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Regioni.it
periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale

n. 676 - venerdì 17 febbraio 2006

Sommario3
- Si dimette Giunta valdostana: Verso Caveri-bis
- Conferenza Regioni 09.02.06 DOC su decreto gas a effetto serra
- Conferenza Regioni 09.02.06 disciplina "impresa sociale"
- E' da polli non mangiarlo
- Conferenza Regioni 09.02.06 DOC su decreto direttive UE farmaci
- Conferenza Regioni 09.02.06 DOC giudizio negativo su Decreto governo territorio

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Si dimette Giunta valdostana: Verso Caveri-bis

(regioni.it) La Giunta regionale della Valle d'Aosta si e' dimessa questa mattina. Dopo la riunione ordinaria, anticipata a oggi, dove svolgersi domani, gli assessori unionisti si sono dimessi ed il Presidente, Luciano Caveri, ha rimesso il suo mandato al Presidente del Consiglio regionale Ego Perron.  La decisone è conseguente alle deliberazioni cui è giunto il Conseil Federal dell' Uv che ha dato mandato a Caveri di formare un nuovo governo regionale Uv, Federation Autonomiste e Stella Alpina.

La scelta e' stata determinata dalla decisione dei Ds, da una quindicina di anni in Giunta con l' Uv, di far parte della coalizione Unione - Valle d'Aoste Vive per le elezioni politiche del 9 e 10 aprile.

Il governo 'Caveri Bis' sara' cosi' il primo ''tutto autonomista e regionalista'': infatti mai i movimenti autonomisti – secondo quanto riportato dall’Ansa -   erano riusciti a trovare un' intesa in tale senso.

“Per correttezza - ha commentato Caveri - ho informato delle dimissioni anche il capogruppo dei DS, Giovanni Sandri”. Il Presidente della Giunta ha poi espresso ''dispiacere per l' interruzione della collaborazione politica con i Ds che durava da 14 anni”.

Nel rimettere il mandato al presidente del Consiglio Valle, Caveri ha precisato che “ora spetta al mio movimento indicare i passi successivi per dare alla Valle d'Aosta, in tempi brevi, un nuovo governo in tempi brevi”.Sara' la Conferenza dei capigruppo a concordare quando convocare l' adunanza del Consiglio Valle con all' ordine del giorno la presa d' atto delle dimissioni della Presidente della Giunta e degli assessori e l' elezione del nuovo governo regionale.

(sm/17.02.06)

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Conferenza Regioni 09.02.06 DOC su decreto gas a effetto serra

(regioni.it) E’ stato favorevole, ma condizionato all’accoglimento di due emendamenti il parere che le Regioni hanno espresso nel corso della Conferenza Stato-Regioni del 9 febbraio sul decreto legislativo che recepisce alcune direttive europee relative al sistema per lo scambio di quote diemissioni dei gas a effetto serra nella Comunità, riguardo ai meccanismi di progetto del Protocollo di Kyoto. Si riporta integralmente il Documento della Conferenza delle Regioni.

 

“PARERE SULLO SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO DI ATTUAZIONE DELLA DIRETTIVA 2003/87/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO DEL 13 OTTOBRE 2003, LA QUALE HA ISTITUITO UN SISTEMA PER LO SCAMBIO DI QUOTE DI EMISSIONE DEI GAS AD EFFETTO SERRA E HA MODIFICATO LA DIRETTIVA 96/61/CE DEL CONSIGLIO, NONCHE’ DI RECEPIMENTO DELLA DIRETTIVA 2004/101/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO DEL 27 OTTOBRE 2004 RECANTE MODIFICA ALLA RICHIAMATA DIRETTIVA 2003/87/CE, AI SENSI DELL’ART. 1, ALLEGATO B, E DELL’ART. 14, DELLA LEGGE 18 APRILE 2005, N. 62 (LEGGE COMUNITARIA 2004) SU PROPOSTA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DEL MINISTRO DELL’AMBIENTE E DEL MINISTRO DELLE POLITICHE COMUNITARIE. (Punto 6 O.d.g. Stato-Regioni)

Le regioni esprimono parere favorevole sullo schema di decreto, condizionato all’accoglimento delle seguenti proposte emendative:

- art. 8, comma 3, emendare il testo come segue: dopo le parole “è composto”, inserire la parola pariteticamente”;  dopo le parole “delle attività produttive”, inserire le parole “e sei rappresentanti delle Regioni e Province autonome”, al fine di garantire l’apporto propositivo delle Regioni nell’ambito di un sistema, che unitamente ad altre misure è sostanzialmente finalizzato al raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto, dai quali il sistema delle Autonomie non può rimanere estraneo; 

- art. 9: primo periodo, emendare il testo come segue: dopo le parole “delle attività produttive”, inserire le parole “d’intesa con la Conferenza Unificata”; lett.a, sostituire il riferimento al d.lgs n. 372 del 1999, con quello del d.lgs 18 febbraio 2005. n. 59, di integrale recepimento della direttiva 96/61/CE;- analoga richiesta è riferita all’art. 24;

Roma, 9 febbraio 2006

(red/17.02.06)

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Conferenza Regioni 09.02.06 disciplina "impresa sociale"

(regioni.it) Le regioni hanno espresso (nella seduta della Conferenza Stato-Regioni del 9 febbraio) un parere negativo sul decreto che contiene la “disciplina dell’impresa sociale”. La Conferenza delle Regioni ha comunque proposto all’attenzione del Governo una serie di richieste emendative contenute in un Documento. L’obiettivo è quello di migliorare il testo del decreto legislativo. Nell’occasione le Regioni Lombardia e Veneto hanno proposto anche di inserire un articolo 17 bis che recita: “Le imprese sociali, le cui attività si esplicano nelle materie di competenza regionale, sono soggette alla disciplina prevista dalle Regioni e Province autonome in tali ambiti. Nella applicazione della presente norma vengono altresì garantiti i necessari raccordi con gli ordinamenti regionali e delle Province autonome anche attraverso il coinvolgimento nelle funzioni di monitoraggio e di ricerca”. Si pubblica integralmente il documento che motiva le osservazioni critiche delle Regioni che sono sia di carattere generale che relative al merito di singoli articoli.

 

Schema di decreto “Disciplina dell’impresa sociale” attuativo della legge delega n. 118 del 13 giugno 2005 (Punto 3 odg Conferenza Stato-Regioni)

La Conferenza delle Regioni e Province autonome esprime parere negativo sull’impianto generale dello schema di decreto. Dall’esame del testo del provvedimento si evidenziano le seguenti osservazioni critiche sia di carattere generale che nel merito dei singoli articoli che motivano il parere negativo.

Le Regioni hanno ritenuto di articolare le osservazioni in tre parti:

­       una prima parte dedicata a considerazioni di carattere generale sulle modalità di concertazione che sarebbero state necessarie per addivenire ad un testo condiviso con gli attori sociali coinvolti e quindi significativo per il rafforzamento del sistema integrato di interventi e servizi alla persona e alla comunità;

­       una seconda parte rivolta a considerazioni di carattere più specifico relative al ruolo delle Regioni e della Province autonome che il testo non prende in considerazione;

­       una terza parte infine che interviene su alcuni punti specifici dello schema di decreto in base ai quali sarebbe opportuno definire nelle sedi opportune appositi emendamenti. Dato il carattere trasversale della materia trattata dallo schema di decreto le considerazioni riguardano il settore sociale, il settore della formazione, il settore del lavoro e il settore delle attività produttive.

Considerazioni di carattere generale:

Una valutazione attenta del testo di legge avrebbe necessitato di un confronto molto più ampio di quanto non sia stato possibile fare nei tempi previsti, considerato oltretutto che il testo incide su materie inerenti il sociale, il lavoro, la formazione, l’istruzione e le attività produttive. Sarebbe stato inoltre opportuno avviare da subito un confronto congiunto anche con i vari “attori sociali” coinvolti dal provvedimento al fine di ottenere un panorama complessivo di pareri su un testo di legge che ha una forte connotazione trasversale.

