e decidente, nonché titolare di un severo potere sostitutivo, da esercitarsi, tra l’altro, con strettissima tempistica.

Pertanto, entrando nel merito dello Schema di Decreto e della allegata Relazione illustrativa, emergono le seguenti osservazioni.

a)      Osservazioni di carattere tecnico-giuridico

Emerge innanzitutto la palese violazione della delega legislativa di cui il provvedimento intende costituire l’attuazione. L’art. 10, comma 4, della legge n. 137 del 2002 ammette, infatti, esclusivamente l’emanazione di “disposizioni correttive e integrative” del Codice dei beni culturali e del paesaggio “nel rispetto degli stessi principi e criteri direttivi e con le medesime procedure”. Dunque, tale delega è stata conferita esclusivamente per introdurre limitate modificazioni del testo normativo precedentemente approvato, che risultassero necessarie alla luce di un primo monitoraggio della sua applicazione. Viceversa, lo schema di decreto in esame, introduce una generale riconsiderazione della materia, fondata su principi generali e con l’introduzione di previsioni normative opposte relative, ad esempio: al riparto delle competenze tra lo Stato e gli Enti regionali e locali; al sistema della pianificazione paesaggistica e ai suoi rapporti con gli strumenti di governo del territorio; alla gestione dei vincoli e alla loro riconsiderazione nell’ambito dei processi modificati.

Si è di fronte, in modo indiscutibile, ad una riconsiderazione tardiva, e perciò non consentita, dei contenuti della Parte Terza del Codice Urbani, con la riedizione di una potestà legislativa già esercitata entro il termine massimo previsto dalla medesima legge di delega.

Nel merito delle nuove previsioni legislative si riscontra la loro evidente pervasività della autonomia legislativa e organizzativa delle Regioni. Aldilà di poche disposizioni volte al chiarimento del significato della normativa pregressa, la maggior parte delle norme sono dirette a limitare gli ambiti di discrezionalità del legislatore regionale nella definizione dei compiti propri e degli enti locali, in materia di tutela del paesaggio e di gestione dei relativi vincoli, con un maggior dettaglio circa l’iter amministrativo degli atti e dei contenuti degli stessi.

Nella proposta si ritorna a definire il concorso della Regione e degli enti locali alla tutela del paesaggio come una mera “delega” di funzioni, in aperto contrasto con il principio stabilito dall’art. 9 della Costituzione. Peraltro per l’esercizio di dette funzioni si prevedono tempi estremamente rapidi e incongrui (per tutti, si pensi al termine di 90 giorni per l’elaborazione e approvazione dei piani paesaggistici), la cui scadenza comporta l’immediato intervento in via sostitutiva dell’amministrazione statale, non cadenzato con l’osservanza dei rigorosi principi dettati dalla recente giurisprudenza costituzionale.

b)      Osservazioni di carattere contenutistico - disciplinare

Nella revisione del testo si evince la chiara disattenzione ai principi, obiettivi, previsioni e raccomandazioni stabiliti dalla Convenzione Europea del Paesaggio. Ciò si evidenzia già dalla definizione di Paesaggio proposta, che viene circoscritto al “territorio con caratteri distintivi”, rinnegando il concetto integrale di paesaggio, e diviene ancora più manifesta nella indicazione del campo di applicazione della pianificazione paesaggistica, limitata alle aree e immobili sottoposti a vincolo paesaggistico.

Con riferimento alla normativa nazionale, la assunzione del principio di sviluppo sostenibile e della componente paesaggistica quale fondamento della pianificazione e del governo del territorio, viene disattesa, spingendo verso una involuzione della concezione del paesaggio quale elemento settoriale, di “corredo” alla pianificazione territoriale, e così riportandolo ad un assetto prettamente vincolistico. Tale approccio è confermato, nel nuovo testo, anche dalla esclusione degli “obiettivi di qualità paesaggistica” previsti dalla Convenzione Europea del Paesaggio e assunti dal Codice Urbani quale fondamento del piano paesaggistico.

Relativamente alle categorie di tutela individuate ex lege n. 431/1985 (“Galasso”), è stata reintrodotta, dal nuovo testo, la illimitata vigenza del vincolo paesaggistico, eliminando la competenza del piano paesaggistico a specificare e disciplinare detti ambiti, sulla base di analisi puntuali dei contesti regionali e dei relativi elementi caratterizzanti.

Rispetto alla pianificazione paesaggistica, già trasferita alle Regioni dal DPR n. 8/1972, lo schema di decreto proposto evidenzia una chiara intenzione dello Stato di riprenderne definitivamente il controllo. Infatti, le modifiche apportate sanciscono, in maniera perentoria, l’obbligo delle Regioni di elaborare i piani paesaggistici “congiuntamente” anziché d’intesa, per poter accedere alle cosiddette semplificazioni di natura amministrativa, peraltro di ben più limitata portata.

