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Conferenza Regioni
e Province Autonome
Doc. Approvato - Turismo- CANONI DELLE CONCESSIONI DEMANIALI MARITTIME

giovedì 24 novembre 2005

RIDETERMINAZIONE DEI CANONI DELLE CONCESSIONI DEMANIALI MARITTIME PER FINALITÀ TURISTICO RICREATIVE

 

 

 

 

 

La vicenda relativa alla rivalutazione nella misura del 300% dei canoni delle concessioni demaniali marittime per finalità turistico ricreative ha visto il susseguirsi di ben cinque differenti proroghe, richieste peraltro anche dalle Regioni, che avrebbero dovuto consentire il confronto tra il Governo, le Regioni, i Comuni, le Organizzazioni di Categoria, onde individuare soluzioni accettabili e percorribili.

Nonostante le richieste più volte formulate dalle Regioni di convocazione del Tavolo tecnico costituito il 5 agosto 2004 presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Governo non ha mai dato dimostrazione di voler affrontare il problema, non convocando più il Tavolo dopo la prima riunione interlocutoria del 9 settembre 2004.

A tre settimane dalla ennesima scadenza del termine, le Regioni esprimono profonda preoccupazione: se da un lato appare indispensabile una nuova proroga, sussistendo tutt’ora le motivazioni che hanno indotto il differimento del termine al 10 dicembre, dall’altro il Governo deve avviare il confronto per pervenire ad una proposta risolutiva, evitando che i provvedimenti adottati assumano la configurazione di una mera manovra correttiva del bilancio dello Stato.

 

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L’intervento legislativo statale che, in un primo tempo, con il D.L. 269/2003, ha disposto la rivalutazione nella misura del 300% dei canoni di concessione e, in un secondo tempo, con differenti provvedimenti legislativi, ne ha rinviato gli effetti dapprima al 30 giugno 2004, poi al 30 ottobre 2004, poi al 15 dicembre 2004, quindi al 31 ottobre 2005 ed infine al 10 dicembre 2005, si inquadra ed interviene in due diverse tematiche, l’una di carattere istituzionale e gestionale (rapporti tra Stato e Regioni nella gestione del demanio marittimo), l’altra di carattere economico in relazione agli effetti degli aumenti su un settore strategico per l’attrattività turistica italiana.

Con riferimento a quest’ultimo aspetto, giova sottolineare che l’inadeguatezza del gettito complessivo derivante dai canoni delle concessioni demaniali marittime, in sé evidente, trova origine in fattori di diversa natura.

Si ritiene che la rivalutazione delle tariffe non possa però prescindere da una totale riscrittura delle attuali tabelle, che prevedono differenti importi a seconda delle tipologie di opere esistenti o meno sull’area demaniale: una classificazione oggi anacronistica, che potrebbe essere sostituita da un nuovo sistema tabellare che, ad esempio, tenga conto delle diverse tipologie e periodi di utilizzo e dei differenti regimi giuridici dei beni.

Appare inoltre sempre più necessaria una azione di aggiornamento della consistenza dei beni del demanio marittimo, cui può conseguire già da ora una maggiore entrata sia per lo Stato che per i Comuni (molti beni che ne hanno le caratteristiche non risultano essere stati incamerati dallo Stato, non consentendo così di applicare il canone relativo né l’I.C.I.), abbattendo l’abusivismo.

Nel merito dell’efficacia complessiva della disposizione, si ribadisce per intero quanto già rilevato con il precedente documento, approvato dalla Conferenza il 30 aprile 2004.

L’aumento previsto dal D.L. 269/2003 e s.m. colpisce indifferentemente tutti gli utilizzi del demanio marittimo ad uso turistico-ricreativi, non andando peraltro nemmeno ad incidere su quelle situazioni di palese iniquità che attualmente si registrano.

Tale aumento crea non poche difficoltà agli operatori di un settore che occupa una parte non secondaria nella produzione del reddito di molte Regioni; inoltre, la dimensione dell’aumento, che quadruplica gli attuali canoni, crea difficoltà economiche per molti operatori e, senza dubbio, avrà ricadute sulle tariffe dei servizi agli utenti (nonostante i positivi sforzi delle Associazioni di categoria e degli Operatori compiuti nella stagione ormai conclusa) e, in ultimo, sui bilanci delle famiglie.

Si tratta, inoltre, di una misura che, essendo applicata in maniera indiscriminata, non aiuta certamente le nostre imprese turistiche (considerate come sistema composto dagli stabilimenti balneari, dalle strutture ricettive e da quelle commerciali della ristorazione delle località turistiche) in un periodo di crisi come l’attuale e, in definitiva, contribuisce a rendere meno attraente la “destinazione Italia”.

Le imprese balneari si sono avviate, spesso spinte anche da azioni incentivanti delle Regioni, ad investimenti per la riqualificazione e il potenziamento delle proprie strutture, anche in relazione alla opportunità, che ha ricadute sull’intero comparto turistico, di estendere l’attività al di là della stagione balneare.