In assenza di questo confronto le considerazioni possibili possono riguardare alcune incongruenze più evidenti e soprattutto quelle relative al ruolo che in questo settore viene (o non viene) affidato alle Regioni e alle Province autonome.

Considerazioni relative al ruolo delle Regioni e delle province autonome

-          La legge delega 13 giugno 2005, n. 118 prevedeva l’individuazione di norme di coordinamento con le disposizioni vigenti nelle stesse materie e nelle materie connesse, sentita la Conferenza Stato-Regioni. Tale necessità  si fonda sul fatto che le attività che riguardanti l’impresa sociale corrispondono per la gran parte a materie di competenza regionale, come confermato dall’art. 2 dello schema di decreto che considera “beni di utilità sociale” quelli prodotti o scambiati nei settori, tra gli altri, dell’assistenza sociale, dell’assistenza socio-sanitaria, dell’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di disabili. Questo richiederebbe di stabilire, almeno in termini di norme di principio, come le imprese sociali si inseriscano negli ordinamenti regionali e delle province autonome e nelle varie materie (ad esempio prevedendo, a integrazione della legge 328/00, se e come le imprese sociali si aggiungano o si sostituiscano o si equiparino alle altre figure del terzo settore ai fini del regime per esse previsto). A tal riguardo, infatti, le norme di coordinamento contenute nell’art. 17 dello schema di decreto, non riguardano di per sé il rapporto legislazione statale-legislazione regionale e delle province autonome;

-          Completamente assenti sono inoltre riferimenti alle Regioni e alle Province autonome (e agli enti che operano sul territorio) in attività che potrebbero vederle utilmente coinvolte come ad esempio quelle di monitoraggio e di ricerca di cui parla l’art. 16 del testo tenendo oltretutto conto che la competenza circa la gestione amministrativa, l’attività di monitoraggio, controllo e di ricerca necessarie alla verifica della qualità delle prestazioni rese dall’impresa sociale è già in carico alle Province autonome (vedi art. 4 dello Statuto di autonomia della provincia autonoma di Bolzano del 31.08.72 n. 670)

-          Va rilevato inoltre che tutta l’amministrazione della nuova figura è concentrata ne Ministero del welfare e nell’agenzia delle Onlus mentre non vengono coinvolte in nessuna maniera le Regioni pur in presenza del principio di sussidiarietà

-          Su questo punto è assolutamente necessario prevedere nel testo indicazioni precise nelle modalità che si suggeriscono nella parte finale del presente documento.

Considerazioni di carattere specifico su alcuni punti del testo

Questioni specifiche riguardanti le politiche sociali

­       Art. 1: Lo schema di decreto introduce la figura dell’impresa sociale senza però stabilire quale sia il regime che ad essa si applicherà o di cui essa beneficerà; in particolare non si affronta il tema delle modifiche che sarebbero necessarie al Codice Civile per permettere anche alle società di capitali di assumere la qualifica di imprese sociali (questione prevista dalla stessa legge delega 118);

­       Art. 2, comma 1: poco chiaro è il riferimento tra gli interventi di “utilità sociale” il riferimento ai “servizi strumentali alle imprese sociali” trattandosi di una definizione generica e di difficile applicazione;

­       Art. 2, comma 2: L’aggiornamento delle categorie delle persone svantaggiate con riferimento alla normativa comunitaria, così come indicato nel comma medesimo, amplia in modo eccessivo tali fattispecie. In particolare, ci si riferisce all’ampliamento di cui alla lettera f) punto I (qualsiasi giovane che abbia meno di 25 anni o che abbia completato la formazione a tempo pieno da non più di 2 anni e che non abbia ancora ottenuto il primo impiego retribuito regolarmente). Una simile estensione, potrebbe avvenire a discapito delle reali categorie con più necessità di sostegno ed assistenza, e comporterebbe il venir meno della mission specifica dell’impresa sociale caratterizzata proprio per la finalità dell’inserimento lavorativo dei soggetti più deboli del mercato del lavoro. Una soluzione potrebbe essere quella di prevedere una percentuale massima con cui limitare la presenza di tali lavoratori, applicando un trattamento di maggior favore per le categorie più svantaggiate. Manca, inoltre, qualsiasi riferimento nella norma in questione alla verifica del permanere della quota del 30% di tali lavoratori o perlomeno un riferimento a forme di controllo esterno.

­       Poiché gli ambiti di attività dell’impresa sociale così come declinati al comma 1 dell’art. 2 sono molteplici e vari, la natura stessa dell’impresa sociale, che è senza scopo di lucro, implicherebbe, rispetto ai divieti di cui all’art. 3, comma 2, lettera a) che essi siano assoluti. Di conseguenza, il divieto di corrispondere agli amministratori, al personale subordinato e autonomo, compensi superiori a quelli previsti dalle imprese che operano nei medesimi settori, non può essere derogato se non con riferimento ai casi disciplinati con leggi specifiche. Pertanto si propone di eliminare la seconda parte del comma da “salvo comprovate…a venti per cento”, sostituendo, dopo “…analoghi settori e condizioni…” con “ fatti salvi i casi disciplinati da leggi specifiche”. Altrimenti la norma sembrerebbe prevedere una situazione di maggior favore per tali amministratori.

­       Artt. 11 e 16 -  In generale il regime dei controlli non è chiaro, fatte salve le funzioni previste all’art. 11 per i sindaci. Dovrebbero ipotizzarsi, infatti, controlli periodici ( per esempio annuali) come per le revisioni delle cooperative sociali. La parte dei controlli risulta carente, né pare sufficiente, ai fini del controllo, la funzione di monitoraggio di cui all’art. 16, che riveste carattere di eventualità e non di obbligatorietà.

­       Art. 13 comma 3: è necessario risolvere l’incongruenza tra la possibilità concessa alle cooperative che siano anche imprese sociali di devolvere il proprio patrimonio nelle modalità previste dal presente decreto (altre Onlus, associazioni, Comitati, Fondazioni ed enti ecclesiastici) e i vincoli posti dall’attuale normativa sulle cooperative sociali che obbliga alla devoluzione al solo fondo mutualistico; ci sarebbe una disparità di trattamento tra cooperative sociali che abbiano scelto di diventare imprese sociali e cooperative sociali che non abbiano scelto in taol senso

­       Art. 14 comma 2: appare esagerata l’ammissibilità di prestazioni di attività di volontariato nei limiti del 50% dei lavoratori a qualunque titolo impiegati nell’impresa sociale

­       Art. 17, comma 3 -  Il comma prevede la possibilità per le cooperative sociali di diventare imprese sociali. La norma in questione sembra avere come conseguenza la discriminazione delle cooperative sociali rispetto alle altre imprese sociali sia nel caso che la cooperativa sociale resti tale, sia nel caso che essa diventi impresa sociale. Infatti, mantenendo la natura giuridica di cooperativa sociale, in ogni caso le stesse restano soggette alla disciplina della legge 381/1991 che pone vincoli molto maggiori di quelli previsti dallo schema di decreto proposto. Inoltre, non risultano chiari i vantaggi nel rimanere cooperativa sociale “tout court”. Inoltre, vi è il rischio di vanificare e disperdere un’esperienza e un patrimonio di imprese come quello delle cooperative sociali, da più di vent’anni operanti nel paese, con notevole patrimonio di esperienza e un grande numero di occupati. Si propone, di conseguenza una rivisitazione complessiva dell’art. 17, comma 3.