Inoltre, l’ambito di applicazione della pianificazione di competenza delle Regioni diventa residuale con l’evidente compromissione della possibilità, sancita dall’art. 135 dello stesso Codice, di elaborare i piani urbanistico-territoriali con valenza paesaggistica, in luogo dei piani paesaggistici in senso stretto. Nella proposta, infatti, entrambi gli strumenti di pianificazione previsti sono tenuti a dettare una disciplina riferita in particolare agli ambiti vincolati, in palese contrasto con quanto sancito dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 327/1990 e n. 378/2000.

In tal modo si pongono nel nulla le condizioni per attivare la declinazione della tutela paesaggistica anche attraverso gli ordinari strumenti di pianificazione comunali e di  area vasta, secondo il principio di mutualità integrativa. Per la proposta, solo il piano paesaggistico è votato a tutelare il paesaggio, cosicché le sue previsioni devono essere meramente recepite dalla pianificazione provinciale e comunale, senza alcuna possibilità di specificazione e integrazione.

Relativamente al percorso autorizzativo si registra un complessivo appesantimento, in termini di tempi e procedure, in palese contrasto con i principi di autonomia sopraccitati e con l’evidente intenzione di accentramento dell’esercizio delle funzioni, anche con l’obiettivo di rafforzare il potere di controllo. Inoltre vengono a cadere:

  • la effettiva gestione della competenza autorizzativa da parte delle Regioni, che viene vanificata dal carattere vincolante del parere delle soprintendenze, in particolare per le Regioni che non abbiano piani paesaggistici rielaborati congiuntamente con il Ministero;
  • l’autonomia nella individuazione degli enti cui delegare le competenze autorizzative, cosa già risolta nella maggior parte delle Regioni con atto normativo e, quasi nella generalità dei casi, verso le amministrazioni comunali, sostanzialmente precluse a questa funzione dalla nuova proposta.

c) Ricadute Operative

Si evidenzia che, qualora il testo proposto dovesse essere approvato, si avrebbero le sottoelencate  gravi conseguenze sull’efficienza e sull’efficacia nella gestione della tutela e della valorizzazione del paesaggio:

- le modifiche proposte riportano le competenze in capo alle Regioni o eventualmente alle Province, con gravi conseguenze di tipo organizzativo e di personale. Nella quasi totalità dei casi, tutte le pratiche in corso alla data della entrata in vigore delle modifiche, in assenza di una norma transitoria, dovrebbero essere trasmesse alla Regione in quanto unico organo competente al loro espletamento;

- l’appesantimento dei processi edilizi a causa della gestione accentrata del sistema autorizzativo e dell’aumento delle fasi del procedimento, con le conseguenti ricadute negative di carattere economico sull’utenza, obbligata a sostenere oneri aggiuntivi a fronte degli ulteriori adempimenti amministrativi;

- l’aggravio, a carico degli Enti locali, degli oneri attualmente gravanti sul Ministero, per l’eventuale contenzioso avverso le decisioni assunte dalla Soprintendenza: difatti, mentre l’attuale contenzioso si concentra nei confronti degli atti di annullamento a seguito di riesame degli organi statali, nel sistema ipotizzato anche i provvedimenti negativi derivanti dalla valutazione della sola Soprintendenza, sarebbero comunque imputabili all’Ente che emana il provvedimento;

- la vanificazione dell’attività, già svolta dalle Regioni, in materia di pianificazione paesaggistica sulla base delle intese o accordi sinora raggiunti con il Ministero stesso, con grave nocumento  della programmazione regionale in essere, tesa allo sviluppo sostenibile;

- l’azzeramento dell’attività tecnica e/o legislativa regionale, già realizzata in attuazione del  Codice Urbani.

Tutto ciò premesso, ad esito del dibattito del Tavolo Tecnico riunitosi presso la sede della Regione Calabria, in vista della riunione a livello tecnico tra funzionari statali e regionali presso la Conferenza Unificata, convocata per il 6 dicembre 2005, si ritiene di dovere esprimere parere negativo relativamente allo “Schema di decreto legislativo recante disposizioni correttive e integrative del Codice dei beni culturali e del paesaggio”, di cui al D.Lgs  22 gennaio 2004 n. 42 – Parte Terza, e che pertanto il medesimo testo è valutato come non emendabile.

Roma, 26 gennaio 2006”

(red/31.01.06)

+T -T
Conferenza Regioni DOC 26/01/06: tirocini formativi per extracomunitari

(regioni.it) La Conferenza delle Regioni ha approvato nella seduta del 26 gennaio un documento relativo a: “schema di decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’interno e con il Ministro dell’istruzione, università e ricerca, recante disposizioni in materia di tirocini formativi e di orientamento di cittadini extracomunitari, di cui all’articolo 8 del decreto 25 marzo 1998, n. 142, dell’articolo 27, comma 1, lett. f) del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e dell’articolo 40 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394”  Punto 17) o.d.g. Conferenza Stato-Regioni
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, esprime parere favorevole sullo schema di decreto condizionato all’accoglimento dei seguenti emendamenti:

·                                 all’articolo 1, comma 1

sostituire le parole “il decreto ministeriale 25 marzo 1998 n. 142” con le parole la normativa nazionale e regionale”;