L’aumento improvviso e non progressivo dei canoni andrà a incidere pesantemente sui piani d’impresa, compromettendone gli esiti (si ricorda, tra l’altro, che le imprese balneari sono soggette a una disparità di trattamento dal punto di vista fiscale dell’I.V.A. rispetto agli altri servizi turistici, gravando su di esse l’aliquota del 20% anziché quella del 10%).

Occorre quindi una gradualità negli aumenti, ai fini della loro programmazione all’interno della vita dell’azienda, che, per le ragioni sopra espresse, non potranno in alcun caso raggiungere quanto prospettato dal D.L.269/2003 e s.m. a pena di effetti negativi sull’economia turistica.

Altrettanta difficoltà, in termini di carico di lavoro, comporterà l’applicazione della norma per gli Enti che gestiscono le funzioni amministrative in materia, che richiede, a seguito delle numerose proroghe intervenute, complesse procedure di riliquidazione degli importi di concessione, con una duplicazione degli atti relativi ed un appesantimento ulteriore delle procedure amministrative.

Proprio a questo riguardo risulta necessario ribadire i problemi irrisolti a livello di rapporti istituzionali, in relazione all’esiguità dei fondi devoluti alle Regioni per lo svolgimento delle funzioni conferite in materia di demanio marittimo. In tal senso anche in questa occasione le Regioni ripropongono con forza la questione della ripartizione dei proventi del canone di concessione, oggi di esclusiva spettanza dello Stato.

Alle Regioni – o agli Enti da queste delegati – è infatti richiesto lo svolgimento di una gravosa attività per la gestione del demanio, che comprende anche, oltre all’attività autorizzatoria, le procedure per il recupero delle somme dovute ed impagate, i compiti di vigilanza e la relativa attività sanzionatoria, funzioni alle quali lo Stato non contribuisce, sebbene siano svolte nel suo interesse.

Quanto sopra si riferisce, ovviamente alle sole spese correnti. Invero vi è tutta una serie di attività di mantenimento del bene demaniale (ripascimenti, opere di difesa, manutenzioni) per le quali le somme trasferite alle Regioni sono assolutamente insufficienti; in gran parte disattesa è stata la Risoluzione di questa Conferenza approvata il 7 febbraio 2002 in merito alla ricognizione delle risorse trasferite dallo Stato per le nuove funzioni conferite in materia. Altrettanto disattesa appare la Risoluzione della VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati, assunta all’unanimità il 17 giugno 2004.

Appare, quindi, quanto mai urgente pervenire ad una concordata suddivisione tra lo Stato e le Regioni dei proventi dei canoni di concessione, che devono peraltro essere finalizzati alle attività connesse al demanio stesso ed a quelle per il suo mantenimento.

In tal senso, e tenuto conto della ripartizione dei compiti sopra sommariamente descritta, le Regioni insistono nella proposta, a suo tempo avanzata, che prevede la destinazione allo Stato – finalizzata al funzionamento del Sistema Informativo del Demanio – di una quota pari al 15% dei proventi delle concessioni demaniali, e il trasferimento della somma restante alle Regioni.

In conclusione, la rivalutazione dei canoni dovrebbe essere frutto di un tavolo di lavoro cui necessariamente partecipino sia le Regioni, cui è stata trasferita la gestione, e che meglio conoscono le realtà territoriali e le caratteristiche socio-economiche delle aree interessate, che le Associazioni di categoria.

Il tavolo di lavoro dovrebbe affrontare il tema dei canoni non solo con riferimento alle attività turistico ricreative, ma anche agli altri utilizzi delle aree demaniali marittime, con un’operazione di perequazione che si deve fondare su dati di consistenza e di gettito certi, che attualmente non risultano essere stati presi in esame e, richiesti, non sono stati resi addirittura disponibili. In tal senso appare prezioso il contributo che può derivare dalla messa a regime del Sistema Informativo del Demanio, che allo stato necessita ancora di una impegnativa attività di aggiornamento.

 

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Tutto ciò premesso le Regioni chiedono al Governo:

§         di eliminare lo stato di incertezza che penalizza da quasi due anni un intero comparto economico-produttivo;

§         di rinviare la decorrenza di ogni aumento dei canoni di concessione demaniale marittima fino all’entrata in vigore del provvedimento di rideterminazione, d’intesa con le Regioni, ribadendo fin d’ora l’opposizione all’aumento indiscriminato del 300%;

§         di ripartire i proventi derivanti dai canoni di concessione nella misura dell’85% a favore delle Regioni e del 15% a favore dello Stato, quest’ultimo finalizzato al funzionamento del Sistema Informativo del Demanio;

§         di ricostituire e far operare il Tavolo tecnico costituito il 5 agosto 2004 presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, al fine anche di convenire nuovi criteri di determinazione del canone, che tengano conto delle diverse tipologie, dei periodi di utilizzo e dei differenti regimi giuridici dei beni.

 

 

Roma, 24 novembre 2005