Questioni specifiche riguardanti la formazione

-          Nella parte introduttiva della relazione illustrativa dello schema di decreto attuativo della legge 13 giugno 2005, n. 118, recante “Delega al Governo concernente la disciplina dell’impresa sociale” si palesa la necessità di adottare una normativa che “possa tutelare anche i destinatari delle attività ed i creditori, attraverso l’obbligo di procedure organizzative e gestionali, e, più in generale, di comportamenti propri degli imprenditori commerciali” in ambiti in cui è massiccia la presenza del terzo settore. Ed è nell’art. 2 di questo schema di decreto che l’istruzione e la formazione compaiono tra l’elenco di materie di particolare rilievo sociale all’interno dei settori nei quali è più massiccia la presenza di operatori del terzo settore. In particolar modo al punto d) del citato art. 2 si fa riferimento all’educazione, istruzione e formazione con un rimando alla legge del 28 marzo 2003 n. 53, con un chiaro legame quindi alla formazione in diritto-dovere, mentre ai punti h), i) e l) vengono citate rispettivamente la formazione universitaria e post-universitaria, la ricerca e l’erogazione di servizi culturali in genere ed infine la formazione extra scolastica finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al successo scolastico e formativo.

-          Rimanendo nella logica di una normativa volta a tutelare i destinatari delle attività, bisogna mettere in rilievo come all’interno dello schema di decreto in oggetto manchi un qualsiasi riferimento alle procedure di accreditamento regionali che nascono con il precipuo compito di tutelare, tra l’altro, i fruitori dei sevizi di formazione e istruzione sui singoli territori regionali.

-          Appare quindi opportuno inserire tale riferimento all’interno dello schema di decreto vista la posizione non trascurabile che le imprese sociali ricoprono all’interno del panorama educativo-formativo.

Questioni specifiche riguardanti il lavoro

-          articolo 2 comma 2  - Per ciò che concerne l’inserimento lavorativo di disabili lo schema di provvedimento proposto dovrebbe opportunamente prevedere un raccordo con la disciplina della L. 68/99 in un’ottica di tutela del lavoro dei disabili. Essa infatti ha come finalità la promozione dell’inserimento e dell’integrazione lavorativa delle persone disabili come disciplinato dall’ art. 1, comma 1 della legge stessa. In particolare, occorrerebbe inserire nell’ambito del dettato normativo una indicazione relativa alle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, alla tipologia contrattuale di inserimento e alle eventuali azioni di accompagnamento all’inserimento lavorativo da predisporre a carico dell’impresa sociale. Peraltro, il riferimento normativo alla legge 68 del 1999 andrebbe richiamato nella premessa.

-          Articolo 2 comma 2 – La formulazione dell’articolo, nel richiamare la qualifica sociale dell’impresa, espressa per le finalità di inserimento al lavoro di soggetti disabili e svantaggiati, pone un problema di raccordo con la disciplina contenuta nell’art. 13 del D.Lgs. 276/03, laddove viene consentito alle agenzie autorizzate alla somministrazione di lavoro, di operare in deroga al regime generale in caso di inserimento lavorativo per disabili e svantaggiate. Non appare chiaro, infatti, se sia contemplata la possibilità per le imprese sociali che svolgono attività di inserimento lavorativo per disabili e svantaggiati di acquisire l’autorizzazione ministeriale a svolgere attività di somministrazione di lavoro. 

-          Art. 2 comma 4,  - Il comma individua la necessità da parte delle imprese sociali di disporre, per l’impiego del 30% dei lavoratori disabili e svantaggiati, di una idonea documentazione proveniente dalla pubblica amministrazione che attesti la relativa situazione. In tal caso la formulazione dovrebbe in primo luogo chiarire la tipologia di documentazione richiesta, poiché in caso di accertamenti sanitari, relativamente alle persone con disabilità, occorrerebbe prevedere un riferimento alle commissioni di cui all’art. 4 della legge 104/92, mentre, nel caso di accertamenti relativi alle condizioni di svantaggio, occorrerebbe evidenziare quali strutture della pubblica amministrazione debbano essere coinvolte e con quali modalità.  

Questioni specifiche riguardanti le attività produttive

-          Per quanto riguarda l’incidenza del provvedimento sulle tematiche riguardanti le attività produttive, si propone di integrare all’art. 2 l’elenco delle fattispecie tipiche di impresa sociale con un ulteriore lettera: “commercio equo e solidale di beni, certificato da parte delle associazioni maggiormente rappresentative dei soggetti operanti nel settore oppure scritte in registri previsti dalla legislazione regionale in materia”. Peraltro, a tal riguardo, si segnala l’intervento normativo di diverse Regioni sul tema.

Le Regioni Veneto e Lombardia propongono, inoltre, il seguente emendamento, relativo a ruolo e competenze di Regioni e Province autonome:

Articolo  di raccordo 17 bis

“Le imprese sociali le cui attività si esplicano nelle materie di competenza regionale sono soggette alla disciplina prevista dalle Regioni e Province autonome in tali ambiti.

Nella applicazione della presente norma vengono altresì garantiti i necessari raccordi con gli ordinamenti regionali e delle Province autonome anche attraverso il coinvolgimento nelle funzioni di monitoraggio e di ricerca.”

Roma, 9 febbraio 2006”

(red/17.02.06)

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E' da polli non mangiarlo

(regioni.it) E’ da polli non mangiare la carne più buona e sana che c’è al mondo. Ma è quello che sta succedendo. L’annuncio di uccelli con l’aviaria ha provocato una profonda crisi nella filiera avicola, autentico nostro fiore all’occhiello nel mondo, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. C’è un calo dei consumi del 70% nel nostro Paese.

Siamo gli unici in Europa ad avere questa psicosi. E paradossalmente le nostre stesse esportazioni di questo prodotto in Europa aumentano. A dimostrazione della riconosciuta qualità, e delle garanzie di sicurezza alimentare. Primato infatti anche nei controlli sanitari, riconosciuti di livello assoluto dalle organizzazioni internazionali.

Ma non basta. Bisogna intervenire immediatamente per salvare il settore. Lo hanno dichiarato insieme in conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi – dopo l’incontro con i rappresentanti della filiera avicola - sia Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, che Gianni Alemanno, ministro all’agricoltura.

Governo e Regioni hanno a disposizione ''pochissimi giorni per salvare la filiera avicola italiana''. E’ l’allarme lanciato da Errani: ''Questa filiera - ha aggiunto - ha pagato in questi mesi un prezzo altissimo. Siamo di fronte a una crisi pesantissima di una filiera che e' fiore all'occhiello dell'Italia nel mondo. Oggi siamo intorno al 70% di crisi di mercato''.

Per il presidente Errani quindi ''e' indispensabile che i provvedimenti discussi e condivisi al tavolo con il governo diventino operativi''. Nella prossima settimana ha ricordato Errani dovra' essere pronto il decreto per gli accordi di cassa integrazione in deroga sia per gli avventizi che per il personale fisso. Dobbiamo verificare cosa verra' fuori dall'incontro con l'Ue ma per noi la ''prorita' assoluta e' la garanzia di salvare questa filiera, quindi nella prossima settimana dovremo fare qualche passo in piu'''. Inoltre va predisposta ''una grande campagna di sostegno ai nostri prodotti avicoli''. Restano pochissimi giorni per attivare le contromisure. “Per questo - ribadisce Errani - gli argomenti che oggi abbiamo discusso nella riunione, e' fondamentale che diventino subito operativi, perche' la nostra priorita' e' salvare tutta la filiera".

Errani ha poi annunciato la necessita' di una grande campagna di comunicazione "corretta, a sostegno dei nostri prodotti avicoli", sottolineando comunque l’attivazione degli ammortizzatori sociali.