·                                 all’articolo 2, comma 1

eliminare le parole “fatte salve le competenze regionali in materia” e inserire dopo la parola “integralmente” le parole “la normativa regionale vigente in materia di tirocini formativi e di orientamento o, in difetto,

·                                 all’articolo 3, comma 2

eliminare il periodo da “redatti” a “decreto” ed eliminare dall’ultimo periodo le parole “le Regioni

·                                 all’articolo 3, comma 3

riformulare il comma 3 come segue:

Il progetto di tirocinio, redatto in conformità alla disciplina regionale vigente o, in difetto, a quella contenuta nel decreto ministeriale 25 marzo 1998 n. 142, è vistato dall’autorità competente ai sensi dei singoli ordinamenti regionali ed è presentato alla Rappresentanza diplomatica o consolare ai fini del rilascio del visto di ingresso.”

·                                 all’articolo 3, comma 4

riformulare il comma come segue:

“Il soggetto promotore, qualora l’inizio effettivo del tirocinio fosse variato rispetto a quanto previsto nel progetto formativo ed orientativo inviato ai sensi della disciplina regionale vigente o, in difetto, dell’art. 5 del decreto interministeriale n. 142/1998, o nel caso di rinuncia del tirocinante, ne da comunicazione ai soggetti ai quali ha in precedenza inviato copia della convenzione e del progetto di tirocinio. Restano ferme le altre comunicazioni previste in relazione ai cittadini non appartenenti all’Unione Europea.”

·                                 all’articolo 4, comma 3 della bozza di convenzione (allegato 1)

sostituire il comma come segue:

“Il progetto di tirocinio vistato dall’Autorità competente ai sensi dei singoli ordinamenti regionali sarà presentato, a cura del soggetto promotore, alla rappresentanza diplomatica o consolare ai fini del rilascio del visto di ingresso. Il soggetto promotore, qualora l’inizio effettivo del tirocinio fosse variato rispetto a quanto previsto nel progetto formativo ed orientativo inviato ai sensi dell’art. 5 del decreto interministeriale n. 142/1998, o nel caso di rinuncia del tirocinante, ne da comunicazione ai soggetti ai quali ha in precedenza inviato copia della convenzione e del progetto di tirocinio”

·                                 all’articolo 4 della bozza di convenzione (allegato 1)

inserire il seguente comma 5:

“Il soggetto ospitante è tenuto ad inviare alla suddetta autorità competente entro 60 giorni  dalla conclusione dell’iter formativo una relazione finale sull’andamento e sull’esito tirocinio realizzato”

Roma 26 gennaio 2006

+T -T
Emergenza gas: si brucia olio combustibile "per decreto"

(regioni.it) Il Consiglio dei Ministri (nella riunione del 24 gennaio) ha approvato un decreto (DL 19/06 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 21 del 26gennaio) relativo alle "Misure urgenti per garantire l'approvvigionamento  di gas naturale". Si tratta –secondo quanto riportato dalla newsletter di Palazzo Chigi – di misure temporanee per contenere i consumi di gas naturale nel settore termoelettrico e fronteggiare l'attuale congiuntura critica dovuta ad  eccezionali fattori climatici e di difficoltà di approvvigionamento dalla Russia.

Il decreto legge consente, in via eccezionale, fino al 31 marzo 2006, l'utilizzo di impianti ad olio combustibile, oggi non operativi, con una deroga temporanea ai vincoli per le emissioni in atmosfera e con la previsione di misure compensative sul piano ambientale.

Le Regioni hanno manifestato la loro contrarietà rispetto ad una misura che, ancorché annunciata come “temporanea”, avrà inevitabili ripercussioni sull’ambiente e la Lombardia ha già preannunciato un ricorso al Tar (cfr. anche regioni.it n. 660).

Il Ministro delle Attività Produttive ha anche firmato un decreto "Norme transitorie delle temperature dell'aria nei diversi ambienti e di durata massima giornaliera" che prevede l'abbassamento della temperatura del riscaldamento di un grado, salvo le eccezioni in ospedali, cliniche, case di cura, centri sociali per anziani, scuole, asili nido, e i termosifoni accesi per un'ora in meno. Con l'effetto combinato dei due provvedimenti si potranno risparmiare dai 30 ai 45 milioni di metri cubi di gas al giorno (cfr. il dossier sul sito del Governo)

La “crisi energetica” ha riproposto temi che erano stati abbandonati ( e su cui gli italiani si sono già espressi con un referendum) come quello di una possibile attivazione di centrali nucleari: "Riparlare di nucleare – ha detto il Presidente della Conferenza delle Regioni e Presidente dell’Emilia-Romagna, Vasco Errani - vuol dire rimandare il problema energetico di 20 anni, mentre noi dobbiamo trovare oggi una soluzione ai problemi energetici che sono gia' un'emergenza".

(sm/31.01.06)

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periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

Il periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale “Regioni.it” è curato dall’Ufficio Stampa del CINSEDO nell’ambito delle attività di comunicazione e informazione della Segreteria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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