Saranno le Regioni, convocate per mercoledì della prossima settimana dal ministro Maroni, a definire le modalita' d'intervento. Lo segnala anche la Regione Abruzzo con l'assessore al Lavoro, Fernando Fabbiani, che ha precisato: ''prima di questo vertice e' prevista per lunedi' prossimo, presso il Ministero del Lavoro, una riunione tecnica per effettuare un check-up sul momento di drammatica crisi che sta vivendo il settore e che in Abruzzo coinvolge 2.500 lavoratori della filiera agroalimentare avicola''.

Una degustazione di pollo in piazzaper dimostrare che non c'e' nessun rischio e che la psicosi scattata con l'allarme aviaria non trova giustificazioni. LaGiunta regionale d'Abruzzo ha avviato, di fatto, questamattina, una campagna di sensibilizzazione dell'opinionepubblica invitando tutti a seguire il proprio esempio. Ilpresidente Ottaviano Del Turco, accompagnato dagli assessoriBernardo Mazzocca e Marco Verticelli, ha promosso unadegustazione di pollo in piazza Duomo, all'Aquila, sotto lo sguardo compiaciuto di tanta gente invitata a seguire il loro esempio. 'Il problema non esiste - ha dichiarato il presidente Del Turco - e quello che leggiamo sui giornali, ossia che il pollo deve essere ben cotto ci spinge a credere che nasconda chissa' quale contagio, che puo' essere eliminato solo con una buona cottura. E' sbagliato. Ma poi, mi chiedo, chi mangia il pollo crudo? Io dico invece che non c'e' pericolo di nessun tipo perche' i nostri polli sono sani. Questa psicosi – ha concluso - sta mettendo in ginocchio un pezzo importante di economia della regione. Non lo possiamo permettere proprio perche' le ragioni che spingono a non consumare sono prive di ogni fondamento'. Inoltre la Giunta sta studiando l'attivazione di una linea di credito di esercizio per un anno estendibile a due, ma soprattutto una sorta di ''fermo attivita''', alla stessa stregua del fermo biologico per la pesca.

In Puglia l'unita' di crisi regionale per l'aviaria ha tenuto oggi una riunione congiunta con i 12 capi dei dipartimenti di prevenzione delle Ausl pugliesi per fare il punto sulla situazione dell'allarme. Mentre nel Veneto è stato attivato un numero verde per avere informazioni a riguardo.

Quindi mercoledi' prossimo, 22 febbraio, il ministro del Welfare Roberto Maroni ha convocato un tavolo con il mondo sindacale e con le imprese per stringere accordi sulla cassa integrazione in deroga. Lo ha dichiarato il ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno al termine del tavolo sull'emergenza dell'influenza aviaria. ''Mercoledi' questi accordi - ha detto Alemanno - saranno presi senza ulteriori dilazioni, e' un impegno che abbiamo preso al tavolo di oggi''.

Alemanno ha anche annunciato che lunedì a Bruxelles con il ministro Storace si discuterà dei possibili aiuti UE, ma se questi non fossero garantiti il Governo è pronto a rischiare. Per Alemanno infatti se entro lunedi' Bruxelles non sblocchera' gli aiuti “siamo pronti ad affrontare l'accusa di infrazione”. Per l'emergenza posti di lavoro il governo pensa a un fondo di cassa integrazione in deroga per l'intero 2006

D’accordo con le Regioni il ministro Alemanno ha annunciato che mercoledi' prossimo l'Agea procedera' al ritiro delle 17 mila tonnellate di carni avicole, in eccedenza, congelate nei magazzini dei produttori, pari a 20 milioni di euro e che tale quantitativo verra' raddoppiato quanto prima, e quindi si passera' da 20 milioni a 40 milioni di euro per il ritiro integrale del prodotto stoccato che ad oggi ammonta a 45 mila tonnellate. ''Questo provvedimento -ha spiegato Alemanno- non ha bisogno di autorizzazione da parte della Ue in quanto si tratta di aiuti umanitari per la cooperazione internazionale''.

Quanto alla fattibilita' dell'ulteriore intervento il ministro ha spiegato che verra' presentato quanto prima un emendamento al decreto legge agricoltura che e' all'esame della Camera mercoledi' prossimo e in approvazione definitiva giovedi' al Senato. Emendamento in cui verranno inserite le misure che saranno contrattate a Bruxelles.

- Accordo Stato-Regioni (9.2.06) su pandemia influenzale...      .

 (gs/17.02.06)

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Conferenza Regioni 09.02.06 DOC su decreto direttive UE farmaci

(regioni.it) Il parere delle Regioni sul Decreto di recepimento della direttiva comunitaria sul codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano e di quella che stabilisce i principi e le linee direttrici delle buone prassi di fabbricazione relative ai medicinali per uso umano e ai medicinali per uso umano in fase di sperimentazione avrebbe dovuto essere “favorevole”, ma condizionato all’accoglimento di alcune indicazioni. Poiché nel confronto tenutosi in Conferenza Stato-Regioni l’esecutivo non è stato in grado di garantire il totale recepimento delle indicazioni delle Regioni, il Parere si è trasformato in “negativo, salvo l’accoglimento di tutti gli emendamenti” proposti dalle Regioni nel Documento che si pubblica integralmente.

 

PARERE SULLO SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE RECEPIMENTO DELLA DIRETTIVA 2001/83/CE E SUCCESSIVE MODIFICAZIONI E DELLA DIRETTIVA 2003/94/CE, LIMITATAMENTE AGLI ARTICOLI 102, 119 E 125. (Punto 7 O.d.g. Conferenza Stato-Regioni)

Premesso che la tutela della Salute rientra nel novero delle materie in cui le Regioni e le Province autonome hanno competenza legislativa concorrente, il decreto in oggetto dovrebbe limitarsi a dettare i principi fondamentali in materia.

Tuttavia, in virtù dell’art. 117, comma 5 della Costituzione, si propongono le seguenti modifiche allo schema di decreto legislativo:

Art. 1, comma 1, lettera r)

Dopo le parole “…dei farmacisti” aggiungere “o degli altri soggetti autorizzati a fornire i medicinali al pubblico”.

Accolta.

Art. 77, comma 1, lettera c), punto 4.

Le regioni raccomandano che in fase di attuazione l’AIFA presti attenzione alle avvertenze speciali con particolare riferimento all’indicare con chiarezza se il prodotto può essere assunto senza rischio dai soggetti affetti da celiachia o altre intolleranze alimentari.

Accolta.

Art. 92, comma 2

Dopo la parola “privato” aggiungere “ovvero, per condizioni di impiego clinico e setting assistenziale, anche in ambito extraospedaliero secondo le disposizioni delle regioni e delle province autonome”.

Il Ministero della Salute si riserva di decidere.

Art. 100

Al comma 2, dopo la parola “farmacia” aggiungere “non”.

Il Ministero della Salute accoglie tecnicamente la modifica riservandosi il parere in sede politica.

Al comma 6, sostituire la parola “legge” con la parola “disposizioni”.

Accolto.

Al comma 7, sostituire dalla parola “parimenti” fino alla parola “stabilite” con le seguenti parole “parimenti, in base ad indirizzi forniti dal ministro della salute le regioni possono stabilire, anche con atto amministrativo, ai fini di una più efficace…”.

Il Ministero della Salute si riserva di decidere.

Art. 116

Al comma 1, eliminare le parole“e il disposto del comma 2 del presente articolo”.

Eliminare il comma 2.

Il Ministero della Salute è disponibile a valutare positivamente la richiesta.

Art. 118, comma 8

Eliminare il primo periodo e sostituirlo con “Il Ministero della Salute comunica al richiedente l’autorizzazione alla pubblicità di un medicinale, l’esito della domanda entro 90 giorni dalla presentazione della stessa, motivandone l’eventuale diniego”.

Proposta non accolta dal Ministero della Salute e mantenuta dalle Regioni.

Art. 118, comma 9

Sostituire “45 giorni” con “90 giorni”.

Proposta non accolta dal Ministero della Salute e mantenuta dalle Regioni.

Art. 118, comma 14

Dopo la parola “12” aggiungere “13.

Proposta di modifica accolta.

Art. 119, comma 2

Dopo la parola “Aifa” aggiungere “previa intesa con la Conferenza stato regioni e sentite le associazioni dell’industria farmaceutica e le categorie interessate”.

Proposta accolta dal Ministero della Salute che si riserva di verificare l’accoglibilità da parte del Ministro.

Art. 120, comma 1

Dopo la parola “farmaceutica” eliminare fino alla fine e aggiungere “solo dopo aver ottenuto l’autorizzazione dall’Aifa, la quale è tenuta a fornirla entro novanta giorni dalla data di deposito. Gli estremi dell’autorizzazione devono essere riportati nel materiale”.

Proposta non accolta dal Ministero della Salute, ma mantenuta dalle Regioni.

Art. 120, comma 5

Eliminare dalle parole “La pubblicità” fino alla parola “medesimi” e sostituire con le parole “E’ vietata ogni pubblicità rivolta ai medici realizzata attraverso visite dei medesimi…”.

Il Ministero della Salute si riserva di decidere.

Art. 122, comma 1

Dopo la frase “nel mese di gennaio di ogni anno ciascuna impresa farmaceutica deve comunicare” inserire le parole “su base regionale

Accolta dal Ministero della Salute.

Art. 125, comma 1

Dopo le parole “essere rimessi solo” aggiungere le parole “in via eccezionale ed a seguito di specifica autorizzazione Aifa”.

Il Ministero della Salute si riserva di decidere sulla dizione “in via eccezionale”. Non accoglie “ed a seguito di specifica autorizzazione Aifa”.

Art. 125, comma 5

Dopo la parola “4” eliminare la parola “non” e aggiungere, dopo la parola “applicano”, la parola “anche”.

Accolto dal Ministero della Salute.

Le Regioni e le Province autonome esprimono parere favorevole allo schema di decreto legislativo, condizionato all’accoglimento di tutte le proposte emendative presentate nella sede tecnica dell’8 febbraio 2006.

Roma, 9 febbraio 2006”

(red/17.02.06)

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Conferenza Regioni 09.02.06 DOC giudizio negativo su Decreto governo territorio

(regioni.it) Le Regioni hanno espresso un parere negativo sul decreto legislativo di ricognizione dei principi di governo del territorio. Nell’occasione hanno segnalato con un breve documento (cfr.regioni.it n.674).-, la necessità di un confronti istituzionale serrato su tale materia.Si pubblica integralmente il testo del Documento che ha accompagnato il parere negativo.

 

“PARERE SULLO SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO DI RICOGNIZIONE DEI PRINCIPI FONDAMENTALI IN MATERIA DI GOVERNO DEL TERRITORIO A NORMA DELL’ARTICOLO 1 DELLA LEGGE 5 GIUGNO 2003, N. 131 (Punto 5 Odg Conferenza Stato-Regioni)

Premessa

La legge  5 giugno 2003, n. 131 all’art.1, comma 4, delega il Governo ad adottare entro 3 anni dall’entrata in vigore della legge medesima, specifici decreti legislativi meramente ricognitivi dei principi fondamentali presenti nella legislazione statale vigente nelle materie a legislazione concorrente previste dal 3° comma dell’art. 117 della Costituzione, tra le quali è inserito il “Governo del territorio”.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 280/2004, ha precisato che i decreti legislativi di ricognizione dei principi fissati dalla legislazione statale, nelle materie a legislazione concorrente, devono riguardare solo i “nuclei essenziali del contenuto normativo che quelle disposizioni esprimono per i principi enunciati o da esse desumibili” ed avere quindi un “livello di maggiore astrattezza” rispetto alle regole positivamente stabilite dal legislatore.

E’ evidente che la pronuncia ha minimizzato l’efficacia dei decreti di ricognizione, i quali non si sostituiscono alle norme già vigenti, costituendo solo “un quadro di primo orientamento destinato ad agevolare, contribuendo al superamento di possibili dubbi interpretativi, il legislatore regionale nella fase di predisposizione delle proprie iniziative legislative, senza peraltro avere carattere vincolante e senza comunque costituire di per sé un parametro di validità delle leggi regionali, dal momento che il comma 3 dello stesso art. 1 ribadisce che le Regioni esercitano la potestà legislativa concorrente nell’ambito dei principi fondamentali espressamente determinati dallo Stato, ‘o, in difetto, quali desumibili dalle leggi statali vigenti’”.

A tal proposito assume rilevanza anche la sentenza della Corte Costituzionale 196/2004  in materia di condono edilizio, dove è precisato che la legislazione statale deve soltanto determinare “alcuni limitati contenuti di principio”.

Sulla base delle premesse di cui sopra, il decreto legislativo dovrebbe contenere esclusivamente disposizioni sui principi fondamentali nelle materie concernenti il  governo del territorio e non riprodurre sistematicamente i testi normativi in vigore.

Viceversa le disposizioni del decreto limitano pesantemente la sfera normativa regionale, elevando a principi fondamentali normative di dettaglio e procedimentali, peraltro datate e  ormai già in gran parte superate dalle leggi regionali emanate negli anni più recenti, soprattutto in materia di strumenti urbanistici generali ed attuativi, nonché in materia edilizia, su alcune delle quali si è espressa già conformemente la Corte Costituzionale.

E’ evidente, poi,  che il varo, come “principi fondamentali”, delle norme contenute nell’attuale versione  del Decreto, comporterebbe un forte contenzioso sia  con riferimento alle leggi regionali sia con riferimento all’evidente vizio di eccesso di delega del testo in esame per contrasto con il disposto del comma 4 dell’art.1 della Legge 131/2003,  con evidenti ricadute in termini di certezza del diritto nella materia. E questo aggraverebbe di molto le già consistenti difficoltà del “governo del territorio” in Italia.

Dall’insieme dell’articolato emerge inoltre una visione “riduttiva” del governo del territorio che non tiene conto della sua complessità, in quanto esso dovrebbe ricomprendere politiche determinanti in materia di tutela, valorizzazione e infrastrutturazione del territorio, quali quelle ecologico-ambientali, agricole e di insediamento delle attività produttive. Una accezione quindi di governo del territorio quale funzione pubblica di regolazione del territorio che persegua l’integrazione e l’armonizzazione dell’insieme degli interessi pubblici che concorrono alla definizione delle tutele, degli usi e delle trasformazioni dello stesso. In tal senso si è peraltro pronunciata la Corte Costituzionale nelle sentenze 307/2003 e 196/2004.

Infine nelle disposizioni generali non è stata inserita la salvaguardia delle competenze esclusive proprie delle regioni a statuto speciale e delle province autonome così come previsto dall’art.11 della L.131/2003

Con riferimento al metodo seguito si sottolinea che la legge delega n.131/2003 prevede che lo schema di decreto in esame sia sottoposto per ben due volte al parere della Conferenza Stato-Regioni: prima dell’invio da parte del Governo alle Commissioni parlamentari per acquisire il loro parere e dopo l’acquisizione di tale parere e l’apporto di eventuali modifiche da parte del Governo stesso. La previsione del doppio passaggio in Conferenza Stato-Regioni evidenzia la necessità di un serrato confronto istituzionale, che ad oggi è totalmente mancato, e che appare quanto mai opportuno anche per coordinare le diverse iniziative legislative,  governative e parlamentari, in corso di approvazione .

Questo primo esame da parte delle Regioni avviene, infatti, contestualmente all’invio dello schema di decreto legislativo con una ristrettezza di tempi che non ha consentito un adeguato confronto tra i diversi livelli di Governo,  imprescindibile per compiere una puntuale ricognizione dei principi fondamentali. Pertanto è indispensabile che detto confronto si svolga prima del secondo passaggio in Conferenza Stato-Regioni.

In conclusione, per tutte le considerazioni fin qui espresse, le regioni esprimono un giudizio fortemente negativo sullo schema di decreto legislativo in oggetto.

Si formulano inoltre alcune preliminari osservazioni con riferimento al Capo I (Disposizioni generali), al Capo II (Urbanistica), al Capo III (Edilizia), al Capo IV ( Edilizia residenziale pubblica) e al Capo V (Lavori pubblici) dello schema di decreto legislativo.

Capo I (Disposizioni generali)

La nozione di “Governo del territorio” introdotta nel 2001 dall’art.117, terzo comma, della Costituzione, non è esplicitamente presente nella legislazione nazionale vigente. In questa prospettiva l’”ambito di applicazione” del “Governo del territorio” individuato dallo schema di Decreto (art.1) è riduttivo dal momento che non ricomprende una serie di contenuti essenziali per il governo del territorio come ad esempio la difesa del suolo, la tutela dei beni paesaggistici e naturalistici e la promozione del paesaggio, nonché la cura degli interessi pubblici collegati a tali contenuti.

Lo stesso ddl sul Governo del Territorio, approvato dalla Camera dei Deputati , ricomprende oltre l’urbanistica e l’edilizia le materie “difesa del suolo”, “grandi reti infrastrutturali”. Viceversa lo schema di decreto comprende nel Governo del territorio impropriamente anche se riferito ai soli aspetti collegati all’assetto del territorio, l’edilizia residenziale pubblica che è materia di competenza esclusiva delle Regioni.

Capo II (Urbanistica)

Il Capo II dedicato all’”Urbanistica” è articolato in sette Sezioni per un complesso di 22 articoli: Sezione I: Disposizioni generali; Sezione II: La pianificazione territoriale di coordinamento e intercomunale ; Sezione III: La Pianificazione comunale; Sezione IV: La pianificazione attuativa; Sezione V: Programmi pluriennali di attuazione e misure di salvaguardia; Sezione VI: Programmi innovativi, recupero degli insediamenti abusivi, localizzazione delle opere di interesse statale, armonizzazione della pianificazione di settore; Sezione VII: Programmazione, pianificazione ed attuazione degli interventi con procedure consensuali e forme sussidiarie pubblico-privato.

Già dalla articolazione del Capo II e, ancor più, dalla sua consistenza  è evidente che non può trattarsi di una legge di soli principi fondamentali; per di più l’articolato, per contenuti e per lessico non evidenzia detti principi, lasciandoli in qualche modo sottintesi, ne più ne meno di quanto non avvenga nei testi di legge vigenti. In sostanza il Decreto viene meno al suo fondamentale compito di enucleare i “principi fondamentali”, configurandosi più come “testo unico” che come “legge di principi”.

A motivazione di questo giudizio si evidenzia quanto segue.

Nella Sezione I dedicata alle Disposizioni generali, l’art.4 definisce il “Principio della pianificazione”. Ci si aspetterebbe che l’articolo precisasse appunto alcuni principi: che tutto il territorio è sottoposto ad una disciplina urbanistica; che la disciplina urbanistica si definisce con legge o nel processo di pianificazione territoriale ed urbanistica; che la pianificazione territoriale ed urbanistica è componente imprescindibile del “governo del territorio”; che la pianificazione è un processo che si articola in tre tipi di piano: piano territoriale di coordinamento, piano urbanistico generale, piano urbanistico esecutivo, ciascuno dei quali con specifica finalità nel processo di pianificazione ed efficacia sulla proprietà privata; che la formazione dei piani è di competenza primaria, secondo i casi, della regione, delle province, del comune; che la formazione dei piani deve assicurare la partecipazione dei cittadini e dei proprietari e garantire l’equità di trattamento; etc. Invece l’articolo recita: “ La disciplina urbanistica si attua a mezzo dei piani territoriali, dei piani regolatori comunali e sulle norme sull’attività costruttiva edilizia…” come se la definizione dei principi fondamentali relativi alla pianificazione si potesse ridurre alla descrizione dei contenuti dei suoi strumenti e cioè dei piani, cui per altro lo schema dedica le successive tre sezioni e cioè la II, la III e la IV. 

Queste Sezioni, costituite da più articoli, affrontano tutti i temi che riguardano i diversi strumenti (in alcuni casi chiamati “piani”, in altri “strumenti”) e cioè i contenuti tecnici, procedure, effetti, rapporto pubblico-privato. Ma proprio perché di questi temi non sono stati solo evidenziati i principi fondamentali da rispettare nella legislazione regionale, risulta fortemente ridotta, quasi annullata, la competenza legislativa regionale in materia.

In particolare:

  • all’art. 5 la norma disciplina nel dettaglio i piani territoriali di coordinamento provinciali, senza prevederne il necessario coordinamento con gli strumenti di programmazione territoriali regionali, configurandoli quali strumenti di mero indirizzo e direttiva; in sostanza, la norma delinea i PTCP sulla falsariga della legge 1150/42, prefigurando un istituto che la stessa Corte Costituzionale, nella sentenza n. 378/2000, ha ritenuto superato in quanto piani soltanto di direttive, non comportanti nessuna prescrizione;
  • sempre all’art. 5 si stabilisce che è la Provincia a fissare il perimetro di “ogni singolo piano di coordinamento” e ciò non consentirebbe alle regioni di stabilire che il Piano territoriale di coordinamento provinciale possa essere esteso all’intero territorio della provincia. La norma di fatto limita in modo significativo la potestà legislativa regionale; l’articolo contiene in generale norme eccessivamente di dettaglio sui contenuti dei piani territoriali di coordinamento delle Province e tra queste alcune previsioni dei piani territoriali che invece dovrebbero essere di esclusiva competenza dei piani regolatori comunali (sedi dei nuovi nuclei edilizi; le diverse destinazioni del territorio);inoltre sono previste norme in materia di istituzione di parchi o riserve naturali per le quali la competenza dovrebbe essere regionale;
  • all’art. 8, i commi 3 e 4 riproducono alla lettera e nel dettaglio la normativa statale esistente in materia di piano urbanistico generale (PRG) e di standard. Con ciò, norme che oggi sono oggetto di regolamentazione amministrativa (decreti ministeriali, etc.) rischiano di assumere valore di legge, limitando la potestà legislativa regionale che peraltro è già intervenuta in materia;
  • all’art.9 dedicato alla “Approvazione ed efficacia dello strumento urbanistico generale comunale” (PRG) non si fa alcun cenno agli effetti conformativi della proprietà del PRG, cioè alla principale funzione del piano che è quella, tra l’altro, che motiva la necessità di norme relative alle procedure di formazione e di approvazione, alla salvaguardia ed alla revisione del piano;
  • nella Sezione IV, gli articoli 10, 11, 12 e 13 (Pianificazione attuativa) le disposizioni riproducono con contenuto estremamente di dettaglio, il testo normativo di leggi nazionali in vigore peraltro differenziando le normative per i “piani particolareggiati di esecuzione”, altri “piani urbanistici attuativi del piano regolatore generale” e i “piani di lottizzazione convenzionata”; già ampliamente disciplinate dalle leggi regionali;
  • il Piano di lottizzazione convenzionata (art.12) non è ricompreso tra i piani urbanistici attuativi del PRG (Art.10, comma 3). Peraltro l’art.12 parla solo della Convenzione, dei suoi contenuti, della sua approvazione; quanto al contenuto tecnico del piano non dice nulla (si parla di “lottizzazione” o di “progetto di lottizzazione”);
  • infine il contenuto dell’articolo 17 non costituisce certamente norma di principio in quanto la disposizione si riferisce ad un provvedimento di carattere straordinario (il condono edilizio) per il quale la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 196/04, ha precisato che in materia lo Stato può definire soltanto limitati principi fondamentali.

Le Sezioni V, VI e VII confermano pesantemente il carattere di “testo unico” dello Schema. In materia di programmi pluriennali, di misure di salvaguardia, di localizzazione di opere di interesse statale e, infine di programmi integrati, di recupero urbano e di Società di trasformazione urbana (STU) lo schema ripropone pressoché alla lettera la legislazione statale in vigore e non ne individua i “principi fondamentali” cui dovrebbero ispirarsi le leggi regionali.

Capo III (Edilizia)

Gli articoli dal 23 al 56 riproducono sostanzialmente tutta la disciplina contenuta nel D.P.R. 380/2001 con disposizioni di dettaglio e procedurali inerenti gli interventi edilizi, i titoli abilitativi, il contributo di costruzione, le agibilità che sono state ormai abbondantemente disciplinate dalle norme regionali, determinando ricadute negative sui procedimenti edilizi e generando forti contenziosi. Inoltre in materia di costruzioni in zona sismica non viene richiamata la legge 741/81 che consente alle Regioni di attivare sistemi di controllo a campione anziché ricorrere all’autorizzazione preventiva per ogni progetto.

Capo IV (Edilizia Residenziale pubblica)

A seguito del mutato assetto istituzionale, intervenuto dopo l’entrata in vigore della riforma del Titolo V della Costituzione, la materia è attribuita alle Regioni, le quali, quindi, possono esercitare in merito una piena potestà legislativa.

Infatti, la circostanza che l’edilizia residenziale pubblica non sia espressamente menzionata tra le materie elencate dal nuovo art. 117 della Costituzione, fa concludere che la stessa fosse riconducibile alla piena competenza residuale delle Regioni.

In quest’ottica, dunque, e con tale convinzione si è già operato, adottando leggi regionali, peraltro non impugnate dallo Stato e ormai vigenti, che prevedono discipline organiche e delineano autonomamente la programmazione degli interventi nel settore, tenendo conto delle particolari esigenze dettate dalle specifiche realtà territoriali e dal fabbisogno abitativo di ciascuna Regione.

Lo schema di decreto pretende invece di ricondurre al Governo del territorio le scelte fondamentali e di principio dell’edilizia residenziale pubblica, contraddicendo quanto fin qui sostenuto anche dall’amministrazione statale che si è comportata, dopo la modifica del Titolo V, come se non fosse più competente in materia

Tuttavia, quand’anche si volesse ritenere condivisibile la diversa interpretazione fornita dallo schema di decreto in esame, ricomprendendo la materia nel più ampio alveo del “Governo del territorio”, e, quindi, nell’ambito della legislazione concorrente, il relativo intervento normativo dello Stato deve limitarsi alla fissazione dei principi di carattere generale e soprattutto alla messa a disposizione di risorse finanziarie, escludendo provvedimenti di dettaglio e regolamentari.

Ciò non emerge, invece, dall’esame del Capo IV del decreto legislativo, contenente la ricognizione delle disposizioni statali considerate fondamentali in materia.

Le norme individuate, infatti, non possono sicuramente costituire il compendio dei principi sui quali fondare l’intervento statale nel settore, dal momento che disciplinano, perlopiù, aspetti specifici, particolari e procedurali, attinenti a competenze tecniche e gestionali e riguardanti anche i profili di natura urbanistico-edilizia.

Tali risultano, ad esempio:

  • l’art 61, che fissa le caratteristiche tecniche degli edifici e delle abitazioni fruenti del contributo dello Stato;
  • l’art. 62, che individua i soggetti istituzionali tenuti alla redazione dei piani di zona;
  • l’art. 64 che stabilisce i criteri di scelta delle aree;
  • l’art. 65, che descrive l’iter del procedimento di approvazione del piano di zona;
  • gli articoli da 67 a 69, dedicati alle modalità e procedure per la localizzazione degli interventi.

Si ritiene, invece, che l’attività dello Stato, come indicato dal comma 2 dell’art117 della Costituzione, debba esplicarsi in iniziative che consentano di assicurare, su tutto il territorio nazionale, uguali prestazioni minime riguardanti i diritti civili e sociali essenziali, tra i quali rientra sicuramente il diritto all’abitazione, riservando ogni altro aspetto programmatorio e gestionale alla potestà legislativa delle Regioni. In questo contesto rientra, altresì, un costante impegno finanziario dello Stato che consenta di sostenere il rilancio di una politica organica in materia, costruita d’intesa con le Regioni e nel rispetto della loro autonomia.

Pertanto, nell’esprimere un giudizio comunque negativo sugli articoli del capo IV, si ritiene che possano essere considerati i principi fondamentali esclusivamente alcuni punti tra quelli citati all’art. 57, comma 2, e ricompresi tra le funzioni statali già individuate dall’art.59 del decreto legislativo n.112/98 .

Tali funzioni riguardano:

  • la determinazione dei principi e delle finalità di carattere generale ed unitario in materia di edilizia residenziale pubblica;
  • la definizione dei livelli minimi del servizio abitativo;
  • il concorso, unitamente alle Regioni ed agli altri enti locali interessati, all’elaborazione di programmi di edilizia residenziale pubblica aventi interesse a livello nazionale,
  • la definizione dei criteri per favorire l’accesso al mercato delle locazioni dei nuclei familiari meno abbienti e agli interventi concernenti il sostegno finanziario al reddito.

Capo V (Lavori Pubblici)

Come indicato all’art. 1, comma 2, dello schema di decreto legislativo, nell’ambito del “Governo del Territorio” rientrano, per quanto attiene agli aspetti strettamente collegati all’assetto del territorio, anche la disciplina in materia di lavori pubblici.

Dalla lettura del testo si rileva che vengono considerati principi fondamentali tutte le norme della legge n. 109/94 ad eccezione di quelle relative alla disciplina degli organismi statali (artt. 4 – 5 – 6) e degli incentivi per la progettazione (art. 18).

Le Regioni, nell’esprimere grave preoccupazione per le implicazioni che il testo potrà avere sull’esercizio della propria potestà legislativa, si dichiarano nettamente contrari allo schema di decreto legislativo proposto per i motivi di seguito indicati.

Preliminarmente, sul piano del metodo, si stigmatizza l’assenza di un confronto con le Regioni in sede di stesura del capo V dello schema di decreto legislativo, in controtendenza rispetto ad una consolidata prassi partecipativa già sperimentata in occasione dell’emanazione di precedenti normative nazionali.

Quanto al merito, il testo in esame considera principi fondamentali dei lavori pubblici la quasi totalità delle norme della legge Merloni, con la conseguenza di condizionare pesantemente la potestà legislativa delle Regioni, cui non rimarrebbe altra possibilità che emanare residue, insignificanti norme di dettaglio.

Infatti, e a solo titolo di esempio, non si comprende come possa essere considerato principio fondamentale l’intero art. 14 della legge n. 109/94, relativo alla programmazione dei lavori pubblici, laddove questa è strettamente connessa con la più ampia attività di programmazione regionale; allo stesso modo, non è un principio fondamentale l’intero art. 16 della legge Merloni, relativo all’attività di progettazione, in quanto mal si concilierebbe con le peculiari istanze territoriali ed ambientali di ciascuna regione; ugualmente, non è un principio fondamentale l’art. 17 della legge n. 104/94, relativo all’effettuazione delle attività di progettazione, direzione lavori e accessori, poiché si pone in stretta correlazione con il precedente art. 16, relativo alla progettazione, e al successivo art. 18, relativo agli incentivi e spese per la progettazione, peraltro già escluso dal novero dei principi fondamentali; finanche gli artt. 19, relativo ai sistemi di realizzazione dei lavori pubblici, 20, relativo alle procedure di scelta del contraente, e 21, relativo ai criteri di aggiudicazione, sono principi fondamentali solo nella parte in cui stabiliscono norme a tutela della concorrenza e della trasparenza del mercato, non essendo precluso alle Regioni disciplinare altre e nuove forme di affidamento, recependo le indicazioni contenute delle direttive UE 17 e 18/2004; per l’art. 25, relativo alle varianti in corso d’opera, vale il medesimo assunto fatto per l’art. 16.  

Il comma 3 dell’art. 71 dello schema di decreto legislativo suscita gravi perplessità, in quanto configurerebbe un eccesso di delega, non limitandosi alla mera ricognizione dei principi fondamentali.

Infatti, nell’individuare le norme della legge n. 109/94 che costituiscono principi fondamentali e nel richiamare le norme regolamentari statali di attuazione delle stesse, le ascrive alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.

Ciò perchè l’art. 117, comm 6, della Costituzione circoscrive la potestà regolamentare dello Stato alle sole materie di competenza esclusiva.

Dall’eccesso di delega scaturirebbe un vizio di incostituzionalità anche in considerazione del fatto che il comma 5 dell’art. 1 della legge n. 131/2003, che estendeva la delega alla individuazione delle disposizioni rientranti nella competenza legislativa esclusiva statale, è già stato dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 280/2004.

In conclusione, nella competenza esclusiva dello Stato dovrebbero rientrare soltanto le norme poste a tutela della concorrenza e della trasparenza del mercato, mentre alla potestà legislativa concorrente delle Regioni dovrebbe essere affidata tutta la restante disciplina dei lavori pubblici in un quadro normativo di riferimento segnato dal recepimento della Direttiva della UE n. 17/2004.  

Capo IV (Espropriazioni per p.u.)

Con riferimento al complesso delle disposizioni del d.p.r. 327/2001, il T.U. delle norme in materia di espropriazione per pubblica utilità, i contenuti dello schema di decreto non sono condivisibili sia sul piano metodologico che su quello sostanziale.

E ciò per i seguenti motivi.

1) In primo luogo, data la natura eterogenea delle norme contenute nel T.U. espropri, si dubita della stessa possibilità che possa essere esercitata un’attività meramente ricognitiva di principi fondamentali della materia espropriativa.

A tale proposito è opportuno rilevare che se da un lato è certamente vero che l’espropriazione assume i connotati di una disciplina strumentale e complementare a singole e diverse materie (urbanistica, lavori pubblici, difesa, beni culturali, ecc.), apprestando a queste uno degli elementi necessari al raggiungimento degli obbiettivi di volta in volta perseguiti, e nello stesso tempo, sul piano della competenza legislativa, subendo una forza attrattiva dalla materia alla quale è asservita, è altresì indubbio che inquadrare l’espropriazione semplicemente come attività strumentale ad altre materie sarebbe erroneamente riduttivo.

Difatti, l’intervento normativo in un determinato settore non può essere sempre catalogato in maniera netta come disciplina di una materia, bensì come governo di un certo numero di interessi, i quali possono travalicare i rigidi schemi posti da una classificazione per materie.

In altri termini, per rimanere nell’ambito dell’espropriazione, è evidente come tale istituto regoli aspetti essenziali che non possono dirsi ricompresi esclusivamente nelle materie dell’urbanistica o dei lavori pubblici, primo fra tutti quello della tutela del diritto di proprietà e del grado di incidenza che sullo stesso debbano esercitare, in un determinato momento storico, i concetti costituzionali di funzione sociale e di  indennizzo.

Sicchè la disciplina dell’espropriazione è anche l’espressione dell’interesse dello Stato alla regolamentazione di un ambito primario, rimesso alla propria potestà legislativa esclusiva, come quello dei rapporti tra proprietà privata e potere ablativo, al fine di assicurare quella “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.(art. 117 Cost, 2° comma, lett. m).  

Ed è indubbio che tra i diritti civili e sociali, il cui grado di tutela spetta allo Stato assicurare uniformemente su tutto il territorio nazionale, un posto primario debba essere attribuito al diritto di proprietà.

Pertanto, nell’ambito del Testo Unico espropriazioni convivono norme di natura, funzione e gerarchia eterogenee; alcune, quali quelle in materia giurisdizionale e fiscale, ovvero quelle che disciplinano i criteri di determinazione dell’indennità espropriativa nonchè le modalità ed i limiti di imposizione dei vincoli alla proprietà, sono da considerarsi espressione di una potestà legislativa esclusiva dello Stato, e pertanto sottratte al potere legislativo regionale; altre, quali (alcune tra) quelle legislative, possono esprimere i principi fondamentali dell’istituto espropriativo, e pertanto definiscono il limite entro il quale possa esplicarsi il potere legislativo regionale; altre ancora, sia di livello legislativo che di livello regolamentare, a cui può essere attribuita la funzione di disciplinare la materia sino a quando non intervenga una diversa legge regionale.

Ciò posto, è evidente che l’individuazione dei principi fondamentali della materia espropriativa enucleabili da un coacervo di norme aventi natura e funzione così eterogenea, non possa in alcun modo prescindere da una valutazione cui sarebbe impossibile non attribuire funzione interpretativa di ogni singola disposizione.

In altri termini, dato il carattere assolutamente trasversale dell’impianto normativo del T.U., non di mera ricognizione si tratterebbe, bensì di valutazione, in relazione ad ogni singola disposizione del medesimo T.U., del grado di espressione degli ambiti normativi attribuibili alla competenza esclusiva dello Stato ovvero a quella concorrente delle Regioni.

Si darebbe in tal modo ingresso a quell’attività interpretativa, orientata da “considerazioni prioritarie”, prevista dai commi 5 e 6 dell’art. 1 della legge 131/2001 dichiarati illegittimi dalla Corte Costituzionale, in grado di alterare del tutto il carattere meramente ricognitivo dell’attività delegata al Governo in favore di forme di attività di tipo selettivo non ammesse. 

2) In ogni caso, pur ammettendo che il Governo possa esercitare la propria delega sull’impianto normativo del T.U., non può non rilevarsi una seconda evidente patologia metodologica.

Essa deriva dal tentativo di desumere i principi fondamentali della materia espropriativa, e quindi i limiti della potestà legislativa regionale, da norme di rango regolamentare.

Occorre infatti rilevare che, ai sensi dell'art. 117 Cost. “La potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni. La potestà regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia. I Comuni, le Province e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite”.

Il che conferma la natura assolutamente non vincolante che può essere attribuita alla norme regolamentari in materia espropriativa, le quali potranno avere un'applicazione solo provvisoria in ambito regionale, e tanto ai sensi della disposizione dell'art. 20, comma 2, della legge n. 59/1997, così come modificato dall'art. 1, comma 4, lettera a), della legge 24 novembre 2000, n. 340 (Disposizioni per la delegificazione di norme e per la semplificazione di procedimenti amministrativi), secondo la quale “nelle materie di cui all'art. 117, primo comma, della Costituzione, i regolamenti di delegificazione trovano applicazione solo fino a quando la regione non provveda a disciplinare autonomamente la materia medesima'.

Ciò posto, a prescindere dal merito e dal contenuto delle norme, risultano del tutto errate le qualificazioni come principi fondamentali delle seguenti disposizioni di livello regolamentare: artt. 23, 4° - 24, 5° e 6° - 26 – 27 – 28 – 30 – 31 - 39, 2° - 47, 2° - 49, 4° - 50, 2° - 51, 2° .

Roma, 9 febbraio 2006”

(red/17.02.06)

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